Tempo

Trovo superiore l'idea dei 4 salti in padella. Non esattamente quelli di quella marca lì ma in generale le buste surgelate che in pochi minuti, senza quasi apporto della massaia o del massaio, di spadellano sul piatto una ricettna dal gusto più che accettabile e dall'aspetto invitante. (ora prima che gli strali dei gourmand d'assalto e dei terramadristi mi esorcizzino, vorrei avare una ricetta per un pollo alla diavola che si possa servire in 7 minuti senza utilizzare mezza cucina e senza dover assassnare personalmente alcun essere vivente. insomma è facile dire che il salmone va marinato per tre giorni in frigo e che il miglior modo per gustarlo è sorseggiare una Bianca di Valguarnera, ma, rispondo , non si può mica vivere tutti i giorni così).

L'idea superiore non è nel venderti un piatto sfizioso piuttosto che un'altro. Ma nel venderti il tempo. Ci va una sottigliezza disquisitiva degna di pensatori classici, quelli che di mestiere si occupavano di robette come la morale, la morte, l'estetica e, appunto il tempo. Ecco ove si è trasferito l'agone per la conquista del mercato della quotidianità: dierttamente sui grandi temi dell'essere umano. Chissà cosa avrebe detto Zenone degli gnocchi alla sorrentina pronti in quattro minuti.

Storie e malattie

In onore ad una tradizione consolidata tra molti autori degli ultimi secoli, anche Patti Smith, da piccola è stata malata. Una serie di malanni che le hanno impedito di condividere in cortile, con gli amici, gli anni della crescita, relegandola nella sua stanza.

Le lunghe ore di tedio diventano la palestra dell'immaginazione, il mondo reale esiliato viene ricostruito da un mondo immaginario che sta tutto nella piccola esperienza di una bambina.

Per molti autori, essere stati malati, è stata la loro fortuna. E la fortuna cresce se la malattia di vivere non passa.

Spesso la necessità di creare è legata al "dolore di vivere", ad una necessità di fuga (come lo è stato per Janis Joplin, per rimanere in tema).
Questo vuol dire che molta della creatività è un effetto collaterale della malattia, a volte una terapia, a volte una recrudescenza dalla quale non si esce. 

Fondo un partito

Vanno di moda le liste da quando il partito del segretario Fazio è stato quello che ha maggiormente scaldato i cuori di quella parte di paese là.
 Dunque, me ne approprio, e scrivo il programma del mio partito, di sinsitra s'intende, sotto forma di elenco.

1. Vorrei un partito in cui il segretario si senta in dovere di premettere: "sono cattolico" (lo hanno fatto persino Renzi e Vendola)

2.Vorrei un segretario che non faccia discorsi usando la prima persona plurale (dobbiamo, lottiamo, facciamo) che è tipico dei capetti che non hanno nessuna intenzione di esporsi e preferiscono mandare avanti gli altri. Vorrei che avessero il coraggio della prima persona singolare.

3. Vorrei un partito che colleziona bandiere rosse perché sono belle, perchè ricordano la gioventù e perchè a sognare la rivoluzione ci si esalta pure, ma anche un partito che si rendesse conto che i tempi sono cambiati e le nostre strade non sono piene di mugiki e servi della gleba e neppure e solo di operai.

4. Vorrei un partito che non viva per il Cavaliere, un partito che la smettesse di vivere solo per rompergli i coglioni. Vorrei un partito che si rendesse conto che, il giorno in cui si fondasse su un programma che non lo nomina neppure una volta, il Cavaliere scomparirebbe come i sogni brutti alla prima luce del mattino.

(segue)

Limonare


Kennst du das Land, wo die Zitronen blühn? 

Ci sono parole che non dovrebbero mai andare furoi moda. Una di queste è limonare. Il verbo limonare indica l'atto di baciare, appassionatamente e a lungo con l'ausilio delle rispettive lingue.

Il valore di questa parola sta nella capacità di evocare sensazioni. La prima riguarda l'estate, il giallo del sole,  i giaccioli e le granite al limone, il sud, il mare e i dolcissimi amori estivi e giovanili.

La seconda è il brivido del gusto aspro e improvviso che il succo del limone regala al palato, la stessa delle prime labbra che si baciano, della prima bocca dal sapore sempre inimmaginabie e che provoca il lungo brivido su per la nuca, lo stordimento e la scomparsa dell'universo intorno.

E poi la sensazione di nettezza assoluta della buccia e la perfetta pulizia che dona l'acido citrico sulle superfici, la stessa nettezza del contatto delle labbra, tra le più morbide e tiepide delle superfici.


Questo verbo non può estinguersi. Finché esisterà l'atto del limonare dovrà pur esistere una parola che lo definisca. Esiste un degno sostituto? Baciarsi? Riduttivo, generico, un po' formale. Slinguare? Anantomico, meccanico e volgare. Fare Petting? Non evoca un bel niente, ha bisogno di quel "fare" per frci sapere che è un'azione.


Dunque, lunga vita al limonare.

Solo dieci anni (1970)

Gli anni settanta: dieci anni pizzicati tra due film: Alice's Restaurant (1969) di Arlo Guthrie e The Great Rock'n'Roll Swindle (1980) di Julian Temple.


Roy e Alice comprano una chiesa e mettono su un ristorante. Arlo amico di entrambi fa la spola tra il richiamo alla leva militare, il capezzale disuo padre, il grandissimo Woody Guthrie malato ormai da anni della Corea di Hungtinton, malattia degenerativa ereditaria e il paese dove si sono stabiliti i due amici. La storia è un susseguirsi di piccoli episodi punteggiati dal sorriso ingenuo del menestrello Arlo.

È un mondo di feste, di sesso libero, dove persino gli sbirri sono dei buoni padri di famigliache, in fondo non fanno che il loro dovere. Droga ce n'è poca e riservata a un solo personaggio problematico che ne pagherà le conseguenze. Se gli hyppie fosser stati davvero così, non si capisce perché vennero accolti da tanta diffidenza. È vero, avevano capelli lunghi, ma dal ritratto che ne fa Guthrie erano rispettosi della famiglia di origine (il folk era la loro musica), non violenti, simpatici e un po' infantili. Per nulla urbani, frequentano la città solo in caso di necessità. Un presagio, alla fine del film, lo fa concludere con un'aria malinconica da "è finita la festa" e uno sguardo di Alice tutt'altro che pieno di speranza.

Passano dieci anni e non solo i protagonisti del documentario di Julian Temple sono i più brutti, i più sporchi e i più cattivi, i Sex Pistols, ma sono soprattutto falsi. Mentono in un mondo di menzogne. Il documentario è una guida su come si crea un fenomeno musicale, politico e sociale come i Sex Pistols. Un breviario per falsari.

Il paradosso è che mentre il film di Guthrie è una favola buona che fa di tutto per sembrare vera, il film di Temple è un documentario su una realtà cattiva che denuncia la sua messinscena.

