"Er sor Filippo, alto, scuro a soprabito, co la panza un po' a pera e le spalle incartocchiate e un tantinello pioventi, di viso tra impaurito e malinconico, e al mezzo un nasone alla timoniera da prevosto pesce che doveva fare le gran trombe der Giudizio, a soffiallo, aveva l'aria, per quanto commendatorile e ministeriale, sì però, più che altro, un non so che... "

Da qualche parte, qualche recensore di Lakhous scomoda Gadda. Riprendo Quer pasticciaccio brutto e fin dalle prime righe del pantagruelico raccontare mi rendo conto che l'accostamento non è altro che una forzatura del marketing. Quella dello scrittore algerino incardinata sui pregiudizi razziali ed etnici, quella di Gadda su uno scanzonato rimestare di lingua italiana, inframmezzata da riminiscenze dialettali. E dire che anche Gadda, diciamo tecnicamente, adotta una lingua: da milanese si ambienta nella capitale. Ma insomma il romanesco, il veneto, il molisano-campano con cui infarcisce la sua narrazione sono pur sempre variazioni su un tema italiano.

Le due storie, pur essendo sovrapponibili risultano molto diverse. In effetti non deve essere facile sprofondare in una lingua così tanto da permettersi le giravolte di Gadda quando la lingua che stai usando non è quella che hai masticato da quando lallavi dentro il seggiolone.

Ascoltando l'intervista a Elvira Dones la vediamo ritratta come una vera poliglotta ma come ammette essa stessa il suo italiano è lontano dall'essere perfetto. E non è di grammatica e di sintassi che si parla.

Insomma, mi chiedo, esiste anche una parte fisiologica della lingua? Una cosa che deforma il tuo apparato vocale a forza di dire "dui puvrun bagnà 'nt l'oli"*, un modo di costruire le frasi, di scegliere le parole per via del suono familiare, una struttura, un gusto, un aroma che ti si appiccica a livello fisico nei momenti in cui impari una lingua e che non riuscirai più a scrostarti di dosso? E allora mi chiedo ancora: la lingua adottata non manca di tutta questa parte che ha più a che fare con l'imprinting che alla scuola dell'obbligo?

* trad. it. due peperoni bagnati nell'olio. frase cardine del dialetto piemontese. qualunque pedemontano innamorato del suo dialetto, dal Sestriere a Novi Ligure (che sta sempre in Piemonte) vi costringerà a dirla, per provare la vostra ortodossia linguistica e con un perenne sguardo insoddisfatto sentenzierà: dalle nostre parti non lo diciamo così

El diretur de le Storie







Sono un narratore, ma solo impertinente.

Ierisera grande inaugurazione della nuova sede di Domino. Per raccontare ai numerosi ospiti attesi abbiamo disegnato e appeso sopra la postazione di ognuno dei domineers un baloon nel quale oltre al ruolo viene raccontata la persona in un unica frase che gli è tipica.

A parte la tensione di aver cercato di sintetizzare in una sola frase lo spirito di ognuno dei 36 colleghi il mio personale brivido di iersera era il debutto ufficiale e pubblico del ruolo nel quale recito la mia parte: Strategy e Storytelling Director. Insomma altisonante ed evocativo. E credo anche originale. Non so quante altre agenzie possano vantare una
figura professionale con un nome talmente intrigante. Mi piace questo nome.

Mi piace perché è trasversale, dice che penso cose, le racconto, costruisco scenari usando la narrazione, ma non dice come, con quali strumenti. Mi lascia libero, impertinente e nello stesso tempo focalizzato. Uno sguardo al campo di battaglia e uno sguardo alla storia del singolo tamburino che guiderà la battaglia. Forse il fatto di non essere uno scrittore di libri di carta o di non essere più un teatrante mi mancheranno un po' meno.

O' messaggér nuovo

-Senti ma iggiochi, dove stann'iggiochi?
-Li trovi sulla sinistra, dove hai gli amici, i messaggi. Ti mando l'invito.
-Ahh dici chestannollá. Ma ierisera che ciattavamo.
-In basso a destra...
-Eh...
-I giochi sono dall'altra parte. Ce ne hai pochi perché ti sei iscritto da poco, mano mano ti arrivano.
-Mi ha chiamato unamicoda Milano e m'haretto: "Mimmo" ho preso o' messaggér nuovo e non ci sta più nessuno.
-Anche io ho messenger nuovo.
-Ma stassera vieni?
-Ho ospiti a casa.
-Ma solo pe'iggiocchi.
-Te li mando.

