Sofia sulla giostra

Sofia viaggia sulla giostra, da sola. Una piccola montagna russa, un trenino a forma di bruco. Viaggia da sola nel vagone, viaggia da sola su tutta la giostra. Domenica mattina.

Alza le braccia quando scende in picchiata, alza le braccia, accenna a un sorriso. È un sorriso speciale, lo tiene sospeso come su una fune sospesa, appeso appena ad un flebile filo.

È un sorriso gentile, per niente invadente. Rimane nascosto tra le labbra appena socchiuse, come in attesa di una nuova sorpresa.

Sorriso leggero e sorpreso, scivolando su un bruco, una domenica mattina d'inverno. Da sola, sulla giostra.



Il ragazzo-cameriere che accarezza la sua tristezza con una sigaretta, un minuto prima di entrare nel bar dove lavora.

La signora parcheggiata di fronte all'espositore delle brioches, mangiando un cornetto come se fosse l'ultimo. E non si sposta neanche se dici "mi scusi".

Due che parlano di soldi. Uno che è nei guai e spiega le acrobazie per far apparire centomila euro con dei magheggi. L'altro che lo osserva sollevato, pensando quanto è bello non essere in quelle condizioni. E continua a chiedere "E come fai?"


This is the end (not yet)



Per quasi due anni ho scritto questa storia che mi ha ronzato intorno per tutta la vita. Ho riempito montagne di quaderni di una scrittura fitta, ho letto migliaia di pagine, ho passato pomeriggi, serate e pranzi a farmela raccontare, ho verificato, studiato, controllato, dimenticato, scritto, riscritto, cancellato e riscritto.


Sono corso a cercare pezzi di carta quando il rubinetto della memoria si metteva, senza preavviso, a buttare. Ho viaggiato, ho fotografato, ho fatto domande a persone che non conoscevo e che non vedrò mai più. Mi sono isolato, l'ho raccontata mille volte, ho rubato minuti, secondi al sonno.  Ho scritto e riscritto con la certezza che questo continuo raccontare non avrebbe mai trovato la fine. Ho buttato e ritrovato. Ho ricominciato da capo 4 volte.

Ora è finita. La storia è completa. Ho scritto la parola fine.

73 capitoli

70.837 parole inventate da zero

422.586 battute forgiate a mano

Ci sarà ancora molto lavoro ma la storia è compiuta. Quadrata, matura, piena. È qui tra le mie mani. Da pagina uno a pagina duecentodue. Dentro c'è tutto quello che deve esserci. Mi si mozza il fiato come dopo una lunga apnea, una maratona fuori allenamento. Non avrei mai potuto farcela, incapace di tenere sotto controllo quasi settantamila parole di senso compiuto: tutte insieme, come in una costellazione hanno costruito un cielo di significato. Eccole qui che parlano.

 Le parole che sono sopravvissute ad una severa selezione, riscritto quattro volte e ogni volta sacrificate migliaia di parole inutili, inadeguate, superflue. Ridurre, chiarire, sedurre, semplificare. Rileggo e certi passaggi mi stupiscono. Non posso averli scritti io. Vivono di vita propria. La meraviglia. E la voglia di ricominciare.


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Gente con cui ho avuto a che fare oggi.

L'educatrice dell'asilo nido in permanente e tuta da ginnastica del discount. Con un gesto elegante e autoritario mi intima di disarmare le bambine dalla frutta che stringono tra le mani. Il regolamento vieta l'introduzione di cibo non autorizzato.

L'inserviente del self service dell'autogrill. Con uno sguardo costernato cucina pizzoccheri tipici di un altro mondo con un misto di disorganizzazione e sconforto, facendo crescere la fila a dismisura e creando precedenti per conflitti di precedenza. Lei, imperterrita, continua per la sua strada. Ha i pollici opponibili flessi come quelli di coloro abituati ad usare le mani come pinze metalliche. Forse prima lavorava in fabbrica. Il ricollocamento spiegherebbe lo sguardo da alieno.

La nonna in scialle parcheggiata, sola, in uno dei tavoli della pizzeria. Si guarda intorno con sguardo naufrago nella speranza che qualcuno le spieghi che diavolo ci stia a fare lì. Intanto non si muove e attende come un cucciolo di orso grigio abbandonato all'autogril. Poi arrivano gli spaghetti col pomodoro.

Il cameriere della pizzeria. Vestito e pettinato come Steve Jobs consegna pizze dal diametro di 50 centimetri. The next big thing.

Decalogo del Barbiere




Dieci semplici regole per diventare il mio barbiere preferito.