Ronald Koeman
Per Luciano Ligabue era Oriali. Per me è Ronald Koeman. Mica George Best o Maradona. O peggio ancora Cristiano Ronaldo o Pippo Inzaghi. L'essenza del calcio sta in quei giocatori-operai, spesso decisamente tarchiati, non belli da vedere e che fanno tanto, tantissimo lavoro. Trottano come cavalli da tiro su e giù per il campo, te li trovi davanti come un masso erratico, non fanno complimenti e ti trovi gambe all'aria. Emre Belözoğlu, Gattuso, Bobby Moore. Sono quelli che fanno, letteralmente, il gioco.


Il bassista è il mediano di certa musica. Resto incantato ad ascoltare BirdlandBlack Market di Weather Report quando le variazioni da punta delle tastiere di Zinwul e del sax di Shorter sono supportate da quella struttura calda e solidissima che Jaco Pastorius stende come un tappeto sotto di loro. E allora quei due possono fare i jazzisti maledetti, tanto la rete che ci sta sotto li farà cadere sempre sul morbido. Il basso quasi non si sente, ma alla fine è quel miele denso che ti fa muovere la testa. Mica solo la batteria.

Jaco Pastorius

Dei bassisti è ammirevole la dedizione, la capacità di restare in secondo piano a servire la musica. Mai che si scatenino in un assolo. Sarebbe come vedere Koeman attraversare il campo lasciando le orme profonde nel terreno, dribblare con le sue gambe di tronco i pischelli della difesa e riuscire a rimanere in piedi per spiazzre il portiere. Non esiste. Non fa parte delle leggi dell'universo. Noi si sta indietro a dare il colore rosso amaranto del sangue della squadra. Non c'è gel nei nostri capelli e quando ci fanno le foto il sorriso che sfoderiamo è lo stesso che si usa ai matrimoni.

Al rogo i libri

Ha ragione l'Ecclesiaste. Più conosci più soffri. Mi chiedo a cosa servono tutti quei libri che si allineano, si ammonticchiano in casa, alcuni letti, molti acquistati d'impulso, come una necessità da tossicodipendente. Non sono serviti a nulla. Non sono più furbo, non sono più scaltro né saggio. Continuo ad avere una vita economica travagliata, non faccio parte di nessuna elìte, non determino le sorti di un bel niente.


Sono pieno dell'esperienze di altri, spesso malamente inventate, storie incongruenti con la vita vera. Ecco a cosa sono servite tutte quelle pagine. A tenermi lontano dalla vita vera, piantato con lo sguardo tra le pagine invece di stare con la testa alta con la faccia in faccia al mondo. Molto meglio trastullarsi con le maledette papere di Central Park, con alcolizzati malinconici e buoni, con guerre che magari non sono mai neppure esistite, piene di cadaveri vuoti. "Siamo gli uomini cavi". Molto meglio che guardarsi intorno e vivere un po', sporcarsi le mani, farsi figure di merda, sbattere il naso, avere paura, affrontare la paura, affilare il coraggio.

Appena mi passa, appena non ne sarò più dipendente li brucerò tutti, quei libri ai quali ho lasciato la possibilità di rubarmi l'esistenza. Qualche volta ho pensato che avrei potuto regalarli ad una biblioteca. Ma sono veleno. Non voglio avvelenare nessuno. Che brucino.



A chi piacerebbe spendere molti soldi per acquistare un'auto mediocre? A giudicare dalle campagne degli ultimi anni un'auto non è tale se non:

  • Dispone di una serie pressoché infinita di acronimi (ABS, DCC, DSG, SAP, GSM)
  • Deve avere colori cangianti e rarissimi
  • Deve essere frutto di tecnologia, design, innovazione (tutte insieme)
  • Deve essere amica dell'ambiente
Difficile dunque distinguersi tra le migliaia di modelli disponibili. Subaru ha pensato di raccontare il prodotto in modo opposto, costruendo una vera e propria narrazione di prodotto e trasformando l'auto in un vero personaggio. Crea dunque un sito di brand per la Mediocrity. Tutto è compatibile con i codici del classico sito di brand, solo che l'auto è tremenda. I tecnici che l'hanno progettata dicono cose tremende. Ed è anche di un tremendo beige. C'è proprio tuttto: dal car configurator al dealer locator: si ricosytruisce l'esperienza completa. In effetti l'alternativa che viene offerta, una Subaru Legacy, messa a cnfronto con tanto beige sembra davvero una ventata di bellezza.

Forse aveva proprio ragione mio padre: bisogna aver fatto la guerra per apprezzare quello che si ha.

Il fatto che l'assonanza dei nomi (Fruttero e Gramellini) ricordi la più grande coppia del giallo all'italiana, ammanta questa raccolta di storie sulla nascita del nostro paese di un colore sinistro.

Eppure La Patria, bene o male mi sembra il più riuscito (almeno finora) tentativo di trovare un bandolo in quer pasticciaccio brutto delle celebrazioni dell'Unità d'Italia. Insomma per un popolo che fino a qualche anno fa sfoderava il tricolore solo per la nazionale di calcio e che intona un inno nazionale dalle parole arcane quali Dovunque è Legnano, Ogn'uom di Ferruccio Ha il core, ha la mano, il racconto per piccoli episodi, storielle nazionali dal vago sapore di presagio, è l'esempio più calzante della mitologia italica.

Ne salta fuori un ritratto che è uno spezzatino di ideologie buone solo quando fa comodo, piccolezze da riunione di condominio e dietrologie fantasiose e sempre opache.

Per fortuna c'è l'ironia che ci salva e i due autori non possono che essere annnoverati tra i maestri di serietà perché sanno come si fa a non prendersi troppo sul serio.

Bruno Schulz "Incontri"
Mi capita di rileggere La via dei Coccodrilli di Bruno Schulz in attesa che arrivi l'esperimento che vi ha condotto Jonathan Safran Foer (Tree of codes). Mi godo la magnificenza di quella scrittura e mi trovo a desiderare un inferno della letteratura, più crudele e più perverso di quello usuale, al quale sono condannati quelli che ci hanno portato via la possibilità di leggere certe cose. E così ci vorrei veder precipitato il maledetto ufficiale nazista che ha abbattuto Bruno Schulz per strada, come un cane, per una stupida ripicca nei confronti di un maledetto collega. A fargli compagnia gli editori di Salgari che lo hanno lasciato affondare nei debiti fino a non poterne più e i fascisti che hanno fucilato Garcia Lorca. E Stalin che ha annientato Mandel'stam e Babel.
E a tanti altri che ci hanno rubato la magnificenza di qualche riga scritta su modesti fogli di carta.

Ad essere sincero da "studenti" che si sono iscritti per venire ad imparare da Jonathan Coe, Baricco e Starnone mi aspettavo molto più diffidenza nelle cose di cui parlo io: la fiction in salsa digitale. E invece, a giudicare dalle domande, dai commenti e dalla voglia di partecipare e capire (e anche di fare un po' di sana polemica) credo che sabato sia stata una bella giornata di formazione, per tutti.

Un passo indietro. Qualche tempo fa Scuola Holden mi ha invitato a far parte di un progetto di formazione che è stato chiamato Fondamenta. La particolarità è che è formato da una serie di incontri sulle tecniche della narrazione che si svolgono lungo 8 weekend ed è dedicato a studenti adulti (over 32). Tra gli insegnanti, appunto, nomi prestigiosi come quelli del preside Baricco, Jonathan Coe, scrittori, sceneggiatori e una giornata intera a quella che è stata definita la crossmedialità che è stata affidata al sottoscritto.