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Continua l'avventura digitale dell'editore Fandango. E continua ancora con Sandro Veronesi. Dopo l'importante campagna social (è interessante vedere come l'eliminazione di una sola vocale finale trasforma la raccolta fondi per gli alluvionati del Banlgadesh in una raffinata operazione di marketing contemporaneo: campagna sociale - campagna social) dedicata al lancio del suo ultimo romanzo XY, ci si sposta sugli smartphone.


L'avventura continua con la pubblicazione di una versione per iPhone - IPod - I Pad di Caos Calmo da parte di Fandango TV. Il format è un po' quello del DVD-contenuti speciali: il libro completo, qualche approfondimento, qualche video tratto dal film di Antonello Grimaldi, una anticipazione di XY. E qualche bug (passando da portrait a landscape i contenuti speciali si deformano) Unica vera concessione al digitale: il prezzo. Tre euro e novantanove contro i tredici della libreria.

Lungi dall'essere un format competitivo è comunque apprezzabile che un editore come Fandango cominci a ragionare in termini diversi dalla carta.

Storie da Bar




La signore sarda con la voce squillante, accoglie la novità delle ragnatele con un sonoro ululato. Il tizio che consuma del succo di frutta di qualunque gusto purché non sia freddo si volta indispettito.
Il bar è invaso da ragnatele colorate piene di ragnetti neri di plastica.
Auliin" la tranquillizza il marito.
"Auluiin" lo corregge il tizio del succo.
"Bairindi."

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Ci sono persone




Ci sono persone che incontro la mattina che tentano di camminare più leggere del proprio corpo. Non lasciano segno di passaggio sull'asfalto. Marciano più lente del necessario con lo sguardo attonito e incredulo chiedendosi come sono finite in quella situazione. Chissà poi qual è la benedetta situazione. I debiti, una malattia, un abbandono. Se li incroci alzano lo sguardo contrito quasi si aspettassero un abbraccio improvviso, un tocco medico che sollevi tutto il peso. Ma questo, naturalmente, non accade. Proseguono senza una meta che li possa salvare. È accaduto che le stesse persone le abbia incontrate solo il giorno prima, dritte sulla schiena, orgogliose di un paio di scarpe nuove, e sorrisi invincibili. Ero io al loro posto con le mani piantate nelle tasche vuote a fare calcoli che danno sempre lo stesso risultato, gli stessi segni di capitolazione. Oggi tocca a loro. Come se per la strada aleggiasse un'aria di sconfitta di cui qualcuno ogni giorno si dovesse far carico. Eccone una. Passeggia. Cosa è successo? Quale telefonata è arrivata? Una raccomandata inumana. Una frase definitiva. Vorrei avere il coraggio di abbracciarla ma sono sicuro che comincerebbe a gridare invocando l'aiuto della polizia.


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In questi due giorni due gentili email mi confermano che al progetto parteciperanno anche Elivra Dones e Amara Lakhous. La cosa si fa interessante. I due autori sono particolarmente interessanti per ragioni diverse. Elvira Dones per la sua "seconda vita" da documentarista e Amara Lakhous per questa frase che ho trovato sul suo sito: "Io arabizzo l’italiano e italianizzo l’arabo."


C'è una piccola applicazione sul mio IPhone che adoro. Si chiama To Do. È una semplice lista delle cose da fare. Quando l'applicazione è chiusa, dalla sua bella iconcina fatta benaugurantemente a somiglianza di un segno di spunta, occhieggia un numeretto che indica le incombenze non ancora affrontate. È una gran soddisfazione scorrere la lunga lista, disinnescare quelle compiute, aggiungerne altre in un eterno spingere su, il sasso , su per la salita. È una bella applicazione che mi fa sentire sotto controllo, organizzato, piacevolmente ammaestrato.

Lingua Matrigna 2

Seconda lezione, una specie di brainstorming. Le resistenze al "cosa dobbiamo fare" ridotte al lumicino, le gloriose armate del potremmo fare dilagano nella pianura. In effetti questa storia della Lingua Matrigna si sta rivelando piuttosto interessante.


Si cercano due cose: i temi di cui parlare (la cucina, la lingua emotiva -quella con cui si litiga, le parolacce, i tabù linguistici- i libri, la casa, di parole intraducibili) e un contesto, una sorta di cappello narrativo che comprenda il tutto. Lo scopo è quello di cercare di parlare di letteratura a chi non ha mai aperto un libro. Bisogna quindi avvicinarsi a questi con un espediente, una storia interessante che li coinvolga e nello stesso tempo parli loro di scrittori, scrittura, letteratura. Si pensa ad un video, ma anche ad un blog e a Facebook, forse.