1.Non sono qui per ascoltare le tue opinioni sull'ultimo goal di Pepe o di qualunque altro giocatore di qualunque sport.

2.Metti via maschere rigeneranti o shampoo fortificanti. Sono un maschio di vecchio stampo.

3.Obbedisci agli ordini che ti do. La testa è mia e la devo portare in giro io.

4.Riserva la tua creatività a qualche hobby costruttivo, tanto appena arrivo a casa mi faccio uno shampoo.

5.I peli nella zona faccia e collo sono il tuo mestiere, se incontri un sopracciglio ipertrofico trova una soluzione.

6.Mi faccio fare la barba una volta ogni sei mesi. Ogni rituale antico va eseguito con la necessaria serietà. Usa il rasoio vero.

7.Se in vetrina hai una foto di Little Tony per me non esisti

8. Sii preciso, ordinato, attento. Devi essere ciò che io non sono, se no sto a casa.

9.Ricorda che per me sei ad un passo dalla macchinetta mangiacapelli e non sarebbe la prima volta che me ne vado in giro rasato.

10.Se non sono contento, non dirmi: "li ho appena spuntati". Sono io quello che dovrà aspettare una lenta e penosa ricrescita. Pèntiti, è l'unica possibilità che hai per farti perdonare

Le cose che non cambiano


È il giugno del millenovecentottantasei e la decisione è presa. Questa volta giriamo la Sicilia. La stessa banda che negli ultimi cinque anni ha scorrazzato con l'InterRail in Germania, Olanda, Francia, Inghilterra e altri paesi europei ha deciso di puntare sul sud Italia.

Al solito il budget è risicatissimo e i metodi per finanziare il viaggio i più fantasiosi. Io avevo appena dato l'esame di Storia del Teatro su Pirandello alla facoltà di Magistero (no, nonna, non divento Magistrato). Raccolgo l'opera omnia del nobel siculo, nella collana del Teatro di Mondadori e mi metto in marcia. Al fondo di via Tripoli c'è un negozio di Carta, Cordami e Libri usati. Un bugigattolo, uno sgabuzzino stipatissimo di scaffali stipatissimi di libri. Ci puoi passare la giornata a scovare tesori. Metà dei libri sono nel retrobottega. Niente da nascondere, solo una cronica mancanza di spazio. Impossibile frequentarlo a settembre per via dello smercio dei libri di testo. Vado, mi vendo l'intera collezione e tiro su una ventina di mille lire che in vacanza fanno sempre comodo (pizza e birra, meno di cinquemilalire).

Recentemente sono tornato ad abitare da queste parti. Una passeggiata mi ha portato di fronte alla stessa vetrina. E quando dico stessa intendo proprio la stessa. Entro. L'odore è identico, la disposizione degli scaffali non è cambiata di una virgola. Un ragazzone biondino, con gli occhiali, mi da il benvenuto.
Dico la parola d'ordine:
-Dò un'occhiata.
Lui risponde con la controparola d'ordine
-Se ha bisogno chieda.

Gli racconto che sono qui per una botta di nostalgia. Venivo in questo negozio venticinque anni fa.
-Anche io - risponde con un sorriso complice.
-È tutto rimasto come allora.
-Non ho cambiato niente. Finché non mi crolla addosso...

Compro una copia di Kameraden di Sven Hassel solo perché è nella stessa edizione Longanesi Super Pocket del 1969 e nella stessa identica posizione, nello stesso scaffale di allora. Non so se lo rileggerò mai.

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Farsi un lavoro 1


Basta giocare ai disoccupati! Basta fare impresa per mietere il grano.


IL PUBBLICO CULTURALE
Affittare scioperati e disoccupati per aspiranti artisti

Chiunque sia convinto di avere una qualunque forma di talento venera l’idea del successo. Più del grano. E qualunque chiunque identifica l’idea del successo con un pubblico devoto. Invece di starsene a casa ad esercitarsi con i pennelli ad olio, pianoforti a muro o con fotocopie di libri autoprodotti, questa gente organizza mostre, concerti e presentazioni. Invita, si atteggia, firma, e spera che qualcuno la intervisti nelle sale che rimbombano vuote. Leggendo e rileggendo il proprio nome su manifesti stampati in casa.

Tra i partecipanti alle manifestazioni è raro trovare qualcuno che non sia un parente. Dato che svolgono in stanze di recupero, appena ristrutturate a scopi culturali, l’evento si risolve in un deprimente sabato pomeriggio a base di spumantino fuori pasto e chiacchiere in famiglia. La missione della vostra nuova compagnia è quella di fornire pubblico, fans, groupie temporanei ad artisti senza speranza.