Dopo una veloce presentazione e un piccolo percorso storico sulla funzione delle storie rispetto alla costruzione della realtà ecco che entriamo nel vivo della progettazione di un ARG (alternate reality game) quello che secondo la bella definizione di Wikipedia:

"is an interactive narrative that uses the real world as a platform, often involving multiple media and game elements, to tell a story that may be affected by participants' ideas or actions."


La base narrativa è la vicenda di Kees Popinga, "il satiro di Amsterdam" protagonista del romanzo di Georges Simenon L'uomo che guardava passare i treni. Il compito? Come trasformare la fuga di Kees in una serie di indizi da seguire nelle città di provenienza degli studenti, utilizzando la città stessa e strumenti digitali, quali blog, forum, siti e applicazioni mobile per coinvolgere in un target specifico nell'indagine?

Tra un paio di settimane le soluzioni.


Il Lacunare

Per tutta la mia esperienza scolastica ho vissuto l'angoscia delle "lacune". Ogni volta che mia madre andava ai colloqui con gli insegnanti il responso era lo stesso: "è intelligente ma non si applica (quasi fossi un adesivo o una ventosa)" ma soprattutto "ha diverse lacune".

Ecco io quelle lacune le ho sempre immaginate come delle pozze di acqua stagnante e immobile in un mondo che altrimenti sarebbe stato perfetto. Quel mondo rotondo, perfettamente sferico di Barbara Rosati, Elena Gorzegno, Carmen Concilio secchione con classe, precise nella preparazione, littorine della conoscenza che procedevano nella carriera scolastica senza un sussulto, senza una manchevolezza, senza, insomma le maledette lacune.

Ho cominciato con le tabelline e ho proseguito lasciandomi alle spalle orribili crepe come cicatrici vaiolose che rendevano ogni compito o interrogazione presagio di morte, uno slalom attraverso le voragini che mi facevano sperare soluzioni fantasiose e spesso improbabili.

Poi, ho cominciato ad imparare a raccontare storie. In alcune materie funziona. Infarcisci, infioretti, citi, ti spertichi in giovanili teorie interpretative: discutibili, certo, ma mosse dall'entusiasmo dell'appassionato che ti fa sembrare un filologo in erba. Così ho meritato quel nove sul tema "Il Fu Mattia Pascal". Ora lo posso confessare, professoressa Giuliana, quel libro non l'ho letto. E non l'ho letto neanche dopo. Me lo sono fatto raccontare da Lorenzo Zola, sul diciannove, la mattina stessa della prova. E mentre lui parlava già mi stavo immaginando quale  parabola avrei sortito nel quinterno a righe. E due giorni dopo, professoressa Giuliana, quando mi ha chiesto: vuoi spiegare perché credi che nel Fu Mattia Pascal il treno è simbolo della morte ho pensato, diavolo, questa roba funziona.

È morto Ted Sorensen, speechwriter di JFK, autore di alcuni dei più memorabili discorsi del 35° presidente degli Stati Uniti.

Obituary sul NYT

"Un vero consigliere fedele, del resto, è così: si prende tutti i torti, e gira al capo tutti gli elogi. «Il mio ruolo - diceva Ted scherzando, ma non troppo - è pensare e preoccuparmi... e molto spesso piegarmi». Dove l'espressione usata per offrire la prova della sua flessibilità, «bent over», ha pure un doppio senso gergale che di questi tempi farebbe arrossire persino Ruby Rubacuori." (articolo su La Stampa di Paolo Mastrolilli)


"Er sor Filippo, alto, scuro a soprabito, co la panza un po' a pera e le spalle incartocchiate e un tantinello pioventi, di viso tra impaurito e malinconico, e al mezzo un nasone alla timoniera da prevosto pesce che doveva fare le gran trombe der Giudizio, a soffiallo, aveva l'aria, per quanto commendatorile e ministeriale, sì però, più che altro, un non so che... "

Da qualche parte, qualche recensore di Lakhous scomoda Gadda. Riprendo Quer pasticciaccio brutto e fin dalle prime righe del pantagruelico raccontare mi rendo conto che l'accostamento non è altro che una forzatura del marketing. Quella dello scrittore algerino incardinata sui pregiudizi razziali ed etnici, quella di Gadda su uno scanzonato rimestare di lingua italiana, inframmezzata da riminiscenze dialettali. E dire che anche Gadda, diciamo tecnicamente, adotta una lingua: da milanese si ambienta nella capitale. Ma insomma il romanesco, il veneto, il molisano-campano con cui infarcisce la sua narrazione sono pur sempre variazioni su un tema italiano.

Le due storie, pur essendo sovrapponibili risultano molto diverse. In effetti non deve essere facile sprofondare in una lingua così tanto da permettersi le giravolte di Gadda quando la lingua che stai usando non è quella che hai masticato da quando lallavi dentro il seggiolone.

Ascoltando l'intervista a Elvira Dones la vediamo ritratta come una vera poliglotta ma come ammette essa stessa il suo italiano è lontano dall'essere perfetto. E non è di grammatica e di sintassi che si parla.

Insomma, mi chiedo, esiste anche una parte fisiologica della lingua? Una cosa che deforma il tuo apparato vocale a forza di dire "dui puvrun bagnà 'nt l'oli"*, un modo di costruire le frasi, di scegliere le parole per via del suono familiare, una struttura, un gusto, un aroma che ti si appiccica a livello fisico nei momenti in cui impari una lingua e che non riuscirai più a scrostarti di dosso? E allora mi chiedo ancora: la lingua adottata non manca di tutta questa parte che ha più a che fare con l'imprinting che alla scuola dell'obbligo?

* trad. it. due peperoni bagnati nell'olio. frase cardine del dialetto piemontese. qualunque pedemontano innamorato del suo dialetto, dal Sestriere a Novi Ligure (che sta sempre in Piemonte) vi costringerà a dirla, per provare la vostra ortodossia linguistica e con un perenne sguardo insoddisfatto sentenzierà: dalle nostre parti non lo diciamo così

El diretur de le Storie







Sono un narratore, ma solo impertinente.

Ierisera grande inaugurazione della nuova sede di Domino. Per raccontare ai numerosi ospiti attesi abbiamo disegnato e appeso sopra la postazione di ognuno dei domineers un baloon nel quale oltre al ruolo viene raccontata la persona in un unica frase che gli è tipica.

A parte la tensione di aver cercato di sintetizzare in una sola frase lo spirito di ognuno dei 36 colleghi il mio personale brivido di iersera era il debutto ufficiale e pubblico del ruolo nel quale recito la mia parte: Strategy e Storytelling Director. Insomma altisonante ed evocativo. E credo anche originale. Non so quante altre agenzie possano vantare una
figura professionale con un nome talmente intrigante. Mi piace questo nome.

Mi piace perché è trasversale, dice che penso cose, le racconto, costruisco scenari usando la narrazione, ma non dice come, con quali strumenti. Mi lascia libero, impertinente e nello stesso tempo focalizzato. Uno sguardo al campo di battaglia e uno sguardo alla storia del singolo tamburino che guiderà la battaglia. Forse il fatto di non essere uno scrittore di libri di carta o di non essere più un teatrante mi mancheranno un po' meno.

