Trentacinque inteviste a reduci della seconda guerra mondiale (civili e militari) sul loro momento più drammatico. Laurence Rees è un giornalista documentarista che per vent'anni ha cercato di comprendere la Seconda Guerra Mondiale dal punto di vista delle persone semplici che l'hanno vissuta. I più toccanti tra gli incontri fatti in questi anni sono raccolti in brevi capitoli di tre quattro pagine molto intense.

Acquistalo su Amazon.co.uk




Alla fine degli anni trenta, la strisciante persecuzione del poeta russo Osip Mandel'stam ad opera dello stalinismo più in forma.

Robert è il papà del più noto Jonathan (Le Benevole) che si è occupato di nazismo. Romanzo corale per eccellenza, le voci di coloro che conobbero il poeta e il poeta stesso raccontano gli ultimi atti della sua distruzione dopo la pubblicazione dell'Epigramma a Stalin, una brutta poesia che denunciava la tragedia della collettivizzazione forzata.

Sottile rappresentazione dell'annullamento.


Io che ho giocato con Stalin








Mi accorgo che ai miei tempi giocare era una cosa seria. Credo che gli anni settanta siano stati gli anni d'oro dei soldatini. La scelta era davvero infinita. Tanto che dal settembre 1972 i bambini poterono giocare con le serie della Atlantic che inscatolati in ordine contenevano, oltre ai vari corpi d'armata, anche temi quali "La marcia su Roma - Mussolini - Le Camicie Nere", "Hitler e le Camicie Brune", "Mao - Rivoluzione cinese" e soprattutto "Lenin, Stalin e la rivoluzione russa". Quest'ultima che ho posseduto personalmente conteneva oltre ad una serie di combattenti armati di mitragliatrici, fucili e mortai anche Lenin e Stalin in persona. I due erano una presenza ingombrante. Tanto quanto Stalin con il cappottone dalla parvenza militare in un gesto che poteva assomigliare a quello di un ufficiale lo si poteva destinare alla prima linea, ma il povero Lenin in un borghese doppiopetto intento, probabilmente a comiziare proprio non sapevo che farmene in combattimento.

Da una recensione:
"Centrepiece of the set are the figures of Lenin and Stalin, both of which look to be making speeches. Lenin appears in his normal suit, whereas the Georgian Stalin wears his preferred traditional gymnasterka under an overcoat. Both are pretty good attempts at portraying these men."



Sui gelidi campi dell'antica capitale che fu schiavista, la pattuglia della invitta nazionale nordcoreana ha arginato con orgoglio e sacrificio il dilagare della rappresentativa capitalista sudamericana, avamposto dell'imperialismo delle multinazionali.

A nulla è valsa la gretta politica plutocratica degli ingaggi di fronte alla indomita volontà del proletariato guidato dal Caro Leader che, dalla lontana capitale, ne ha forgiato lo spirito combattivo e lo spregio alla resa. Mossi da un puro desiderio nazionale e socialista la pattuglia eroica ha sacrificato su quei campi battuti dal gelo ogni goccia del proprio sangue per il trionfo dell'ideale popolare.

Soltanto due momenti di alterna fortuna non sono bastati a piegare la volontà ferrea del proletariato giocante che ha rintuzzato colpo su colpo le offensive della compagine imperialista e traditrice dei valori popolari. La bandiera della socialismo è stata infine onorata da un risultato che ha dimostrato che la volontà comune è il più forte tra i combattenti in campo.

Rituali



Per me che sono nato in una piccola città l'entrata in Istanbul attraverso la Ankara - Edirne è un rituale. Faticoso e solenne. L'aeroporto sta in Europa, la casa in Asia. Ogni volta che torniamo è necessario accodarsi allo sfiancante corteo che attraversa la città. L'autostrada parte dalla più grande città della Tracia, l'unica regione completamente incastonata nel continente europeo. Edirne. E termina nella capitale piantata in mezzo all'Anatolia. In tutto sono circa settecento chilometri, una quarantina dei quali costeggiano Istanbul e i suoi dodici milioni di abitanti. Si procede ad una lentezza esasperante accompagnati dal rauco verso dei mezzi di soccorso. La città appare come l'immagine di una tempesta marina pietrificata con onde gigantesche gonfie di case. Le prime onde ad Habipasha. Poi, dopo Taksim, comincia il dubbio: primo ponte o secondo ponte. Perché a portare in Asia ci sono solo due ponti nei quali si incanala tutto il traffico. Un enorme imbuto rantolante e rovente.

Swearing

But i want to emphasize The therapeutic properties of The four letters word (fu*k). All those who have truly grieved know the relief it eventually brings, To dip tour head and, for hour upon hour, to weep and swear.

Martin Amis, House of Meeting



- Posted using BlogPress from my iPhone

Location:Via Alessandro Filippa,Torino,Italia


Non condivido per niente tutta la sbrodolata moralista contro il turpiloquio.
Il turpiloquio è liberatorio. Ogni tanto una bella valanga di brutte parole messe l'una dietro l'altra fanno l'effetto di una logorrea risciacquante. Tutta la merda che se ne va via ripulendo le interiora. Come una bella purga.
Il turpiloquio semplifica. Basta comprensione, basta complessità. Se è uno stronzo è uno stronzo e basta. A domani i delicati equilibri diplomatici per i quali una cazzata diventa una parziale mancanza di attenzione o una stronzata una incompleta analisi del contesto.
Il turpiloquio è anche creativo. Insomma "Testa di Cazzo" è una allegoria degna di un De Chirio o di uno Hyeronimus Bosch. Quanto è lungo e complesso e in continua evoluzione il dizionario del linguaggiaccio di strada? Che poi proprio di strada non è più. Capita in riunioni ad alto livello di sentire inframmezzare l'onnipresente membro maschile (suvvia, il cazzo) anche la più approfondita analisi di mercato. La creatività del turpiloquio è data soprattutto dal godere nel rompere le regole. Che divertimento c'è chiamare, che ne so, un libro, ammasso di fogli? Un'auto, mezzo di locomozione costruttivista? È un esercizio di stile da accademici della crusca (che per inciso fa sempre molto bene al ricambio solido). E invece quale intenso godimento può provocare infiorettare l'insulto ad un temporaneo avversario chiamandolo con i peggio accostamenti, gli anacoluti più azzardati, le figure retoriche piegate alle peggio allegorie?

Ecco questo libro è liberatorio. Hanno Tutti Ragione di Paolo Sorrentino. Il personaggio Tony Pagoda ha un suo modo naturale di raschiare il fondo della malaparola, tanto che è costretto ad inventare linguaggio per poter meglio esprimere il suo disperzzo, il suo sommo distacco dagli eventi miserabili ai quali è abbonato.