Vukovlad (Paolo Maurensig)


Gli zingari avvertono un giovane promettente della presenza di un signorotto di campagna che si trasforma in un essere demoniaco e che delira sulla modernità e che... no, aspetta, questo è Dracula. Se ne accorge anche Maurensig che tira via un finalino da "faccio che spiegarti se no la pasta scuoce".

Looking for Eric (Ken Loach)


C'è stato chi, con le pietre piu dure e grezze ha costruito magnifiche cattedrali. E c'è chi, come Ken Loach, con gli elementi più grezzi e duri del mondo contemporaneo, costruisce magnifiche poesie. Un film tenero, struggente con la faccia di uomini duri e fragili. Grazie anche all'interpretazione magistrale di Steve Evets e i goal di Eric Cantona.


Wired Italia incarica una "orda di 14 visionari, per spiegarci perché non dovremmo avere paura del futuro. A parte che non mi sembra il caso di avere paura di una cosa così ineluttabile come il futuro. Quello c'è e soprattutto ci sarà. Ma ciò che mi colpisce di più è la strenua necessità di spiegare le cose che ci ha preso negli ultimi anni (nel mio piccolo mi ci metto pure io). Con 'sta storia di Internet e la digitalizzazione le cose hanno cominiciato a cambiare ad una velocità fragorosa e la data di scadenza delle certezze è sempre più breve. Per cui gli "spiegatori" sono sempre più necessari. Questa volta Baricco, a forza di dar forma al presente per prevedere il futuro, scrive un articolo dal 2026 prossimo venturo.

Certo è giusto riflettere su se stessi, sul mondo che ci circonda, sulle nuove leggi immutabili ed eterne. Non si può rimanere lì in mezzo alla piazza ad aspettare di vedere che liquido pioverà. Però, forse, si sta un po' esagerando. Riflettiamo continuamente. Continuamente si imbastiscono teorie nuove. E la "coda lunga" e "la morte del libro" e "la rinascita del libro" e "la generazione x" "la generazione y". Tutte cosmogonie che durano lo spazio di un mattino. Non sarebbe il caso di lasciar stare per un po'? Lasciare che le cose accadano, partecipando a farle accadere senza star lì a pensarci troppo? Poi, promesso, un giorno ci si trova tutti attorno ad un tavolo e ci si racconta le fantastiche avventure vissute. Ma vissute, vissute veramente. Toccate con mano. Pasticciate con gli stivali nel fango.

Se no va a finire che si trasforma la filosofia in fantascienza. E la nostra esistenza in una puntata di Star Trek.

Ps. Il mio non è un appunto rivolto solo a Baricco che, nella sua Scuola Holden, sta facendo passi per "scendere nel fango" della sperimentazione di nuovi linguaggi (tra le altre cose ospitando chi non è propriamente narratore in senso tradizionale, come il sottoscritto)

Ps. Ps. In questi giorni si è tanto parlato delle photoshoppate dei giornali di gossip. Ma anche Wired non scherza.

Chi legge volando



Dai prossimi numeri cominicerà la mia collaborazione con SkyLife, il mensile della compagnia di bandiera Turkish Airlines (Star Alliance). Scriverò di tecnologia e innovazioni per i viaggiatori business delle tratte nazionali e internazionali. Gli articoli saranno pubblicati in inglese e turco.

Ora mi chiedo cosa vorrebbe leggere chi legge volando. Io in genere sono sempre ben fornito, portandomi da casa libri, riviste o, quando riesco, dei quotidiani omaggio del volo. Non sono mancate le volte (soprattutto nelle tratte un po' più lunghe) in cui ho alternato la lettura con la rivista di bordo. Da quando si è cominiato a parlare di questa collaborazione ho cominciato a dare un'occhiata. E qualche idea mi è venuta.

Confesso che sono molto intrigato da questa nuova opportunità, un po' per la mia attitudine divulgativa, un po' per la sfida. Mi è stato dato un vero e proprio brief degli argomenti "preferibili" e quelli tabù. Meglio non parlare di disastri aerei (ovviamente) ma anche thriller, politica, violenza, religione. Insomma sulle tratte vola una quantità di idee, convinzioni, credenze e opinioni e tutte quante vogliono avere un volo tranquillo.