O' messaggér nuovo

-Senti ma iggiochi, dove stann'iggiochi?
-Li trovi sulla sinistra, dove hai gli amici, i messaggi. Ti mando l'invito.
-Ahh dici chestannollá. Ma ierisera che ciattavamo.
-In basso a destra...
-Eh...
-I giochi sono dall'altra parte. Ce ne hai pochi perché ti sei iscritto da poco, mano mano ti arrivano.
-Mi ha chiamato unamicoda Milano e m'haretto: "Mimmo" ho preso o' messaggér nuovo e non ci sta più nessuno.
-Anche io ho messenger nuovo.
-Ma stassera vieni?
-Ho ospiti a casa.
-Ma solo pe'iggiocchi.
-Te li mando.

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Continua l'avventura digitale dell'editore Fandango. E continua ancora con Sandro Veronesi. Dopo l'importante campagna social (è interessante vedere come l'eliminazione di una sola vocale finale trasforma la raccolta fondi per gli alluvionati del Banlgadesh in una raffinata operazione di marketing contemporaneo: campagna sociale - campagna social) dedicata al lancio del suo ultimo romanzo XY, ci si sposta sugli smartphone.


L'avventura continua con la pubblicazione di una versione per iPhone - IPod - I Pad di Caos Calmo da parte di Fandango TV. Il format è un po' quello del DVD-contenuti speciali: il libro completo, qualche approfondimento, qualche video tratto dal film di Antonello Grimaldi, una anticipazione di XY. E qualche bug (passando da portrait a landscape i contenuti speciali si deformano) Unica vera concessione al digitale: il prezzo. Tre euro e novantanove contro i tredici della libreria.

Lungi dall'essere un format competitivo è comunque apprezzabile che un editore come Fandango cominci a ragionare in termini diversi dalla carta.

Storie da Bar




La signore sarda con la voce squillante, accoglie la novità delle ragnatele con un sonoro ululato. Il tizio che consuma del succo di frutta di qualunque gusto purché non sia freddo si volta indispettito.
Il bar è invaso da ragnatele colorate piene di ragnetti neri di plastica.
Auliin" la tranquillizza il marito.
"Auluiin" lo corregge il tizio del succo.
"Bairindi."

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Ci sono persone




Ci sono persone che incontro la mattina che tentano di camminare più leggere del proprio corpo. Non lasciano segno di passaggio sull'asfalto. Marciano più lente del necessario con lo sguardo attonito e incredulo chiedendosi come sono finite in quella situazione. Chissà poi qual è la benedetta situazione. I debiti, una malattia, un abbandono. Se li incroci alzano lo sguardo contrito quasi si aspettassero un abbraccio improvviso, un tocco medico che sollevi tutto il peso. Ma questo, naturalmente, non accade. Proseguono senza una meta che li possa salvare. È accaduto che le stesse persone le abbia incontrate solo il giorno prima, dritte sulla schiena, orgogliose di un paio di scarpe nuove, e sorrisi invincibili. Ero io al loro posto con le mani piantate nelle tasche vuote a fare calcoli che danno sempre lo stesso risultato, gli stessi segni di capitolazione. Oggi tocca a loro. Come se per la strada aleggiasse un'aria di sconfitta di cui qualcuno ogni giorno si dovesse far carico. Eccone una. Passeggia. Cosa è successo? Quale telefonata è arrivata? Una raccomandata inumana. Una frase definitiva. Vorrei avere il coraggio di abbracciarla ma sono sicuro che comincerebbe a gridare invocando l'aiuto della polizia.


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In questi due giorni due gentili email mi confermano che al progetto parteciperanno anche Elivra Dones e Amara Lakhous. La cosa si fa interessante. I due autori sono particolarmente interessanti per ragioni diverse. Elvira Dones per la sua "seconda vita" da documentarista e Amara Lakhous per questa frase che ho trovato sul suo sito: "Io arabizzo l’italiano e italianizzo l’arabo."


C'è una piccola applicazione sul mio IPhone che adoro. Si chiama To Do. È una semplice lista delle cose da fare. Quando l'applicazione è chiusa, dalla sua bella iconcina fatta benaugurantemente a somiglianza di un segno di spunta, occhieggia un numeretto che indica le incombenze non ancora affrontate. È una gran soddisfazione scorrere la lunga lista, disinnescare quelle compiute, aggiungerne altre in un eterno spingere su, il sasso , su per la salita. È una bella applicazione che mi fa sentire sotto controllo, organizzato, piacevolmente ammaestrato.

Lingua Matrigna 2

Seconda lezione, una specie di brainstorming. Le resistenze al "cosa dobbiamo fare" ridotte al lumicino, le gloriose armate del potremmo fare dilagano nella pianura. In effetti questa storia della Lingua Matrigna si sta rivelando piuttosto interessante.


Si cercano due cose: i temi di cui parlare (la cucina, la lingua emotiva -quella con cui si litiga, le parolacce, i tabù linguistici- i libri, la casa, di parole intraducibili) e un contesto, una sorta di cappello narrativo che comprenda il tutto. Lo scopo è quello di cercare di parlare di letteratura a chi non ha mai aperto un libro. Bisogna quindi avvicinarsi a questi con un espediente, una storia interessante che li coinvolga e nello stesso tempo parli loro di scrittori, scrittura, letteratura. Si pensa ad un video, ma anche ad un blog e a Facebook, forse.

I contesti sono diversi. Potrebbe essere un trasloco, oppure una convivenza forzata in un condominio multietnico nel quale ogni piano è abitato da uno scrittore un po' come MrWong Apartment il progetto potrebbe non avere mai fine. E cosa succede? Un omicidio forse? Insomma tira più un pelo di assassino che... resta da vedere come coinvolgere gli scrittori e parlare di lingua adottata.

Viene citato Scontro di civiltà per un ascensore a PiazzaVittorio di Lakhous Amara. Scritto in arabo e poi riscritto in italiano. Potremmo invitare l'autore...

« Ero cittadino della lingua italiana. La lingua è come la madre. Ti ama perché sei figlio. Per imparare la lingua non sono necessari visti, passaporti, Schengen, permessi di soggiorno. »




Segnalazioni:

Interview Project David Lynch
Gaza Sderot Life in spite of everything
Black Cab Sessions

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Il mio Grande Fratello




Non riesco ad essere ostile al Grande Fratello. La trasmissione televisiva, intendo. Per due ragioni: la prima legata alla deontologia professionale, la seconda a motivi personali. La deontologia mi impone un comandamento: non giudicare. Per chiunque lavori nel campo della comunicazione giudicare, esprimere sentenze definitive su una qualsiasi forma di espressione è quanto di più arido e inutile. Bisogna piuttosto sforzarsi di capire. La ragione personale della mia mancata ostilità al GF è legata alla nascita della mia prima figlia. Fin dall'estate precedente la gestazione si era rivelata problematica. A poche settimane dal concepimento il pericolo di un aborto spontaneo era dietro l'angolo. Ci trasferimmo dai suoceri perché alla mamma venne prescritto il riposo assoluto. Ci esiliammo nella stanza degli ospiti inattesa che i polmoni della piccola si sviluppassero abbastanza da sperare nella sopravvivenza. La sera, lei costretta a letto, la passavamo a guardare DVD e a correre all'ospedale ad ogni segno di pericolo. L'unica cosa che però riusciva a distrarci da quella attesa erano i programmi televisivi. Più erano insulsi e vuoti e più ci aiutavano a non pensare. Quell'inverno debuttò il Grande Fratello, condotto da Daria Bignardi. Una edizione ingenua, semplice e nello stesso tempo intensa. Era tutto nuovo. Passammo altri momenti molto brutti e ore storditi di fronte alla Casa nella quale qualcuno viveva una esistenza per noi. Poi il 12 gennaio, dopo la fine del GF è nata Sofia.