Il personale

Per pescare in questo stagno avete bisogno di mettere insieme un certo numero di collaboratori presentabili. Lasciate perdere barboni, extracomunitari e tossici, quelli vanno bene per le manifestazioni politiche. Anziani, disabili e mamme vanno utilizzate con parsimonia: lo sanno tutti che la maggior parte di loro non ha un cazzo da fare tutto il giorno. Un pubblico qualificato (e dunque meglio retribuito) è fatto da gente che sembra professionista del settore: giornalisti, professori, artisti. Un buon bacino di reclutamento sono gli studenti universitari. I migliori sono i fuori corso, fuori sede. Hanno spesso bisogno di soldi e sono frustrati: se motivati vengono via per un pezzo di pane. I disoccupati cinquantenni, ex dipendenti privati silurati in una ristrutturazione sono oro colato: una bella depressione può essere scambiata per spocchia culturale.

Addestramento

Selezionate, tra quelli che riuscite a racimolare, sulla base della presentabilità. Se avete per le mani studenti scegliete i più anziani (i trentenni vanno benissimo). Questa prima selezione (tre, quattro persone) saranno i giornalisti, tutti gli altri il pubblico. I giornalisti dotateli di taccuini, penne, cellulari (senza scheda). Insegnate loro a fare la faccia distaccata (immaginate di pestare un merda a piedi nudi, che faccia fate? Una faccia da critico-giornalista). Fategli memorizzare un po’ di domande pertinenti.

Insegnategli a presentarsi: nome, cognome, testata. Per quanto riguarda la testata è quasi sempre meglio inventarne una: gli artisti frustrati sono degli ingordi divoratori di qualunque cosa potrebbe parlare di loro. Se obiettano (ma non obiettano) di non aver mai sentito parlare della rivista insegnate tre tipi di reazione: è nuova, la si distribuisce solo in alcune librerie scelte, oppure fate la faccia di chi ha appena incontrato un ultras del Catania al Teatro della Scala (vale l’esempio dei piedi nudi con in più una bella scivolata).

Strumentazione

L’investimento è contenuto. Taccuini e penne del discount andranno benissimo. Anche un paio di macchine fotografiche. Quelle a pellicola vengono via al prezzo delle patate. Non c’è bisogno della pellicola: verificate che il flash funzioni, è più che sufficiente. Lasciate perdere le usa e getta, quelle vanno bene in spiaggia per turisti sfigati e noi non vogliamo sfigati alla nostra mostra, no?


Modalità

Fate arrivare i vostri collaboratori alla spicciolata. Meglio dare ad ognuno un appuntamento diverso perché tendono a muoversi in branco, e non va bene. I “giornalisti” devono gironzolare un po’ e poi filare ad intervistare l’artista. Gli altri gironzolano e basta. Se la mostra dura abbastanza a lungo potete riciclare la gente. Se avete in previsione il riciclo comprate vestiti usati e montature di occhiali al mercato delle pulci. Lasciate perdere le parrucche, non siate ridicoli. Una faccia anonima può tornare anche tre, quattro volte. Per un sovrapprezzo potete organizzare conferenze stampa. Per quelle sono necessarie macchine fotografiche che abbiano l’aria professionale: grosse e nere. Procuratevi anche qualche registratore. Piccoli possibilmente, niente roba da breakers negri.

I concerti, soprattutto quelli rock, li lascerei perdere. Per tirare su un pubblico che merita ci va un sacco di gente e c’è il problema delle groupie. La rock star in declino è disposta a pagare per il pubblico a patto che qualche groupie si faccia dare una bella strapazzata dopo il concerto.

Se capita l’occasione, mettetevi d’accordo con la groupie zoccola e lasciate a lei l’eventuale introito della prestazione extra: meglio stare lontani dalla zona grigia della prostituzione. Se la rockstar eccede (alzando le mani) meglio non sapere niente. Il vostro è un mestiere onesto.

Clienti

Gli organizzatori di mostre garantiscono pochi problemi e un giro d'affari che merita. Pittura, fotografia, antiquariato. Si conoscono tutti, nuotando nello stesso stagno dalle acque basse e limacciose: una buona reputazione vi garantirà diversi clienti. E poi presentazioni di libri, inaugurazioni. L’importante è che sia roba culturale, roba che normalmente non considera nessuno, se non chi la organizza. Meglio, molto meglio i paesi rispetto alle città. Ancora meglio se riuscite a contattare i genitori dell’artista in questione: sono disposti a pagare di più e lo show è più credibile.