Ho già un paio di idee che vorrei sviluppare. Suggerimenti molto graditi.

Era mio padre (Sam Mendes)


Durante la Grande Depressione Mike Jr. scopre che suo padre è un assassino irlandese, assistendo ad un omicidio. Il figlio del boss pensa che è meglio farlo fuori perché testimone, ma fa fuori il fratello sbagliato e la madre. Il padre Michael Sr. vuole vendicarsi ma nello stesso tempo far sì che il figlio non cresca delinquente dando il buon esempio. Ma poi partono sviolinate infinite e inquadrature emotive. Alla fine muoiono quasi tutti. Per fortuna.


Newsweek ha pubblicato un interessante "poster" sulla battaglia tra i libri di carta e gli ebook. Le opzioni, per via della scelta grafica sono incompete. Ad esempio viene preso in considerazione solo il Kindle e non le altre numerose forme di ebook. Ciò che è più interessante è la tagline che lo accompagna: does one have to win?

In effetti la teoria che tecnologia scaccia tecnologia è spesso richiamata nelle discussioni. La carta costa, è pesante. La carta è affascinante, non ha bisogno di elettricità. La carta non è interattiva, l'ebook è interattivo. Credo che il nocciolo della questione stia proprio nell'ultima frese.

Il libro stampato è il più naturale dei mezzi per accogliere la scrittura. La scrittura, così come la conosciamo, è fissa e non prevede interazione (o interruzione). Cos' gli ebook non saranno molto differenti dai libri di carta. In questo caso la concorrenza tra i due mezzi si riduce solo ad un problema di reperibilità e semplicità produttiva. Sono stato felice di scaricare l'ebook A castle in the forest di Norman Mailer, trovandomi in un luogo completamente sprovvisto di librerie. Meno contento quando la scarsa resistenza della batteria del mio IPhone mi ha costretto a smettere di leggere per evitare di diventare irreperibile.

La vera concorrenza si farà su forme di narrazione che sono ancora largamente immature. L'ipertesto da solo è morto. Così come il primo cinema aveva importato il teatro, senza sfruttare a pieno le potenzialità del mezzo, parlare di ebook in termini di trasposizione del romanzo, o del saggio pensati per il libro è poco interessante. Ok, è più economico, ci fa salvare le foreste, lo trovi dove c'è una connessione a internet. Ma dal punto di vista dei contenuti ci manca ancora che possa fare quello che hanno fatto autori come Eizeinstein o Pudovkin, che introducendo l'idea di montaggio hanno aperto un intero universo che ha saputo svilupparri parallelamente al teatro.

Il corpo e l'acqua



Güre non è propriamente una di quelle località assalite dai turisti europei. Data la lunghezza della costa mediterranea del resto è molto probabile trovare luoghi non ancora scoperti. Una delle particolarità del turismo che mi ha sempre perplesso è la tendenza a conglomerarsi nello stesso luogo. Tutti a Bodrum o ad Antalya mentre il resto della costa rimane per molti tratti quasi deserto.


A Güre non è dunque difficile vedere donne vestite che fanno il bagno. Sebbene siamo nel paese a maggioranza musulmana più laico della regione non sono poche le donne che indossano il costume intero, anzi interissimo che lascia scoperti soltanto mani piedi e faccia. Come in tutte le rappresentazioni umane, l'ashemà (e non il burkini come qualche buontempone della stampa lo aveva ribattezzato) ha forme molto diverse. Può assomigliare ad una tuta sportiva, con le stesse decorazioni da nazionale di nuoto. Solo che in questo caso le nuotatrici non la tolgono entrando in acqua. O può assomigliare ad un vezzoso vestito da pomeriggio di slanciate giovani Audrey Hepburn che fa tanto riviera francese.