I contesti sono diversi. Potrebbe essere un trasloco, oppure una convivenza forzata in un condominio multietnico nel quale ogni piano è abitato da uno scrittore un po' come MrWong Apartment il progetto potrebbe non avere mai fine. E cosa succede? Un omicidio forse? Insomma tira più un pelo di assassino che... resta da vedere come coinvolgere gli scrittori e parlare di lingua adottata.

Viene citato Scontro di civiltà per un ascensore a PiazzaVittorio di Lakhous Amara. Scritto in arabo e poi riscritto in italiano. Potremmo invitare l'autore...

« Ero cittadino della lingua italiana. La lingua è come la madre. Ti ama perché sei figlio. Per imparare la lingua non sono necessari visti, passaporti, Schengen, permessi di soggiorno. »




Segnalazioni:

Interview Project David Lynch
Gaza Sderot Life in spite of everything
Black Cab Sessions

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Il mio Grande Fratello




Non riesco ad essere ostile al Grande Fratello. La trasmissione televisiva, intendo. Per due ragioni: la prima legata alla deontologia professionale, la seconda a motivi personali. La deontologia mi impone un comandamento: non giudicare. Per chiunque lavori nel campo della comunicazione giudicare, esprimere sentenze definitive su una qualsiasi forma di espressione è quanto di più arido e inutile. Bisogna piuttosto sforzarsi di capire. La ragione personale della mia mancata ostilità al GF è legata alla nascita della mia prima figlia. Fin dall'estate precedente la gestazione si era rivelata problematica. A poche settimane dal concepimento il pericolo di un aborto spontaneo era dietro l'angolo. Ci trasferimmo dai suoceri perché alla mamma venne prescritto il riposo assoluto. Ci esiliammo nella stanza degli ospiti inattesa che i polmoni della piccola si sviluppassero abbastanza da sperare nella sopravvivenza. La sera, lei costretta a letto, la passavamo a guardare DVD e a correre all'ospedale ad ogni segno di pericolo. L'unica cosa che però riusciva a distrarci da quella attesa erano i programmi televisivi. Più erano insulsi e vuoti e più ci aiutavano a non pensare. Quell'inverno debuttò il Grande Fratello, condotto da Daria Bignardi. Una edizione ingenua, semplice e nello stesso tempo intensa. Era tutto nuovo. Passammo altri momenti molto brutti e ore storditi di fronte alla Casa nella quale qualcuno viveva una esistenza per noi. Poi il 12 gennaio, dopo la fine del GF è nata Sofia.


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Location:Via Antonio Pigafetta,Turin,Italy

L'ebreo







Anche se l'insegna scritta in belle lettere proprio sopra l'ingresso reciti "La casa del Libro" noi lo abbiamo sempre chiamato l'Ebreo. La libreria dell'usato che si trova in Galleria Subalpina era una tappa obbligata, in settembre, per vendere e acquistare i libri di scuola. Malgrado le vetrine mostrassero una collezione notevole di romanzi e saggi mi è passato per la mente solo un paio di volte di entrare dall'Ebreo fuori stagione. Quel negozio infatti non ha nulla dell'accoglienza delle moderne librerie che ti fanno sfilare tra gli scaffali con la libertà di sfogliare. Il proprietario (sarà lui l'Ebreo?) si trincerava dietro un lungo bancone di legno da dove accoglieva arcigno qualunque invasore. I libri, poi, erano allineati dietro vetrinette, inaccessibili. Come se non bastasse i volumi erano foderati uno ad uno in carta da pacchi chiusa da spago, come li si volesse preservare dal passare del tempo. Tutto ció aveva un aspetto vagamente dickensiano. Con l'Uncle Scrooge dietro il bancone era sempre un esame: impossibile entrare con un'idea vaga. Per essere considerati bisognava citare autore, titolo ed edizione. Con il rischio di trovarsi recapitata una edizione rara, venti volte più cara di una edizione di lusso bella nuova.