Può accadere (anche spesso) che ad ingaggiarvi sia l'artista stesso. È imbarazzante. E anche un po' triste. Ma siete dei professionisti: siate comprensivi e sorridenti e all'inaugurazione mostrate sincera ammirazione.


Sviluppi

Se il gruppo che mettete su funziona abbastanza bene lo potete riciclare per manifestazioni sportive internazionali. Basta accertarsi che tra i partecipanti ci sia un atleta di una nazione dimenticata da Dio come l’Azerbaijan o la Guiana Francese. Comprate su Internet la rispettiva bandiera e fateli scatenare sugli spalti. Le federazioni e le ambasciate possono apprezzare. Lo hanno fatto anche alle Olimpiadi di Pechino

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Sabato sera, il vicedirettore del quotidiano La Stampa, Massimo Gramellini, commenta le violenze di Roma durante la manifestazione degli indignati. E dice, con una banalità che non ti aspetteresti da uno come lui: pochi violenti hanno rovinato una manifestazione "giusta".


E perché l'avrebbero rovinata? Perché domani "tutti" avrebbero parlato delle violenze invece di dibattere sulle motivazioni condivisibili della manifestazione. E infatti, per non contraddire questo facile moralismo, domenica il suo giornale dedica la prima pagina e le prime 11 pagine alle azioni dei violenti.
Invece di dedicare la prima pagina alle 951 città che hanno manifestato preferisce dar voce alla violenza. Invece di parlare una volta delle cose buone che accadono nel mondo, preferisce farci guardare il nostro ombelico infiammato. E così anche sul giornale del saggio Gramellini hanno vinto i violenti. Segno che alla fine la violenza paga.


No, signor vicedirettore, la notizia non è che quattro idioti hanno bruciato qualche auto. La notizia è che milioni di persone hanno manifestato il loro disagio contro un sistema che li sta divorando. A questo avresti dovuto dedicare la prima pagina e le successive dieci. E poi al fondo della undicesima potevi scrivere un pezzo da mezza colonna intitolato: ieri tutto bene, solo qualche rumore in una piccola parte di questo mondo.


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E così in un paio di settimane ho rinnovato il parco tecnologico personale. IPhone 4, MacBook Air. Tutto molto figo. Le scatole meravigliose. La cosa più bella è che il trasloco è costato pochissimo anzi niente e nessun energumento dall'ascella pezzata ha rigato il parquet per portare via applicazioni, documenti e numeri di telefono. Schiacci un tasto e avviene la migrazione. Niente gommoni o tir col doppiofondo. Una pausa caffè un po' più lunga e il gioco è fatto. Di nuovo operativo.

Non devo riattaccare le applique, non devo scatolonare libri, non posso perdere le ricevute del pagamento delle tasse. Tutto come prima col vecchio Mac, come col vecchio IPhone. Certo questi giocattoli hanno una patina di nuovo, un colore brillante, qualche segretuccio sorprendente. Ma alla fine è la stessa casa di prima. Stessa diffcioltà a scrivere frasi di senso compiuto, la stessa attitudine al disordine e a scaricare applicazioni particolarmente inutili.

E l'agenda con gli stessi impegni. Tempo fa comperavo l'agenda dell'anno successivo proprio in questi giorni. Adoravo quelle che cominciavano da settembre-ottobre per finire il dicembre dell'anno successivo. Mi piacevano le pagine candide, liscie, profumate di solvente tipografico e di colla da legatoria, quel cra crac che la legatura risuona quando viene dolcemente violata. E poi la curiosità dell'impaginato, del vedere di che giorno cade il mio compleanno e tutte quegli accessori, il fuso orario, la rubrica, le festività in Finlandia o in Indonesia, che rendeva quel mattoncino di carta unico. Ricopiare con la penna su quella carta bianca (alba pratalia araba) nome, cognome e dati era una specie di rito zen. Non ci sono due agende millenovecento novantasette.

E invece il mio bell'Air nuovo ha la scatola nuova, gli accessori nuovi, ma dentro c'è la solita solfa, file che mi porto dietro da anni, con lo stesso nome, più o meno la stessa icona. Come un eterno presente mi perseguita la mia casa digitale.

