A chi piacerebbe spendere molti soldi per acquistare un'auto mediocre? A giudicare dalle campagne degli ultimi anni un'auto non è tale se non:

  • Dispone di una serie pressoché infinita di acronimi (ABS, DCC, DSG, SAP, GSM)
  • Deve avere colori cangianti e rarissimi
  • Deve essere frutto di tecnologia, design, innovazione (tutte insieme)
  • Deve essere amica dell'ambiente
Difficile dunque distinguersi tra le migliaia di modelli disponibili. Subaru ha pensato di raccontare il prodotto in modo opposto, costruendo una vera e propria narrazione di prodotto e trasformando l'auto in un vero personaggio. Crea dunque un sito di brand per la Mediocrity. Tutto è compatibile con i codici del classico sito di brand, solo che l'auto è tremenda. I tecnici che l'hanno progettata dicono cose tremende. Ed è anche di un tremendo beige. C'è proprio tuttto: dal car configurator al dealer locator: si ricosytruisce l'esperienza completa. In effetti l'alternativa che viene offerta, una Subaru Legacy, messa a cnfronto con tanto beige sembra davvero una ventata di bellezza.

Forse aveva proprio ragione mio padre: bisogna aver fatto la guerra per apprezzare quello che si ha.

Il fatto che l'assonanza dei nomi (Fruttero e Gramellini) ricordi la più grande coppia del giallo all'italiana, ammanta questa raccolta di storie sulla nascita del nostro paese di un colore sinistro.

Eppure La Patria, bene o male mi sembra il più riuscito (almeno finora) tentativo di trovare un bandolo in quer pasticciaccio brutto delle celebrazioni dell'Unità d'Italia. Insomma per un popolo che fino a qualche anno fa sfoderava il tricolore solo per la nazionale di calcio e che intona un inno nazionale dalle parole arcane quali Dovunque è Legnano, Ogn'uom di Ferruccio Ha il core, ha la mano, il racconto per piccoli episodi, storielle nazionali dal vago sapore di presagio, è l'esempio più calzante della mitologia italica.

Ne salta fuori un ritratto che è uno spezzatino di ideologie buone solo quando fa comodo, piccolezze da riunione di condominio e dietrologie fantasiose e sempre opache.

Per fortuna c'è l'ironia che ci salva e i due autori non possono che essere annnoverati tra i maestri di serietà perché sanno come si fa a non prendersi troppo sul serio.

Bruno Schulz "Incontri"
Mi capita di rileggere La via dei Coccodrilli di Bruno Schulz in attesa che arrivi l'esperimento che vi ha condotto Jonathan Safran Foer (Tree of codes). Mi godo la magnificenza di quella scrittura e mi trovo a desiderare un inferno della letteratura, più crudele e più perverso di quello usuale, al quale sono condannati quelli che ci hanno portato via la possibilità di leggere certe cose. E così ci vorrei veder precipitato il maledetto ufficiale nazista che ha abbattuto Bruno Schulz per strada, come un cane, per una stupida ripicca nei confronti di un maledetto collega. A fargli compagnia gli editori di Salgari che lo hanno lasciato affondare nei debiti fino a non poterne più e i fascisti che hanno fucilato Garcia Lorca. E Stalin che ha annientato Mandel'stam e Babel.
E a tanti altri che ci hanno rubato la magnificenza di qualche riga scritta su modesti fogli di carta.

Ad essere sincero da "studenti" che si sono iscritti per venire ad imparare da Jonathan Coe, Baricco e Starnone mi aspettavo molto più diffidenza nelle cose di cui parlo io: la fiction in salsa digitale. E invece, a giudicare dalle domande, dai commenti e dalla voglia di partecipare e capire (e anche di fare un po' di sana polemica) credo che sabato sia stata una bella giornata di formazione, per tutti.