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Location:Via Antonio Pigafetta,Turin,Italy

L'ebreo







Anche se l'insegna scritta in belle lettere proprio sopra l'ingresso reciti "La casa del Libro" noi lo abbiamo sempre chiamato l'Ebreo. La libreria dell'usato che si trova in Galleria Subalpina era una tappa obbligata, in settembre, per vendere e acquistare i libri di scuola. Malgrado le vetrine mostrassero una collezione notevole di romanzi e saggi mi è passato per la mente solo un paio di volte di entrare dall'Ebreo fuori stagione. Quel negozio infatti non ha nulla dell'accoglienza delle moderne librerie che ti fanno sfilare tra gli scaffali con la libertà di sfogliare. Il proprietario (sarà lui l'Ebreo?) si trincerava dietro un lungo bancone di legno da dove accoglieva arcigno qualunque invasore. I libri, poi, erano allineati dietro vetrinette, inaccessibili. Come se non bastasse i volumi erano foderati uno ad uno in carta da pacchi chiusa da spago, come li si volesse preservare dal passare del tempo. Tutto ció aveva un aspetto vagamente dickensiano. Con l'Uncle Scrooge dietro il bancone era sempre un esame: impossibile entrare con un'idea vaga. Per essere considerati bisognava citare autore, titolo ed edizione. Con il rischio di trovarsi recapitata una edizione rara, venti volte più cara di una edizione di lusso bella nuova.

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Un negrone gigantesco seduto su un sedia a rotelle pesta sul suo djembé con maestria. Mica è uno di qui ritmi ossessivi e dilettanti da nuovi figli dei fiori che molestano piccioni e turisti nei parchi. Quello fa una musica che risuona sotto i portici di via Roma. Poco più in là un elegantone in spezzato, doppio petto blu braghe grigie, esce dalla sua gioielleria con l'aria di chi ha pestato una merda a piedi nudi. Subito cerca la fonte del ritmo infernale che come colonna sonora non si adatta alle storie che si fanno nel suo negozietto luccicante. Si drizza la regimental su una camicia a strisce fatta a mano con le cifre altezza milza. Poi a grandi passi borghesi va protestare dal negrone etnico. Ma si avvicina soltanto, scuote la testa nel sintetizzare un universo culturale e ritorna nell'enclave luccicante. Dietro la porta blindata la moglie con capelli finti tanti quanto quelli del marito protesta. Sta cazzo di democrazia.

Personaggi talmente banali di una storia che non ho più voglia nemmeno di finire.

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Location:Via Carlo Alberto,Turin,Italy


Ogni volta che sento notizie che riguardano un'aggressione a degli stranieri, da qualunque parte del mondo, ci guardo in faccia. Mia moglie ha una faccia decisamente mediterranea. I suoi lineamenti e i suoi colori denunciano la sua origine anatolica. Immagino che in certi quartieri di Mosca, di Copenaghen, in certi paesetti dell'Austria o della ex DDR potrebbe avere problemi. Io ho un aspetto decisamente centro-nord europeo. Potrei avere problemi in Pakistan, in Yemen, in Iran. Solo per questa faccia che portiamo.

E allora guardo le due bambine che sono nate dalla nostra unione e mi trovo a sperare per loro che la genetica le doti di colori e di linementi piacevoli ma che non possano essere ascritti ad una "razza". Spero che siano abbastanza chiare da non aver paura dei nordici e abbastanza scure da non avere paura di quelli del sud. Spero per loro di essere indefinibili, mimetiche in quelle società razziste che reputano una minaccia la variante del color carne. Vorrei che le frontiere per loro fossero aperte, e in qualunque luogo decidessero di stabilirsi, una volta cresciute, potessero sentirsi a casa e accolte. Anche se per questo dovessero rinunciare alla loro identità, alla loro storia che le ha fatte nascere sul bordo del Mediterraneo ma anche ai piedi delle Alpi. A questo mi porta a pensare la paura che la responsabilità di essere padre mi crea.

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Ho cominciato ieri un nuovo corso alla Scuola Holden con i ragazzi del Master. Il corso di chiama Lingua Matrigna. Tutto quanto parte da una considerazione: in Italia esiste un numero consistente di scrittori, che scrivono in italiano ma per i quali l'italiano non è la lingua madre. Autori come Hamid Ziarati (persiano), Nicolai Lilin (russo), Younus Tawfik (iracheno), Anilda Ibrahimi (albanese) vengono nel nostro paese e non solo si "integrano" ma ne assumono anche la lingua. Per me, che come Thomas Mann, faccio una fatica bestiale a scrivere la trovo una avventura incredibile. Da questa considerazione parte la ricerca con gli studenti. Ho proposto loro di incontrare alcuni di questi scrittori e di trovare modi originali (e digitali) di raccontare da diversi punti di vista le storie (un blog? una docufiction? un video?).


Questo progetto ha ottenuto un certo interesse da CurrentTv con la quale spero si riesca a costruire una collaborazione duratura.

Gli studenti: al solito una selva di mani avanti, di distinguo, di "cosa dobbiamo fare?" come fosse un compito della scuola dell'obbligo, di sguardi indifferenti, spaventati perfino, a parte i soliti partecipatori che quasi lo fanno di professione. Lo so, poi parteciperanno più o meno tutti e se va come le altre volte ricorderanno con piacere questo corso. Bisogna trapassare la corazza di ironico, spaventato distacco.

Neanche questa volta un "ok, figo, proviamoci". Vogliono prima capire, essere rassicurati che nessuno si farà male, che l'acqua è abbastanza calda, che il bagnino è in servizio, che le meduse sono lontane, gli squali estinti. Nessuno che chieda "da dove si comincia?" tutti che vogliono sapere "dove andremo?" Mi chiedo: nessuno riesce ad immaginare che, con la forza che hanno possono portare il corso dove gli pare a loro? Che quando nulla è definito tutto è possibile e dunque c'è posto per creare il mio solido, personale regno dove tiranneggiare incontrastato?

E di nuovo mi sento nato in un altro mondo fatto di entusiasmi violenti, di voglia di partecipare, di parlare poco e di fare tanto, di incazzarmi, di appropriarmi di qualsiasi cosa si muova, e di buttarmi a testa bassa senza compromessi o salvagenti.
Buona fortuna a tutti.

