Il diario di Lev M., rivoluzionario di inizio secoloXX, incaricato di uccidere un temuto ministro zarista soprannominato il Pescecane. A starci vicino persino i nemici più acerrimi rivelano un lato umano difficile da ignorare.

Si sente ancora un po' l'aroma di quella letteratura ottocentesca di stampo moralistico che sull'onda di Zola ha provato a dare un senso "politico" alla letteratura. Per il resto Irene Nemirovsky è una scritttrice del tutto contemporanea. Contemporanea ad un inizio secolo che è stato la forgia dei cent'anni e più che sono seguiti e quindi contemporanerea anche ai nostri anni. Nella violenza nichilista antizarista dei primi anni del novecento ci sono tutti gli ingredienti della guerra contemporanea: l'assassinio politico, le contrapposizioni insensibili, i kamikaze, lo struggimento e i dubbi dei contendenti, una realtà quasi sempre amara fatta di oppressione e incomprensione.

Il periodo che è stato la culla che ha partorito le due guerre più devastanti della storia dell'umanità (in termini morali) e quello che Hobsbawm ha chiamato il secolo breve i cui primi cinquanta anni hanno grondato di violenza insensata.

Un mondo ideologizzato del tutto insensibile che, per coerenza, ha ucciso la stessa Nemirowsky, ebrea di origine e russa ad Auschwitz, solo perché il governo francese si era ostinato a considerarla "apolide di discendenza guidaica" sebbene si fosse convertita e sebbene vivesse in francia dai suoi quindici anni.


All'età di dodici anni avevo deciso di convertirmi. Dal cattolicesimo ereditato dai miei genitori all'ebraismo. Ero infarcito dei racconti di Isaac Bashevis Singer, Samuel Yosef Agnon, dell'Antico Testamento, enormemente più affascinante del melenso Nuovo Testamento del libro del catechismo.

Averi voluto scoprire che mio padre, dal naso camuso, nascondesse un misterioso segreto, magari membro occulto dell'haganah durante la guerra. Speravo che la nostra famiglia, magari galiziana, ma comunque askenazita avesse perso le sue origini per qualche storia intricata.

Ero talmente deciso che un tardo pomeriggio, dopo un'intera giornata di struggimento, uscii di casa e raggiunsi la fermata dell'autobus. Sul TuttoCittà avevo trovato l'indirizzo della Sinagoga. Sempre sul TuttoCittà, ormai il libro sacro, avevo anche trovato il bus giusto. Il sessantadue barrato, se non sbaglio. Acquistai il biglietto, andata e ritorno perché sarei comunque tornato a spiegare. E salii sull'autobus. Per tutto il tragitto immaginai con un groppo alla gola l'incontro con il rabbino. Il rabbino lo immaginavo come un vecchio chassid con la barba lunghissima e l'accento yddish. Niente gente giovane. Sono sempre stato piuttosto timido e la sola idea di suonare alla canonica (si chiama così?) della sinoagoga e parlare con la perpetua (si chiama così?) mi faceva mancare il respiro.

Quando l'autobus incominciò ad inoltrarsi nella più industriale delle periferie ebbi la mia illuminazione. La sinanoga, stava accanto alla stazione di Porta Nuova, in pieno centro. In via Pio Quinto. Io mi stavo dirigendo con fiera compostezza verso via Pio Settimo, alla preiferia sud della città. E il sole era ormai tamontato. La via Pio Settimo aveva allora una pessima fama. L'autobus si fermò al capolinea, accanto ad un prato incolto circondato dai casermoni dell'edilizia popolare. Rimasi sull'autobus nell'attesa che ripartisse. Io e l'autista ci guardammo. Anche lui non si fidava a scendere. Dopo una ventina di minuti in quel silenzio serale l'autobus ripartì e in una trentina di minuti mi riportò alla base. Non provai mai più a cambiare religione. Più tardi mi limitai a rottamare quella che avevo ricevuto in eredità.

Uno scambio di cadaveri


La storia della morte di Bruno Schultz è tra le più indicative. Ebreo in quel pezzo di mondo che avrebbe potuto essere misto e tollerante e invece ha preferito essere uno stagno di sangue (la sua città natale Drohobic era nella Galizia allora austriaca oggi ucraina, lui polacco e anche ebreo).


Grazie alla conoscenza del tedesco si salva dal ghetto e lavora per un ufficiale SS. Tornando a casa il 19 novembre 1942, un altro ufficiale tedesco lo fredda in mezzo alla strada. La ragione? Il suo datore di lavoro aveva ucciso l'ebreo personale del'ufficiale che per pareggiare i conti fa fuori Bruno Schulz. Uno sgarbo, una piccola cattiveria. Un biblico occhio per occhio, dente per dente.

Così ci hanno portato via un sacco di voci insostituibili. Insieme a Bruno Schulz, se ne vanno Irene Nemirovsky, Walter Benjamin (di cui nessun nazista può essere accusato della morte direttamente, certo, ma la persecuzione che porta la suicidio è una colpa. E grave) Etty Hillesum, Anna Frank, Jozef Capek (inventore della parola robot) e Max Jacob.