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Un negrone gigantesco seduto su un sedia a rotelle pesta sul suo djembé con maestria. Mica è uno di qui ritmi ossessivi e dilettanti da nuovi figli dei fiori che molestano piccioni e turisti nei parchi. Quello fa una musica che risuona sotto i portici di via Roma. Poco più in là un elegantone in spezzato, doppio petto blu braghe grigie, esce dalla sua gioielleria con l'aria di chi ha pestato una merda a piedi nudi. Subito cerca la fonte del ritmo infernale che come colonna sonora non si adatta alle storie che si fanno nel suo negozietto luccicante. Si drizza la regimental su una camicia a strisce fatta a mano con le cifre altezza milza. Poi a grandi passi borghesi va protestare dal negrone etnico. Ma si avvicina soltanto, scuote la testa nel sintetizzare un universo culturale e ritorna nell'enclave luccicante. Dietro la porta blindata la moglie con capelli finti tanti quanto quelli del marito protesta. Sta cazzo di democrazia.

Personaggi talmente banali di una storia che non ho più voglia nemmeno di finire.

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Location:Via Carlo Alberto,Turin,Italy


Ogni volta che sento notizie che riguardano un'aggressione a degli stranieri, da qualunque parte del mondo, ci guardo in faccia. Mia moglie ha una faccia decisamente mediterranea. I suoi lineamenti e i suoi colori denunciano la sua origine anatolica. Immagino che in certi quartieri di Mosca, di Copenaghen, in certi paesetti dell'Austria o della ex DDR potrebbe avere problemi. Io ho un aspetto decisamente centro-nord europeo. Potrei avere problemi in Pakistan, in Yemen, in Iran. Solo per questa faccia che portiamo.

E allora guardo le due bambine che sono nate dalla nostra unione e mi trovo a sperare per loro che la genetica le doti di colori e di linementi piacevoli ma che non possano essere ascritti ad una "razza". Spero che siano abbastanza chiare da non aver paura dei nordici e abbastanza scure da non avere paura di quelli del sud. Spero per loro di essere indefinibili, mimetiche in quelle società razziste che reputano una minaccia la variante del color carne. Vorrei che le frontiere per loro fossero aperte, e in qualunque luogo decidessero di stabilirsi, una volta cresciute, potessero sentirsi a casa e accolte. Anche se per questo dovessero rinunciare alla loro identità, alla loro storia che le ha fatte nascere sul bordo del Mediterraneo ma anche ai piedi delle Alpi. A questo mi porta a pensare la paura che la responsabilità di essere padre mi crea.

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Ho cominciato ieri un nuovo corso alla Scuola Holden con i ragazzi del Master. Il corso di chiama Lingua Matrigna. Tutto quanto parte da una considerazione: in Italia esiste un numero consistente di scrittori, che scrivono in italiano ma per i quali l'italiano non è la lingua madre. Autori come Hamid Ziarati (persiano), Nicolai Lilin (russo), Younus Tawfik (iracheno), Anilda Ibrahimi (albanese) vengono nel nostro paese e non solo si "integrano" ma ne assumono anche la lingua. Per me, che come Thomas Mann, faccio una fatica bestiale a scrivere la trovo una avventura incredibile. Da questa considerazione parte la ricerca con gli studenti. Ho proposto loro di incontrare alcuni di questi scrittori e di trovare modi originali (e digitali) di raccontare da diversi punti di vista le storie (un blog? una docufiction? un video?).


Questo progetto ha ottenuto un certo interesse da CurrentTv con la quale spero si riesca a costruire una collaborazione duratura.

Gli studenti: al solito una selva di mani avanti, di distinguo, di "cosa dobbiamo fare?" come fosse un compito della scuola dell'obbligo, di sguardi indifferenti, spaventati perfino, a parte i soliti partecipatori che quasi lo fanno di professione. Lo so, poi parteciperanno più o meno tutti e se va come le altre volte ricorderanno con piacere questo corso. Bisogna trapassare la corazza di ironico, spaventato distacco.

Neanche questa volta un "ok, figo, proviamoci". Vogliono prima capire, essere rassicurati che nessuno si farà male, che l'acqua è abbastanza calda, che il bagnino è in servizio, che le meduse sono lontane, gli squali estinti. Nessuno che chieda "da dove si comincia?" tutti che vogliono sapere "dove andremo?" Mi chiedo: nessuno riesce ad immaginare che, con la forza che hanno possono portare il corso dove gli pare a loro? Che quando nulla è definito tutto è possibile e dunque c'è posto per creare il mio solido, personale regno dove tiranneggiare incontrastato?