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Certo nuotare vestiti non è la cosa più semplice e il gesto atletico appesantito dall'acqua non è dei migliori. E in effetti non credo siano molte quelle che abbiano fatto un vero e proprio corso di nuoto. Preferiscono quasi tutte rimanere nei pressi della riva a godersi l'acqua bassa come fossero ad un gigantesco hammam. Ho notato in particolare una ragazza con uno sgargiante ashemà verde fluo, velo, maschera da sub che a pochi metri dalla riva mangiava muovendosi lentamente come un innocuo animale marino. Un modo come un altro per codersi il rapporto antico e piacevole con l'acqua.

Intanto sulla spiaggia passeggia una poliziotta in t-shirt, pantaloni corti, manganello e manette per la sicurezza di tutti.

Dalle nostre parti invece, dove la spiaggia è più rara e ci si lancia nell'acqua trasparente e profonda da pontili che si spingono al largo di donne vestite che fanno il bagno non ce ne sono. Bikini e costumi olimpionici la fanno da padrone. Per buttarsi, di qui, ci vuole una certa capacità natatoria. E così potremmo dire che, mentre la spiaggia con l'opportunità di scegliere come e quanto bagnarsi sia halal (più rispondente alla legge legge islamica) lo scoglio e le profondità azzurre sono il regno delle donne laiche di questo paese.

La sera, le lamette


La sera aggiunge fascino alle cose comuni. Come comprare libri o, quella che preferisco, andare dal barbiere. Date le ristrette finestre di apertura dei negozi italiani, la barba alla sera è un privilegio che posso vivere quando vengo in Turchia. Solo qui mi faccio tagliare i capelli, fare la barba, cosparger di unguenti come una mummia. Emrah, dell'Emrah Erkek Kuaforu, è un ragazzo giovane di poche parole. L'ultimo kuafor al quale sono andato ad Istanbul, invece, non ha smesso di parlare, cercando di convincermi a tifare Galatasaray.


Il negozio è piccolo, arredato con lo stretto necessario: due sedie da barbiere, due panche per i clienti in attesa, qualche giornale (niente di pruriginoso, ricordo della mia infanzia) un grande ritratto di Ataturk e un calendario senza immagini. Il kuafor è aiutato da due bocia di undici anni che durante il taglio ti si affiancano come due angeli custodi osservando l'abilità del maestro. Mi sembra di essere il paziente di una clinica universitaria dove vengono formati giovani geni della medicina. Con un solo sguardo scattano ad obbedire agli ordini silenziosi con una solerzia quasi sportiva.

Farsi fare la barba è un vero piacere. Uno sconosciuto che passeggia sulla tua faccia con uno dei più affilati strumenti che gli esseri umani abbiano mai creato rievoca scene da il Padrino. Un tocco di classe: la ceretta sui peli degli zigomi. Mica si scherza. Mi cosparge di una serie di unguenti, ognuno con il proprio massaggio specifico. Potrei stare qui fino a domani. Il trattamento finisce con una energica lavata di faccia, proprio come fanno le mamme con i figli piccoli. Fuori il sole sta tramontando e dalla vicina moschea l'hazaan della sera ci accompagna verso l'uscita salutati cortesemente dal kuafor e dai due solerti bocia.

Pietre a Pergamo


Quando sir Arthur Evans scoprì il palazzo di Cnosso a Creta non ebbe esitazioni. Bisognava ricostruire, anche con il cemento armato. E così il palazzo (che tra le altre cose conserva forse il primo esempio di gabinetto con acqua corrente) è diventato una specie di Disneyland dell'archeologia. Ed è anche una rarità perché da allora in poi l'idea di archeologia che ha avuto maggiore successo è stata quella conservativa. Ovvero le rughe dei palazzi non si cancellano con il botox ricreando la bellezza evidente e mummiforme di certe babbione hig society. Piuttosto si conserva così com'è. E così a visitare bellezze come Pergamo, patria della pergamena e di tante altre meraviglie diventa un esercizio di fantasia ad immaginare la vita di una metropoli greca e poi romana. E' davvero difficile astrarre la discarica di pietre ornate in una capitale della cultura egea. Poche le colonne al loro posto, tante quelle ammonticchiate come in uno slum di marmo. Una impressione ancora più drammatica me l'aveva fatta il supposto sito di Troia. Che già è solo supposto in più l'esposizione mostra: un cavallone di legno del tutto ipotetico e davvero disneyano, e una serie di buche con stratificazioni che farebbero più felice un geologo o un tecnico del comune. Non so. Non so che dire. Tutta questa conservazione mi fa tanto di residuo romantico che ci fa vedere cose che l'immaginazione ci fa tradire. Come Winckelmann che ci ha fatto credere in una Grecia di abbacinante marmo bianco e che invece era molto colorata. Quasi come una comune hippye.