In cambio ci rimane il magro bottino di un derelitto Céline e un ormai dimenticato Knut Hamsun, norvegese

Il Messia sbagliato


Mia moglie, di padre alevi (sciita) e madre sunnita è andata a vedere la Sindone esposta nel Duomo di Torino. Un'esperienza di rara efficienza. Posti prenotati, percorso definito, nessuna coda malgrado saranno circa due milioni i visitatori (credenti e no) che visiteranno le navate della cattedrale di San Giovanni Battista per vedere la Sacra Sindone. Un'esperienza che poco lascia al misticismo: un video esplicativo, una brochure in diverse lingue per la preghiera dedicata alle sofferenze del nazareno e delle guide gentili ma sollecite.


Ben diversi i miei di ricordi come visitatore all'ostensione del 1978. In quel tempo ero un bambino di 11 anni e ciò che è restato di quell'esperienza è un sacro terrore e il senso di mistero. Due sentimenti che ben si addicono all'esperienza religiosa. Il sacro terrore è causato dalla folla. Nella piazza di fronte alla cattedrale si erano riuniti migliaia di fedeli che ondeggiavano stretti l'uno all'altro. Io, bambino, me ne stavo stretto a mia madre guardando il piccolo fazzoletto di cielo che riuscivo a vedere. Un senso di oppressione che non faceva respirare, l'odore forte del sudore e la sensazione di non poter stare in piedi un altro momento ancora.

La folla ci trascinava lenta dove voleva. Sentivo mia madre lottare. Poi un freddo improvviso e pungente, la discesa della luce mi avvertirono che eravamo riusciti a guadagnare l'entrata della chiesa. In pochi minuti il fiume melmoso di gente ci portò di fronte alla sindone inquadrata.

Di qui il senso di mistero. Guardavo e non capivo. Un gigante di più di quattro metri incombeva. Riuscivo a distinguere solo i segni netti delle ginocchia e, stranamente, delle scapole. Mi avevano detto che si sarebbe vista la faccia di Gesù ma lì illuminata in quel modo riconoscevo solo le grosse rotule. E poi, poteva essere così grande un essere umano, sebbene figlio di Dio? La gente si sarebbe insospettita. Come fervente frequentatore di catechismo sapevo delle anomalie della Bibbia, come, ad esempio la abnorme longevità dei protagonisti dei primi libri. Adamo visse novecento trenta anni, ottocento novantacinque Maalaleel, Mathusalem novecento sessantanove. Di giganti si parlava nella Genesi. Ma che Gesù...

Una sollecita guida ci spinse fuori. Deluso mi avviai. Ma ad un'ultima occhiata ebbi la mia rivelazione. Non avevo capito niente. Del resto nessun video esplicativo mi aveva preparato. Quello che avevo riconosciuto come le ginocchia e le scapole erano solo i rattoppi dell'incendio del 1532. La figura umana era in mezzo, molto più flebile, un uomo appena accennato. Lottai per fermarmi ancora un poco per vedere la vera Sindone ma fui trascinato via. Così nella mia unica occasione per vedere la Sindone osservai solo i devoti ricami di suore addolorate.

Combattere senza Combattere


Furono circa 70.000 gli uomini che durante la Seconda Guerra Mondiale chiesero, negli Stati Uniti, lo status di Obiettore di Coscienza. Mennoniti, quaccheri ma anche pacifisti di ogni religione vennero dirottati al servizio civile.

Trentasei di essi vennero selezionati dall'Università del Minnesota per quello che venne conosciuto come il Minnesota Starvation Experiment. L'esperimento era guidato dal dottor Ancel Keys che aveva creato la celebre Razione-K, una razione alimentare d'emergenza pensata inizialmente per paracadutisti e commandos, poi adottata da larga parte dell'esercito.

L'esperimento intendeva valutare le conseguenze fisiologiche e psicologiche sulle persone sottopopste ad un regime alimentare gravemente insufficiente. Il progetto intendeva creare linee guida per la riabilitazione di molti dei rifugiati ed ex internati che ine Europa e in Estremo Oriente stavano diventando la pesante eredità dei totalitarismi fascisti.

Il calvario degli uomini cavia durò dal novembre 1944 al dicembre 1945. Le risultanze vennero pubblicate soltanto nel 1950. Tardi per portare sollievo ai milioni di denutriti della guerra.


Dopo una breve vacanza dal progetto di racontare la Seconda Guerra mondiale vista dagli occhi di un cameriere (che per una sequenza di fortuti eventi è pure mio padre) ritorno sul tema con un atto di coraggio.

Dopo Nick Cave e Luca Castellano mi rituffo in quei tempi là con un poderoso tomone di mille e fischia pagine scritte da un prolifico autore americano dal nome indiscutibilemnte germanico: William Vollman.

Europe Central promette di essere una sorta di affresco generoso e affollato di quel periodo che ha visto la fortuna di due totalitarismi di colore diverso. Il Rosso e il Nero.

Avendone letto finora appena un dieci per cento la sensazione è buona, come quella del maratoneta in buona forma. È probabile che arriverò alla fine.