Gli scrittori che hanno accettato di partecipare sono:


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Leggere Saramago è una vera esperienza sportiva. Una delle prime regole che cambia la vita allo scrittore dilettante è quella di scrivere frasi brevi. Sono più facili da controllare. Invece lo scrittore, in barba alle regole, buone solo per gli scrittori dilettanti, si spertica in frasi lunghissime. Stile particolarmente inadatto per chi vive in casa con due gemelle di pochi mesi. La continua richiesta di attenzione, le piccole attività della logistica quotidiana impediscono la concentrazione da maratoneta che ci vuole per passare la giornata con un tipo così.


A malincuore metto da parte L'anno della morte di Ricardo Reis e mi dedico a qualcosa di più leggero. Il giorno in cui è morto il rock è morto di Chuck Klosterman (titolo originale:Killing Yourself to Live). Dal Nobel per la letteratura al giornalismo musicale (e qui mi scappa la citazione di Frank Zappa: gente che non sa scrivere, intervista gente che non sa parlare, per gente che non sa leggere). Una storia semipersonale sui morti del rock and roll scritta in quello stile tardo giovanilistico dai secchioni che alle feste non suonavano ma scrivevano per il bollettino del college. E' ormai un vero e proprio genere di scrittura, denso di parolacce, libertà espressive che nel nostro paese troviamo in riviste come Rolling Stone o Mucchio Selvaggio. Uno stile un po' decadente di adolescenti troppo cresciuti e che alla fine trovano rivoluzionario cominciare una storia con "cazzo". Però è divertente e se anche Emma vuole essere presa in braccio non interrompe un granché.


A pochi minuti dall'annuncio del Nobel per la Letteratura ecco che sui giornali comincia a circolare il dubbio. Mario Vargas Llosa merita tanta gloria? Se lo chiede (e lo chiede ai lettori) il Guardian. Nel 2006 il nobel a Orhan Pamuk fu considerato un atto politico nell'ambito dell'inclusione della Turchia nella squadra occidentale. Il nobel a Herta Muller venne considerato un atto politico a favore delle minoranze di tutto il mondo. Oggi, prima ancora di considerare il valore letterario dell'opera dello scrittore e politico peruviano si "valutano" i valutatori. Segno che il prestigio del premio (o dei premi in generale?) è fortemenente messa in discussione.

Aspettiamo domani, con il premio Nobel per la Pace, altro premio molto questionabile, che annovera la candidatura di internet. Una vera baggianata degna di questi tempi superficiali.

Un bell'articolo di Gianluigi Ricuperati sul coraggio di essere editori anche nell'era della partecipazione:

Prendete i media generalisti che ancora funzionano, che ancora contano per la vita delle persone, tanto quanto Anobii importa ai suoi frequentatori (per esempio le riviste femminili), e sostituite l’assurda abitudine di segnalare le novità col manuale Cencelli (una settimana a un editore, quella dopo a un altro) con la passione devastante e selvaggia di un critico che sceglie. E che, come ogni impresa capace di lasciare un segno, sa inventare il proprio pubblico.

Qui tutto l'articolo

Una delle risposte che gli amanti dei libri hanno dato al progressivo abbandono da parte dei media della critica ‘responsabile’ (cioè che si assume il rischio di scegliere, e lo fa avvalendosi di intellettuali di professione chiamati critici, persone che hanno naso e sanno distinguere il grano dal loglio) sono i cosiddetti ‘social network editoriali’. I social network sono, per usare la magnifica espressione coniata da Teilhard de Chardin, noosfere fatte di parole, immagini, emozioni condivise, racconti individuali, microfisica del quotidiano e consigli per gli acquisti.


Ecco, lo sapevo. Non fai a tempo a vedere qualcosa di nuovo che diventa rapidamente una moda. Dopo Pike, Stein, Veronesi (ne ho parlato in questo blog) anche Andrea De Carlo si ciementa con il social network anticipando missssteriosamente pezzetti del suo nuovo romanzo. Ma il risultato è pessimo. Un'occhiata qui:



Adesso, sinceramente: comprereste il libro?

Più interessante l'operazione su Tumblr, nella quale grazie ai tag lui, lei è possibile sezionare i due protagonisti. Persiste però il problema della scarsa attitudine alla narrazione che, invece di far apparire una storia a pezzi che posso completare solo legendo il libro, l'impresione è quella di essere di fronte ad una serie di aforismi neanche tanto sconvolgenti.

Lui: Quello che continua a piacergli di più in un aeroporto è la dimensione dell’attesa.

Lei:Vorrebbe solo che questa situazione durasse indefinitamente, la notte si estendesse al di là dei confini del tempo e delle possibilità ragionevoli.


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Non c'è dubbio che Martin Amis sia un fottuto, ricco figlio di papà, discendendo da quel Kingsley Amis, commediografo poeta, comunista, laburista, conservatore, anticomunista, adultero e bevitore.
Una condizione che pur non negandogli una certa notorietà letteraria lo poteva far diventare uno di quegli autori abituati a disquisire sulla punta delle proprie scarpe essendosi risparmiati le durezze della vita che, come si sa, forgiano. E invece il ragazzo (classe 1949) è bravo. Non solo per talento ma anche per una innata curiosità nell'esplorare i generi. Come con la semi-biografia storica di Stalin con Koba il Terribile o la riflessione sull'11 settembre con il Secondo aereo.

La freccia del tempo è un'esperimento straordinario. Una storia raccontata alla rovescia: Tod T. Friendly riemerge "dal più buio dei sonni" e rivive la sua vita proprio come una moviola in reverse.(Da leggere assolutamente la seduta in bagno rivista al contrario, che finisce con l'acqua del cesso completamente limpida)
Il risultato è esilarante e preoccupante allo stesso tempo. Ma non è solo un esperimento di letteratura è anche una storia con un personaggio complesso e disturbante che si ricostruisce pezzo a pezzo. O si "scostruisce".


Young-Hae Chang Heavy Industries è un duo formato dall'americano Marc Voge e dal coreano Young-Hae Chang.

I due creano esperienze letterarie animando versi, racconti e dialoghi su una base musicale (molto spesso jazz).


La visione è totalmente passiva e spesso forsennata: per riuscire a leggere le parole e i dialoghi innestati nel ritmo della musica bisogna sottoporsi ad una vera e propria attività sportiva. Ma alla fine è un'esperienza. Alcuni versi si riescono solo a smozzicare, altri rimangono lì a farsi ammirare, pezzi di dialogo come quelli catturati nella folla della metro. Qualcosa rimane, molto immaginato, molto solo intuito. Da capire:


Young-Hae Chang Heavy Industries

(Grazie a Junglejuliasquinzialove per la segnalazione)


Dopo diecimila anni di scrittura doveva capitare, prima o poi, che si cominciasse a ri-scrivere. Confrontarsi con il passato, con la massa corposa delle storie riununciando per un momento a inventare qualche cosa di nuovo. Credo che Save the Story vada in questa direzione. Save The Story è una inizativa di Scuola Holden e La biblioteca di Repubblica l'Espresso. L'idea è quella di riscrivere alcuni grandi classici per renderli interessanti ai bambini.