Da quando si è trasferita al mare la piccola Mina (un po' più di tre mesi e mezzo) ha assunto una regola che per ora è sembrata inderogabile. Alle sei precise della mattina si sveglia per fare il suo bel caccone. Si sveglia, pretende di scendere dal letto e poi sorridendo spinge, diventa paonazza, parla, ricomincia a spingere e finisce per riempire il pannolino con quel composto fangoso, giallo ocra tipico dei neonati.


Poco dopo si riaddormenta volentieri risvegliandosi verso le 9. E' un suo rituale che potrebbe essere privato se non fosse che non è in grado di eseguirlo da sola. Abbiamo pensato che per un essere di quella età dotato della comodità del pannolino non sia strettamente necessario svegliarsi, farsi spostare e poi tornare a dormire.

Ma sembra che Mina abbia assunto quella misteriosa consuetudine umana di trovare un posto speciale dove liberarsi delle scorie naturali che tutti condividiamo, da Obama a Gisele Bundchen, da Coetzee a Francesco Totti. E così le nostre vacanze iniziano all'alba aspettando che la piccola si svuoti, con un'occhio ad un mare quasi del tutto immobile, solcato di tanto in tanto da un nuotatore solitario.


Lontanissimo dallo spessore disincantato del Gorilla, questo Santo Denti assomiglia tanto a quei personaggi di cartone di una certa cinematografia italiana della fine degli anni novanta. E del peggiore Stefano Benni. Interessante e stravista l'idea di quello che si ritrova dopo un decennio di buio a confrontarsi con una realtà che non conosce più (cfr. il dormiglione - Woody Allen, Risvegli - Oliver Sacks con risultati enormemente migliori). Il thrillier tirato via e la patina moralista dei tempi moderni che non sono più quelli di una volta e che la ricchezza fa schifo e che... insomma già visto e mai apprezzato. Però capisco che bisogna pagare l'affitto e le bollette e non sempre l'ispirazione freme.




C'è qualcosa di meraviglioso nella scrittura di Eugenides. La parola "meraviglioso" va compresa nella sua eccezione esatta e non una generica e stantia espressione di apprezzamento paragonabile a "fico!".

Meraviglioso dunque nel senso di un vero stupore al cospetto di una cosa mirabilis. La storia delle sorelle Lisbon può sembrare per ambientazione, tempo e modalità di racconto uno dei tanti bildungsroman all'americana. Un gruppo di adolescenti alle prese con la scoperta della vita. Una sorta di Stand By Me con il pizzico in più del primo erotismo adolescenziale. E invece la storia di Eugenides ha qualche cosa di più. Dalle sorelle destinate ad una invincibile fine tragica si sprigiona un'aroma che è quello del primo approccio all'altro sesso. Con autentico stupore. Un giorno le solite rompipalle incapaci di giocare a pallone, il giorno dopo l'unica vera meraviglia di madre natura. E di nuovo, come in ogni grande narratore, non esiste una "tecnica" che riesca a descrivere questa meraviglia. Essa scaturisce, in modo inaspettato, in una pagina o in un'altra. Senza che il lettore possa difendersi. Proprio come succedeva quando il profumo di una delle compagne di scuola ti accarezzava invisibile e inaspettato. E tu ti arrendevi irrimediabilmente.