Il racconto fluente infarcito di un sacco di personaggi veri: Achmatova, Shostakovic, Kollwitz. Mi dà quella gradevole sensazione di imparare qualcosa. Perchè come lettore sono un po' calvinista.

Queste prime cento pagine mi mettono di fronte ad un dilemma che mi ha acchiappato durante al redazione della pagina quasi deucento del mio manoscritto familiare. La Storia, la si può riscrivere? Ovvero se non sei uno scienziato della storia, ti puoi prendere delle libertà narrative a partire, però, dalla Storia assodata? Insomma se Vollman ci racconta degli sturbi di Shostakovic, io posso prendermi libertà sul personaggio papà? È lecito corrompere la sua esistenza in una narrazione i cui particolari possono non corrispondere? Si può completare ciò che la sua memoria ha cancellato o neppure registrato?

Mi piacerebbe vedere l'operazione che ha fatto Helena Janeczek per la morte di sua madre ad Auschwitz in Lezioni di Tenebra. Ma il libro è uscito dall'orizzonte e con le biblioteche io...

L'intuito dice di sì. Ma chissa dove si va a finire.


Se Napoli avesse un regista come Paolo Virzì tra le sue glorie cinematografiche allora si troverebbe in questo romanzo una sceneggiatura già bell'e pronta. Il protagonista somiglia tanto a quella ordinaria gioventù normale che il regista toscano riesce a trasformare in storie e epiche e profonde.

La storia di Paolo Maria campione della pallanuoto è due volte corale. La prima perchè scritta a quattro mani, la seconda perchè si dipana attravreso gli occhi di una serie di personaggi. Un Rashomon in salsa partenopea che comprime in una lunga corsa fino alla cima del Parco Virgiliano a Posillipo l'esistenza malinconica di un campione di pallanuoto. In entrambi i cori la coerenza è perfetta. Non una nota stonata.

Una lunga corsa su cui si indugia come quella lunga cavalcata a bordo della Vespa di Caro Diario di Nanni Moretti, tra i boschi di Casalpalocco, la Garbatella, il Tufello. Posti che divenato mitici pur non essendo l'Arizona.

In un concerto Francesco Guccini diceva:

"C’erano dei libri come ‘Sulla strada’ di Kerouac: ‘partimmo John, Dean e io, sulla vecchia Pontiac del babbo di Dean, e facemmo tutta una tirata da Omaha fino a Tucson’. Poi lo giri in italiano e fa: ‘partimmo sulla vecchia millecento del babbo di Giuseppe, e facemmo tutta una tirata da Piumazzo a Sant’Anna Perago’. Non e’ la stessa cosa, gli americani ci fregano con la lingua"

Ecco, ci sono dei libri , e film che pur parlando della nostra povera, quotidiana esistenza di nazione di provincia riescono a generare un mito, un senso universale di un posto. E così non è Tucson ma Posillipo, non è Holden Caufiled che si chiede dove vanno le oche di Central Park d'inverno ma la storia di nufìgliebbucchìn delle nostre parti.


Luca Castellano, Andrea Di Falco, La Fine degli Affanni, Mursia



Che Nick Cave se la cavasse a scriver canzoni già lo si sapeva. Ma che fosse pure un romanziere di spessore è stata una bella sorpresa. Un padre e un figlio alla sopravvivenza, un po' come in The Road di Cormac McCarty, ma qui il disastro non sta fuori ma sta dentro l'umanità dolente. Tre generazioni di Bunny si contendono una esistenza cruda, amara e piena di disincanti. Una avventura picaresca sulla punta di sigarette e bottiglie di scotch con un finale su un palcoscenico degno del più sontuoso Kusturica dei bei tempi.







Questa è una meta-recensione, un modo elegante per dire che il libro non l'ho mica letto.

Ecco un altro punto a favore dei libri. I libri sono cose. E in quanto cose raccolgono polevere, tracce e altre storie. Gli ebook e i testi sulla rete sono inchiavardati un una struttura iper razionalista che non lascia nulla (o quasi) al caso. Non ci sono (ancora) esperienze come quella delle bancarelle nelle quali è il libro a chiamarti.

Non esiste il concetto di libro usato. Non puoi lasciare tracce sul testo digitale. (Bè sì, si protrebbe fare una applicazione così).

Oggi appena dopo pranzo faccio due passi fino all'angolo con via Cernaia, dal Gorilla, una libreria all'aria aperta estate inverno, i cui scaffali sono concrezioni sui pilastri dei portici via Cernaia, Porta Susa) e incontro La Morte di Bunny Munro. Un libro già in qualche wishlist (ho sempre il terrore di averli già comprati questi libri tanto desiderati).

Insomma adesso sono immerso, per ragioni redazionali, nella fine della seconda guerra mondiale e questo sarebbe una distrazione mica da poco. In più Luca Castellano mi ha mandato il suo romanzo e voglio leggere anche quello...



Ma i libri sono cose e le cose raccolgono la polvere, tracce e altre storie così nell'ultima pagina trovo la recensione di un anonimo lettore del libro stesso. Una traccia. È quasi più per poter leggere la recensione in santa pace che decido di comprare il libro.