Tempo

Trovo superiore l'idea dei 4 salti in padella. Non esattamente quelli di quella marca lì ma in generale le buste surgelate che in pochi minuti, senza quasi apporto della massaia o del massaio, di spadellano sul piatto una ricettna dal gusto più che accettabile e dall'aspetto invitante. (ora prima che gli strali dei gourmand d'assalto e dei terramadristi mi esorcizzino, vorrei avare una ricetta per un pollo alla diavola che si possa servire in 7 minuti senza utilizzare mezza cucina e senza dover assassnare personalmente alcun essere vivente. insomma è facile dire che il salmone va marinato per tre giorni in frigo e che il miglior modo per gustarlo è sorseggiare una Bianca di Valguarnera, ma, rispondo , non si può mica vivere tutti i giorni così).

L'idea superiore non è nel venderti un piatto sfizioso piuttosto che un'altro. Ma nel venderti il tempo. Ci va una sottigliezza disquisitiva degna di pensatori classici, quelli che di mestiere si occupavano di robette come la morale, la morte, l'estetica e, appunto il tempo. Ecco ove si è trasferito l'agone per la conquista del mercato della quotidianità: dierttamente sui grandi temi dell'essere umano. Chissà cosa avrebe detto Zenone degli gnocchi alla sorrentina pronti in quattro minuti.

Storie e malattie

In onore ad una tradizione consolidata tra molti autori degli ultimi secoli, anche Patti Smith, da piccola è stata malata. Una serie di malanni che le hanno impedito di condividere in cortile, con gli amici, gli anni della crescita, relegandola nella sua stanza.

Le lunghe ore di tedio diventano la palestra dell'immaginazione, il mondo reale esiliato viene ricostruito da un mondo immaginario che sta tutto nella piccola esperienza di una bambina.

Per molti autori, essere stati malati, è stata la loro fortuna. E la fortuna cresce se la malattia di vivere non passa.

Spesso la necessità di creare è legata al "dolore di vivere", ad una necessità di fuga (come lo è stato per Janis Joplin, per rimanere in tema).
Questo vuol dire che molta della creatività è un effetto collaterale della malattia, a volte una terapia, a volte una recrudescenza dalla quale non si esce. 

Fondo un partito

Vanno di moda le liste da quando il partito del segretario Fazio è stato quello che ha maggiormente scaldato i cuori di quella parte di paese là.
 Dunque, me ne approprio, e scrivo il programma del mio partito, di sinsitra s'intende, sotto forma di elenco.

1. Vorrei un partito in cui il segretario si senta in dovere di premettere: "sono cattolico" (lo hanno fatto persino Renzi e Vendola)

2.Vorrei un segretario che non faccia discorsi usando la prima persona plurale (dobbiamo, lottiamo, facciamo) che è tipico dei capetti che non hanno nessuna intenzione di esporsi e preferiscono mandare avanti gli altri. Vorrei che avessero il coraggio della prima persona singolare.

3. Vorrei un partito che colleziona bandiere rosse perché sono belle, perchè ricordano la gioventù e perchè a sognare la rivoluzione ci si esalta pure, ma anche un partito che si rendesse conto che i tempi sono cambiati e le nostre strade non sono piene di mugiki e servi della gleba e neppure e solo di operai.

4. Vorrei un partito che non viva per il Cavaliere, un partito che la smettesse di vivere solo per rompergli i coglioni. Vorrei un partito che si rendesse conto che, il giorno in cui si fondasse su un programma che non lo nomina neppure una volta, il Cavaliere scomparirebbe come i sogni brutti alla prima luce del mattino.

(segue)

Limonare


Kennst du das Land, wo die Zitronen blühn? 

Ci sono parole che non dovrebbero mai andare furoi moda. Una di queste è limonare. Il verbo limonare indica l'atto di baciare, appassionatamente e a lungo con l'ausilio delle rispettive lingue.

Il valore di questa parola sta nella capacità di evocare sensazioni. La prima riguarda l'estate, il giallo del sole,  i giaccioli e le granite al limone, il sud, il mare e i dolcissimi amori estivi e giovanili.

La seconda è il brivido del gusto aspro e improvviso che il succo del limone regala al palato, la stessa delle prime labbra che si baciano, della prima bocca dal sapore sempre inimmaginabie e che provoca il lungo brivido su per la nuca, lo stordimento e la scomparsa dell'universo intorno.

E poi la sensazione di nettezza assoluta della buccia e la perfetta pulizia che dona l'acido citrico sulle superfici, la stessa nettezza del contatto delle labbra, tra le più morbide e tiepide delle superfici.


Questo verbo non può estinguersi. Finché esisterà l'atto del limonare dovrà pur esistere una parola che lo definisca. Esiste un degno sostituto? Baciarsi? Riduttivo, generico, un po' formale. Slinguare? Anantomico, meccanico e volgare. Fare Petting? Non evoca un bel niente, ha bisogno di quel "fare" per frci sapere che è un'azione.


Dunque, lunga vita al limonare.

Solo dieci anni (1970)

Gli anni settanta: dieci anni pizzicati tra due film: Alice's Restaurant (1969) di Arlo Guthrie e The Great Rock'n'Roll Swindle (1980) di Julian Temple.