Si cominica con Don Giovanni riscritto da Alessandro Baricco. La prima volta che ho sentito del Don Giovanni ho pensato: che scelta del cavolo. Non c'era un altro titolo nella letteratura che potevano essere adatto ad un pubblico così giovane? Che ne so Moby Dick, Don Chisciotte, persino Garagantua e Pantraguel che a suon di sonore scoregge avrebbe divertito i ragazzini. In effetti gli altri titoli sono comprensibili: Umberto Eco, confermando il suo personaggio di secchione rivoluzionario, si confronta con I Promessi Sposi, Stefano Benni con Cyrano e Camilleri con Gog'ol. E invece Baricco punta sulla storia di questo trombeur des femmes impenitente e ingordo. Insomma, il catalogo è questo. Eppure, a pensarci non è una scelta peregrina. I bambini anche molto giovani sono ormai immersi in una atmosfera di riferimenti sessuali molto intensa. Le serie televisive come Il Mondo di Patty o Flor hanno personaggi molto maturi per la loro età, per nulla ingenui rispetto ai richiami erotici. I cartoni animati con le lolite giapponesi innamorate o transgender (come Ranma Mezzo)

E così è il caso di cominciare ad affrontare certi argomenti più presto. Il Don Giovanni mi sembra un buon punto di partenza. E il risultato sembra interessante. La storia è avvincente, comprensibile, il libro ben confezionato, ben illustrato e il prezzo più che ragionevole. Prossima prova: lo leggerà Sofia e ne parleremo (è il primo libro che compriamo insieme).




Che cos'è un caffè leggermente lunghino?

Come si fa un " più latte che macchia?"

Perché alla ragazza che viene qui tutti i giorni il cappuccino viene servito in un bicchiere di plastica?

Perché l'uomo con il giubbotto due taglie più grandi cerca sempre qualcuno a cui offrire il caffè?

A chi scrive la rossa riccia tutte le volte che esce dal bar? O sta cercando di diventare sindaco di questo posto su Foursquare?






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La storia in una faccia


Ho adottato per un certo periodo la faccia di Sakineh sul mio profilo di Facebook. È attivismo politico? O solo un modo per lavarsi la coscienza?

Ne discuto qui Cambio il (mio) mondo con la faccia di Sakineh

Interactive fiction non è più una novità e si comincia a veder emergere un genere con le sue regole.

Hell Pizza è una catena di pizzerie a domicilio neozelandese. Una recente campagna di branding ha utilizzato un esempio piuttosto semplice ed efficace (1.724.325 visualizzazioni) di interactive fiction, utilizzando video di YouTube.

Un mondo invaso dagli zombie, Steve, il ragazzo dele pizze deve consegnare una pizza ad una prosperosa bionda rifugiatasi su un container. Alla fine di ogni scena all'utente viene chiesto di scegliere tra due opzioni per continuare il suo percorso. La scelta sbagliata porta alla morte.

Si parte da qui

Funziona? Vediamo:

1. Citazione citata (!) da Veronesi (l'autore è Chandler) Se un uomo si sveglia fluttuando sospeso a 50 centimetri da terra, ciò che mi interessa non è perché è successo, ma cosa farà ora.
(+) HellPizza comincia con la lotta contro gli zombie (senza dirci perché sono diventati tali: simple to the point)

2.Se è interattivo non vedo l'ora di metterci le mani.
(-) Il primo episodio dura 3:59. Troppo lungo, sforbiciare, sforbiciare.

3.La storia deve essere semplice. Le opzioni che mi si propongono alla fine della scena sono per forza semplici (giro a destra, giro a sinistra; faccio entrare - non faccio entrare). Una storia complessa e sfaccettata fa sembrare opzioni così semplici fuori contesto.
(+) Un tizio deve consegnare la pizza attraversando un mondo di zombie.

4.L'interfaccia di YouTube non è un cinema: è piena di distrazioni. Un'immagine vale più di mille parole.
(-) Dialoghi piuttosto lunghi e a volte senza sbocco. Ecco dove si può sforbiciare.

5. Non è un racconto ma un gioco che usa un racconto. Le regole vanno dichiarate subito, se no non si riesce a giocare.
(+) Nella prima scena appare il contesto, tutti i personaggi e l'obiettivo.

Da questo assunto ricaviamo il punto numero:

6. La differenza tra gioco e narrazione è che la narrazione procede per episodi, il gioco per obiettivi. Dunque è importante far capire a quale obiettivo tendono i protagonisti.

(+) Steve, consegna pizza, zombie in mezzo.


Il nuovo romanzo di Sandro Veronesi X-Y viene annunciato con una campagna "virale". Gli indizi della storia (un thriller ambientato in un paesino del trentino - Borgo San Giuda) sono stati disseminati nei canali del Web 2.0.

Si parte da un sito con la ormai classica interfaccia da realismo socialista che rappresenta la scrivania dell'investigatore dove gli indizi sono disseminati. E poi Facebook e Twitter e YouTube (vedi sotto), insomma tutta la famiglia.

Niente di nuovo se non che il mondo editoriale italiano sta cominciando a capire che il pubblica va cercato (come dice Maurizio Costa di Mondadori e anche Veronesi in una intervista su Radio24) anche tra gli internauti usando un linguaggio diverso da quello della liberia e dei librai.

Nella citata intervista a Radio24 il conduttore Luca Mastrantonio (Time Out, Domenica ore 9.30) afferma che sia la prima volta che il web è usato in questo modo per promuovere la letteratura. Forse in un modo così completo e con un budget importante, sono d'accordo. Ma esistono molte altre esperienze. Per due delle quali sono testimone diretto. I libri, magari meno prestigiosi e il budget molto minore data la naturale avversione degli editori per le novità nella comunicazione ma, sia L'arte di correre sotto la pioggia di Garth Stein (Piemme) e Wings di Aprillynne Pike (Sperling e Kupfer) hanno avuto la loro parte di promozione sul social network. Una campagne sia teaser (si poteva "parlare" col protagonista ben prima che il libro fosse uscito, sia dopo per raccogliere le impressioni dei lettori) Ora vediamo come va avanti la campagna per XY e se ne riparlerà.




C'è un'indubbia voluttà nel primo capitolo del Ventre di Parigi di Emile Zola. L'uomo affamato che si avvicina a Parigi galleggiando sul fiume di derrate alimentari che ogni mattina giungono a sfamare l'appetito della metropoli. La voluttà decolla se la stessa tecnica viene innestata in un ambiente da record. Snuff di Chuck Palahniuk si apre con il backstage del record del porno: la diva al tramonto Cassie Wright si concederà a 600 partner. Ecco che la verdura di Zola si trasforma nella processione dei 600 verso un ventre, non quello di Parigi ma quello della signora Wright.

"on the floor plastic wrapper from candy bars and condom, bit and chewed open"

"asian, black and spic dudes. A wheelchair dude. Something for every market segment."

Ps. É un'invalsa abitudine dell'editoria anglosassone pubblicare le critiche positive che scrivono i critici. Forse sarebbe il caso di ragionare sull'autorevolezza di certe testate: la mia edizione di Snuff esordisce con il Rocky Mountain News...

Come lo chiamiamo?

Digital Storytelling

(non è legato al racconto orale messo in digitale?)

Interactive Fiction

(lo ammetto questo è il top della Top Ten, anche se non sono ten. C'è l'interazione e quindi non necessariamente digitale e la fiction. Però ci potrei pure fare un documentario così...)

Narrativa digitale

(italiano, è dinuovo digitale, un po' provinciale?)