Un passo indietro. Qualche tempo fa Scuola Holden mi ha invitato a far parte di un progetto di formazione che è stato chiamato Fondamenta. La particolarità è che è formato da una serie di incontri sulle tecniche della narrazione che si svolgono lungo 8 weekend ed è dedicato a studenti adulti (over 32). Tra gli insegnanti, appunto, nomi prestigiosi come quelli del preside Baricco, Jonathan Coe, scrittori, sceneggiatori e una giornata intera a quella che è stata definita la crossmedialità che è stata affidata al sottoscritto.

Dopo una veloce presentazione e un piccolo percorso storico sulla funzione delle storie rispetto alla costruzione della realtà ecco che entriamo nel vivo della progettazione di un ARG (alternate reality game) quello che secondo la bella definizione di Wikipedia:

"is an interactive narrative that uses the real world as a platform, often involving multiple media and game elements, to tell a story that may be affected by participants' ideas or actions."


La base narrativa è la vicenda di Kees Popinga, "il satiro di Amsterdam" protagonista del romanzo di Georges Simenon L'uomo che guardava passare i treni. Il compito? Come trasformare la fuga di Kees in una serie di indizi da seguire nelle città di provenienza degli studenti, utilizzando la città stessa e strumenti digitali, quali blog, forum, siti e applicazioni mobile per coinvolgere in un target specifico nell'indagine?

Tra un paio di settimane le soluzioni.


Il Lacunare

Per tutta la mia esperienza scolastica ho vissuto l'angoscia delle "lacune". Ogni volta che mia madre andava ai colloqui con gli insegnanti il responso era lo stesso: "è intelligente ma non si applica (quasi fossi un adesivo o una ventosa)" ma soprattutto "ha diverse lacune".

Ecco io quelle lacune le ho sempre immaginate come delle pozze di acqua stagnante e immobile in un mondo che altrimenti sarebbe stato perfetto. Quel mondo rotondo, perfettamente sferico di Barbara Rosati, Elena Gorzegno, Carmen Concilio secchione con classe, precise nella preparazione, littorine della conoscenza che procedevano nella carriera scolastica senza un sussulto, senza una manchevolezza, senza, insomma le maledette lacune.

Ho cominciato con le tabelline e ho proseguito lasciandomi alle spalle orribili crepe come cicatrici vaiolose che rendevano ogni compito o interrogazione presagio di morte, uno slalom attraverso le voragini che mi facevano sperare soluzioni fantasiose e spesso improbabili.

Poi, ho cominciato ad imparare a raccontare storie. In alcune materie funziona. Infarcisci, infioretti, citi, ti spertichi in giovanili teorie interpretative: discutibili, certo, ma mosse dall'entusiasmo dell'appassionato che ti fa sembrare un filologo in erba. Così ho meritato quel nove sul tema "Il Fu Mattia Pascal". Ora lo posso confessare, professoressa Giuliana, quel libro non l'ho letto. E non l'ho letto neanche dopo. Me lo sono fatto raccontare da Lorenzo Zola, sul diciannove, la mattina stessa della prova. E mentre lui parlava già mi stavo immaginando quale  parabola avrei sortito nel quinterno a righe. E due giorni dopo, professoressa Giuliana, quando mi ha chiesto: vuoi spiegare perché credi che nel Fu Mattia Pascal il treno è simbolo della morte ho pensato, diavolo, questa roba funziona.

È morto Ted Sorensen, speechwriter di JFK, autore di alcuni dei più memorabili discorsi del 35° presidente degli Stati Uniti.

Obituary sul NYT

"Un vero consigliere fedele, del resto, è così: si prende tutti i torti, e gira al capo tutti gli elogi. «Il mio ruolo - diceva Ted scherzando, ma non troppo - è pensare e preoccuparmi... e molto spesso piegarmi». Dove l'espressione usata per offrire la prova della sua flessibilità, «bent over», ha pure un doppio senso gergale che di questi tempi farebbe arrossire persino Ruby Rubacuori." (articolo su La Stampa di Paolo Mastrolilli)