E di nuovo mi sento nato in un altro mondo fatto di entusiasmi violenti, di voglia di partecipare, di parlare poco e di fare tanto, di incazzarmi, di appropriarmi di qualsiasi cosa si muova, e di buttarmi a testa bassa senza compromessi o salvagenti.
Buona fortuna a tutti.

Gli scrittori che hanno accettato di partecipare sono:


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Leggere Saramago è una vera esperienza sportiva. Una delle prime regole che cambia la vita allo scrittore dilettante è quella di scrivere frasi brevi. Sono più facili da controllare. Invece lo scrittore, in barba alle regole, buone solo per gli scrittori dilettanti, si spertica in frasi lunghissime. Stile particolarmente inadatto per chi vive in casa con due gemelle di pochi mesi. La continua richiesta di attenzione, le piccole attività della logistica quotidiana impediscono la concentrazione da maratoneta che ci vuole per passare la giornata con un tipo così.


A malincuore metto da parte L'anno della morte di Ricardo Reis e mi dedico a qualcosa di più leggero. Il giorno in cui è morto il rock è morto di Chuck Klosterman (titolo originale:Killing Yourself to Live). Dal Nobel per la letteratura al giornalismo musicale (e qui mi scappa la citazione di Frank Zappa: gente che non sa scrivere, intervista gente che non sa parlare, per gente che non sa leggere). Una storia semipersonale sui morti del rock and roll scritta in quello stile tardo giovanilistico dai secchioni che alle feste non suonavano ma scrivevano per il bollettino del college. E' ormai un vero e proprio genere di scrittura, denso di parolacce, libertà espressive che nel nostro paese troviamo in riviste come Rolling Stone o Mucchio Selvaggio. Uno stile un po' decadente di adolescenti troppo cresciuti e che alla fine trovano rivoluzionario cominciare una storia con "cazzo". Però è divertente e se anche Emma vuole essere presa in braccio non interrompe un granché.


A pochi minuti dall'annuncio del Nobel per la Letteratura ecco che sui giornali comincia a circolare il dubbio. Mario Vargas Llosa merita tanta gloria? Se lo chiede (e lo chiede ai lettori) il Guardian. Nel 2006 il nobel a Orhan Pamuk fu considerato un atto politico nell'ambito dell'inclusione della Turchia nella squadra occidentale. Il nobel a Herta Muller venne considerato un atto politico a favore delle minoranze di tutto il mondo. Oggi, prima ancora di considerare il valore letterario dell'opera dello scrittore e politico peruviano si "valutano" i valutatori. Segno che il prestigio del premio (o dei premi in generale?) è fortemenente messa in discussione.

Aspettiamo domani, con il premio Nobel per la Pace, altro premio molto questionabile, che annovera la candidatura di internet. Una vera baggianata degna di questi tempi superficiali.

Un bell'articolo di Gianluigi Ricuperati sul coraggio di essere editori anche nell'era della partecipazione:

Prendete i media generalisti che ancora funzionano, che ancora contano per la vita delle persone, tanto quanto Anobii importa ai suoi frequentatori (per esempio le riviste femminili), e sostituite l’assurda abitudine di segnalare le novità col manuale Cencelli (una settimana a un editore, quella dopo a un altro) con la passione devastante e selvaggia di un critico che sceglie. E che, come ogni impresa capace di lasciare un segno, sa inventare il proprio pubblico.

Qui tutto l'articolo

Una delle risposte che gli amanti dei libri hanno dato al progressivo abbandono da parte dei media della critica ‘responsabile’ (cioè che si assume il rischio di scegliere, e lo fa avvalendosi di intellettuali di professione chiamati critici, persone che hanno naso e sanno distinguere il grano dal loglio) sono i cosiddetti ‘social network editoriali’. I social network sono, per usare la magnifica espressione coniata da Teilhard de Chardin, noosfere fatte di parole, immagini, emozioni condivise, racconti individuali, microfisica del quotidiano e consigli per gli acquisti.


Ecco, lo sapevo. Non fai a tempo a vedere qualcosa di nuovo che diventa rapidamente una moda. Dopo Pike, Stein, Veronesi (ne ho parlato in questo blog) anche Andrea De Carlo si ciementa con il social network anticipando missssteriosamente pezzetti del suo nuovo romanzo. Ma il risultato è pessimo. Un'occhiata qui:



Adesso, sinceramente: comprereste il libro?

Più interessante l'operazione su Tumblr, nella quale grazie ai tag lui, lei è possibile sezionare i due protagonisti. Persiste però il problema della scarsa attitudine alla narrazione che, invece di far apparire una storia a pezzi che posso completare solo legendo il libro, l'impresione è quella di essere di fronte ad una serie di aforismi neanche tanto sconvolgenti.