Interactive Narrative

(l'allitterazione mi ingavina la lingua e fa pure rima, bocciato)

Walking Cinema

(non è mio ma di questi qui. e poi parla solo di video e geolocalizzazione)

Performing Media

(nata dall'infaticabile penna di Carlo Infante la definizione ha più a che fare con il teatro e ele arti performative che non la vera e propria narrativa. in questo caso si tratta di chiudere il campo piuttosto che aprirlo troppo)


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Maurizio Costa, quindici anni alle redini di Mondadori. L'innovazione sono gli ebook? Non direi, ma è un passo in avanti.

«Intanto innovazione nel mercato. Nel passato c'era un'egemonia, un rapporto gerarchico tra prodotto e lettore nella quale guidava il prodotto. Oggi il rapporto si inverte perché il lettore ha molto più potere, è bombardato da proposte e suggestioni, può scegliere. A noi tocca il compito di raggiungerlo e proporgli quello che cerca. L'altro giorno leggevo su La Stampa un articolo di Guido Ceronetti in difesa dei giornali. Mi ha colpito un passaggio. Diceva: torniamo agli strilloni. E questo è il punto: dobbiamo andare a cercare i lettori».

Elappolittica? Non ce n'è.

Intervista su La Stampa

Dare giudizi

Si discute parecchio sulla possibilità di dare giudizi sul contenuto di ciò che viene pubblicato sulla rete. Le stelline, i voti, mi piace o non mi piace sono spesso insufficenti ad esprimere il proprio sentimento e molte ragioni (timidezza, difficoltà a scrivere, scarasa conoscenza della lingua, riservatezza) spingono a nonc ommentare. Ai TED Talk hanno creato un modo semplice di esprimere la propria opinione che qui presento.

In primo luogo una serie di parole chiave dalle quali scegliere con un click:
Il risultato delle votazioni globali viene rappresentatao da una cloud.


Semplice, sufficientemente approfondito, non intrusivo.



What's relevant to a society is how well people are communicating their ideas, and how well they're cooperating, not how clever their individuals are.

Bianco, caucasico, trentacinque-quaranta anni. Ordinato, pulito, con gli occhiali. Lucido, cosciente. Seduto al dehor del ristorante cinese chiede: cos'è l'involtino primavera?


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Location:Corso Francia,Turin,Italy

Interactive Fiction

The Future of the Book. from IDEO on Vimeo.





Keith Stuar
t del Guardian: Adattare la letteratura pensata per il libro è solo una minima parte di quello che si può ottenere dalla relazione tra narrativa e strumenti digitali. È un punto di partenza, una tradizione che nuovi narratori, svincolati dal libro possono conoscrere per creare qualcosa di completamente nuovo.


Is interactive fiction the future of books?


"(...) quando divenne chiaro che in letteratura non me la cavavo e che scrivevo terribilmente male Aleksej Maksimovic (Gor'kij) mi mandò a fare apprendistato tra la gente. Ed io per sette anni - dal 1917 al 1924 - feci il mio apprendistato tra la gente. Durante quel periodo fui soldato sul fronte rumeno, poi prestai servizio nella Ceka, al Commissariato del Popolo per l'istruzione, nelle spedizioni di approvvigionamento del 1918, nell'armata del Nord contro Judenic, nella prima Armata di cavalleria, nel Comitato regionale di Odessa, il cronista a Pietroburgo e a Tiflis e via dicendo. E soltanto nel 1923 imparai ad esprimere i miei pensieri in modo chiaro e non troppo prolisso. Allora ripresi a scrivere"


Dall'autobiografia di Isaac Babel' (1924)


Chissà perché ma quando ho cominciato a leggere questo romanzo di Carlo Fruttero mi è venuto in mente Gran Torino di Clint Eastwood.

Quando ho visto quel film ho pensato, ecco il testamento del vecchio Faccia-di-Cuoio. Ero convinto che sarebbe stato il suo ultimo film, la summa, un po' ironica, un cerchio che si chiude sui quei personaggi ruvidi di Segio Leone e Callaghan.

E anche in questo romanzo di Fruttero (spaiato dal suo Lucentini suicida) mi è sembrato un gioco che mettesse in pratica tutte quelle abilità tecniche imparate in settant'anni di attività letteraria. Come a tirare le fila. All'inizio sembra un gioco un po' intellettuale come gli Esercizi di Stile di Queneau (nume tutelare di quella generazione lì alla quale appartiene anche Fruttero). E invece la storia diventa avvincente. E Fruttero non ha smesso di scrivere.

Foravìa (Dario Voltolini)


È giusto e sano conoscere l'autore di una storia? Che domanda! Può capitare. E se capita bisogna godersi l'influenza che il contatto personale può esercitare sull'esperienza della lettura. Insomma leggendo Foravìa il trittico che Dario mi ha regalato, non riesco a levarmi dalla mente la sua faccia.

La sua scrittura contiene un aroma di magico quotidiano, quella meraviglia che ti prende quando alzi la testa e scopri che il balcone della casa di fronte alla casa che hai abitato per una vita ha affreschi misteriosi e bellissimi. In questo ambiente mi è facile immaginare Dario, lui medesimo, che zampetta con quella sua figura vagamente babbonatalesca tra gli spazi semiabbandonati di una gloriosa fabbrica in declino (primo
racconto).



Dario ha un'altra caratteristica che gli invidio. Riesce a raccontare delle cose banali come fossere davvero degne di essere raccontate. Avevo in un'audiocassetta TDK D90 la registrazione di straforo di un pezzo di Francesco Guccini diventato ormai celeberrimo che diceva:
"C’erano dei libri come ‘Sulla strada’ di Kerouac: ‘partimmo John, Dean e io, sulla vecchia Pontiac del babbo di Dean, e facemmo tutta una tirata da Omaha fino a Tucson’.
Poi lo giri in italiano e fa: ‘partimmo sulla vecchia millecento del babbo di Giuseppe, e facemmo tutta una tirata da Piumazzo a Sant’Anna Perago’. Non e’ la stessa cosa, gli americani ci fregano con la lingua"

Eppure leggendo di quei posti lì come li racconta Dario, mi dico che in fondo il mito, se lo vogliamo, lo costruiamo anche qui, tra bealere (*), l'archeologia industriale del canavese e i caselli d'autostrada.




(*) Si, si, bealere, non è un refuso. Dicasi di fossi per l'irrigazione dalle nostre parti.

Il rogo dei libri


Il libro, come oggetto, ha sempre avuto un forte valore simbolico. Il rogo dei libri è stato per secoli un potente gesto di aggressione. L'inquisizione, il nazismo e il pittoresco reverendo Jones che vuole bruciare il Corano tanto per regalare un alibi a tante teste calde nel mondo. Ma non ci sono solo i roghi (che poco sono serviti per far sparire le culture) che minacciano l'esistenza dei libri.

Lo dimostrano i numerosi articoli che parlano della difficoltà di considerarli ancora un mezzo adeguato e testimone del contemporaneo.

La vera fine dei libri (segnalato da Andrea)

I libri moriranno da soli perché troppo lunghi e senza più l'aura sacrale che li circondava

Lost art of reading

La difficoltà del book columnist del Los Angeles Times a finire un libro

The fallen status of books

Hard times for hard covers