Roy e Alice comprano una chiesa e mettono su un ristorante. Arlo amico di entrambi fa la spola tra il richiamo alla leva militare, il capezzale disuo padre, il grandissimo Woody Guthrie malato ormai da anni della Corea di Hungtinton, malattia degenerativa ereditaria e il paese dove si sono stabiliti i due amici. La storia è un susseguirsi di piccoli episodi punteggiati dal sorriso ingenuo del menestrello Arlo.

È un mondo di feste, di sesso libero, dove persino gli sbirri sono dei buoni padri di famigliache, in fondo non fanno che il loro dovere. Droga ce n'è poca e riservata a un solo personaggio problematico che ne pagherà le conseguenze. Se gli hyppie fosser stati davvero così, non si capisce perché vennero accolti da tanta diffidenza. È vero, avevano capelli lunghi, ma dal ritratto che ne fa Guthrie erano rispettosi della famiglia di origine (il folk era la loro musica), non violenti, simpatici e un po' infantili. Per nulla urbani, frequentano la città solo in caso di necessità. Un presagio, alla fine del film, lo fa concludere con un'aria malinconica da "è finita la festa" e uno sguardo di Alice tutt'altro che pieno di speranza.

Passano dieci anni e non solo i protagonisti del documentario di Julian Temple sono i più brutti, i più sporchi e i più cattivi, i Sex Pistols, ma sono soprattutto falsi. Mentono in un mondo di menzogne. Il documentario è una guida su come si crea un fenomeno musicale, politico e sociale come i Sex Pistols. Un breviario per falsari.

Il paradosso è che mentre il film di Guthrie è una favola buona che fa di tutto per sembrare vera, il film di Temple è un documentario su una realtà cattiva che denuncia la sua messinscena.

Ronald Koeman
Per Luciano Ligabue era Oriali. Per me è Ronald Koeman. Mica George Best o Maradona. O peggio ancora Cristiano Ronaldo o Pippo Inzaghi. L'essenza del calcio sta in quei giocatori-operai, spesso decisamente tarchiati, non belli da vedere e che fanno tanto, tantissimo lavoro. Trottano come cavalli da tiro su e giù per il campo, te li trovi davanti come un masso erratico, non fanno complimenti e ti trovi gambe all'aria. Emre Belözoğlu, Gattuso, Bobby Moore. Sono quelli che fanno, letteralmente, il gioco.


Il bassista è il mediano di certa musica. Resto incantato ad ascoltare BirdlandBlack Market di Weather Report quando le variazioni da punta delle tastiere di Zinwul e del sax di Shorter sono supportate da quella struttura calda e solidissima che Jaco Pastorius stende come un tappeto sotto di loro. E allora quei due possono fare i jazzisti maledetti, tanto la rete che ci sta sotto li farà cadere sempre sul morbido. Il basso quasi non si sente, ma alla fine è quel miele denso che ti fa muovere la testa. Mica solo la batteria.

Jaco Pastorius

Dei bassisti è ammirevole la dedizione, la capacità di restare in secondo piano a servire la musica. Mai che si scatenino in un assolo. Sarebbe come vedere Koeman attraversare il campo lasciando le orme profonde nel terreno, dribblare con le sue gambe di tronco i pischelli della difesa e riuscire a rimanere in piedi per spiazzre il portiere. Non esiste. Non fa parte delle leggi dell'universo. Noi si sta indietro a dare il colore rosso amaranto del sangue della squadra. Non c'è gel nei nostri capelli e quando ci fanno le foto il sorriso che sfoderiamo è lo stesso che si usa ai matrimoni.

Al rogo i libri

Ha ragione l'Ecclesiaste. Più conosci più soffri. Mi chiedo a cosa servono tutti quei libri che si allineano, si ammonticchiano in casa, alcuni letti, molti acquistati d'impulso, come una necessità da tossicodipendente. Non sono serviti a nulla. Non sono più furbo, non sono più scaltro né saggio. Continuo ad avere una vita economica travagliata, non faccio parte di nessuna elìte, non determino le sorti di un bel niente.


Sono pieno dell'esperienze di altri, spesso malamente inventate, storie incongruenti con la vita vera. Ecco a cosa sono servite tutte quelle pagine. A tenermi lontano dalla vita vera, piantato con lo sguardo tra le pagine invece di stare con la testa alta con la faccia in faccia al mondo. Molto meglio trastullarsi con le maledette papere di Central Park, con alcolizzati malinconici e buoni, con guerre che magari non sono mai neppure esistite, piene di cadaveri vuoti. "Siamo gli uomini cavi". Molto meglio che guardarsi intorno e vivere un po', sporcarsi le mani, farsi figure di merda, sbattere il naso, avere paura, affrontare la paura, affilare il coraggio.

Appena mi passa, appena non ne sarò più dipendente li brucerò tutti, quei libri ai quali ho lasciato la possibilità di rubarmi l'esistenza. Qualche volta ho pensato che avrei potuto regalarli ad una biblioteca. Ma sono veleno. Non voglio avvelenare nessuno. Che brucino.