Lui: Quello che continua a piacergli di più in un aeroporto è la dimensione dell’attesa.

Lei:Vorrebbe solo che questa situazione durasse indefinitamente, la notte si estendesse al di là dei confini del tempo e delle possibilità ragionevoli.


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Non c'è dubbio che Martin Amis sia un fottuto, ricco figlio di papà, discendendo da quel Kingsley Amis, commediografo poeta, comunista, laburista, conservatore, anticomunista, adultero e bevitore.
Una condizione che pur non negandogli una certa notorietà letteraria lo poteva far diventare uno di quegli autori abituati a disquisire sulla punta delle proprie scarpe essendosi risparmiati le durezze della vita che, come si sa, forgiano. E invece il ragazzo (classe 1949) è bravo. Non solo per talento ma anche per una innata curiosità nell'esplorare i generi. Come con la semi-biografia storica di Stalin con Koba il Terribile o la riflessione sull'11 settembre con il Secondo aereo.

La freccia del tempo è un'esperimento straordinario. Una storia raccontata alla rovescia: Tod T. Friendly riemerge "dal più buio dei sonni" e rivive la sua vita proprio come una moviola in reverse.(Da leggere assolutamente la seduta in bagno rivista al contrario, che finisce con l'acqua del cesso completamente limpida)
Il risultato è esilarante e preoccupante allo stesso tempo. Ma non è solo un esperimento di letteratura è anche una storia con un personaggio complesso e disturbante che si ricostruisce pezzo a pezzo. O si "scostruisce".


Young-Hae Chang Heavy Industries è un duo formato dall'americano Marc Voge e dal coreano Young-Hae Chang.

I due creano esperienze letterarie animando versi, racconti e dialoghi su una base musicale (molto spesso jazz).


La visione è totalmente passiva e spesso forsennata: per riuscire a leggere le parole e i dialoghi innestati nel ritmo della musica bisogna sottoporsi ad una vera e propria attività sportiva. Ma alla fine è un'esperienza. Alcuni versi si riescono solo a smozzicare, altri rimangono lì a farsi ammirare, pezzi di dialogo come quelli catturati nella folla della metro. Qualcosa rimane, molto immaginato, molto solo intuito. Da capire:


Young-Hae Chang Heavy Industries

(Grazie a Junglejuliasquinzialove per la segnalazione)


Dopo diecimila anni di scrittura doveva capitare, prima o poi, che si cominciasse a ri-scrivere. Confrontarsi con il passato, con la massa corposa delle storie riununciando per un momento a inventare qualche cosa di nuovo. Credo che Save the Story vada in questa direzione. Save The Story è una inizativa di Scuola Holden e La biblioteca di Repubblica l'Espresso. L'idea è quella di riscrivere alcuni grandi classici per renderli interessanti ai bambini.

Si cominica con Don Giovanni riscritto da Alessandro Baricco. La prima volta che ho sentito del Don Giovanni ho pensato: che scelta del cavolo. Non c'era un altro titolo nella letteratura che potevano essere adatto ad un pubblico così giovane? Che ne so Moby Dick, Don Chisciotte, persino Garagantua e Pantraguel che a suon di sonore scoregge avrebbe divertito i ragazzini. In effetti gli altri titoli sono comprensibili: Umberto Eco, confermando il suo personaggio di secchione rivoluzionario, si confronta con I Promessi Sposi, Stefano Benni con Cyrano e Camilleri con Gog'ol. E invece Baricco punta sulla storia di questo trombeur des femmes impenitente e ingordo. Insomma, il catalogo è questo. Eppure, a pensarci non è una scelta peregrina. I bambini anche molto giovani sono ormai immersi in una atmosfera di riferimenti sessuali molto intensa. Le serie televisive come Il Mondo di Patty o Flor hanno personaggi molto maturi per la loro età, per nulla ingenui rispetto ai richiami erotici. I cartoni animati con le lolite giapponesi innamorate o transgender (come Ranma Mezzo)

E così è il caso di cominciare ad affrontare certi argomenti più presto. Il Don Giovanni mi sembra un buon punto di partenza. E il risultato sembra interessante. La storia è avvincente, comprensibile, il libro ben confezionato, ben illustrato e il prezzo più che ragionevole. Prossima prova: lo leggerà Sofia e ne parleremo (è il primo libro che compriamo insieme).