Dài, ragazze è ora di aprire gli occhietti. Sono le sette e venti della mattina. Lo so che, naturalmente, il vostro corpo che cresce avrebbe bisogno di altro sonno, ma dovete svegliarvi. Conosco il piacere di rimanere a letto la mattina, il rosicchiare minuti preziosi di dolce incoscienza. E forse state facendo qualche bel sogno, Mina la pallina con la quale abbiamo giocato mezzo pomeriggio, e con la quale hai fatto la magnifica scoperta: SI PUO' LANCIARE!
Emma una fetta di banana o un pomodorino. Ma dobbiamo prepararci. Sì, dobbiamo. Siete entrate per la prima volta nella vostra vita nel mondo del dovere. L'iscrizione all'Asilo Nido lo esige. Nel mondo del dovere, il sacrificio regna sovrano. Dopo aver imparato a dire mamma, papà, pappa, cacca, NO, e "desidero ardentemente avere un altro po' di torta", imparerete a riconoscere un gruppo di termini fondamentali: bisogna, è necessario, devi, non puoi.

Sono un gruppo di termini che, a diversi livelli di gentilezza, piegano le volontà ai ritmi sociali del nostro mondo. Tutti insieme si chiamano Sacrificio. Bisogna fare sacrifici nella vita. Per i figli, per la famiglia, per il lavoro, per la Patria. Tutti vorranno qualcosa da voi e lo vorranno ad un orario preciso. Per cui imparate a ricacciare nel buio il dolce languore del riposo, del non mi importa, dell'ancora un minuto, e tiratevi su.

Sì fa anche freddo questa mattina. Sono sicuro che imparereste di più sul senso della vita a sgattare nell'armadio di papà o a litigarvi il ciuccio. Ma dovete pagare il vostro ammontare di sacrificio. E sapete una cosa? Non so proprio perché. Da quando abbiamo abbandonato la vita da cacciatori e raccoglitori e abbiamo costruito questa gabbia che chiamiamo civiltà siamo animali sacrificali. In cambio abbiamo avuto una vita più lunga che sprechiamo a far sacrifici, una vita più sana che roviniamo con lo stress e tante altre cose di cui possiamo fare tranquillamente a meno.

Adesso basta, ragazze, su con la vita. Andiamo e per favore, almeno questa mattina, non piangete disperate quando vi lascerò in mano alle maestre dell'Asilo. Non saprei farmene una ragione.

Borderline

Sono sempre stato affascinato (e impaurito) dal Confine. Il Confine è quel momento in cui, per una ragione difficile da controllare, l'esistenza cambia. A volte in maniera irrimediabile. Il Confine è quando tua madre esce di casa a prendere il pane e ti lascia solo per un po' troppo tempo e la tua vita rimane infettata da una sindrome dell'abbandono che ti impedisce, giorno dopo giorno, di costruire delle relazioni umane rilassate. Il Confine è quando scopri che il tuo lavoro non esiste più e che le rate e le bollette sono diventate un veleno mortale che ti uccideranno poco alla volta. Il Confine è quando il bicchiere di vino, la sigaretta, la spada, diventano assolutamente necessari, quando la tua esistenza gira intorno a quegli oggetti. Tu sei bevuto, tu sei fumato, tu sei iniettato.

Il Confine che fa paura è quello che diventa l'Orlo, superato il quale non si riesce più a risalire. E si vive al fondo pensando ogni momento che da qualche parte possa esistere un sentiero che risale. Si smette di vivere e si impara a sopravvivere facendo i conti minuti, sulle monete, sugli spiccioli di sentimenti, sui rimasugli, sui piccoli risparmi. Far la doccia da amici per risparmiare l'acqua calda, credere che un'occhiata appena più dolce sia affetto.

Depressiòn Mon Amour

A casa mia la gioia di vivere è sempre stato un animaletto cagionevole.

Il mio medico è un tizio allampanato con i capelli a spazzola e gli occhi verdi a palla. Porta un camice bianco con i polsini con l'elastico come quelli dei bambini. Non mi visita quasi mai. Crede nel potere della parola.

"Ha sbalzi di umore?"
"Più o meno. Diciamo che sono stabile in zona fondo del barile."
"Dorme male?"
"Quello sì. Sonno leggero e mi sveglio presto."
"Ha pensieri catastrofici?"
Qui si impone una riflessione prima della risposta. Voglio dire, non ho mai avuto pensieri medi. Soprattutto durante le insonnie. Sempre robe estreme, nel bene e nel male. Ma qui sta chiedendo...
Taglio corto che non sopporto il suo sguardo insistente.
"Qualche volta."
"Piange senza ragione?"
Eh no, un momento. Sono un uomo, padre di famiglia recidivo. Ho responsabilità al lavoro e insegno. Mica smoccolo gratis.
"Qualche volta."
Qualche volta trasformarsi in una cascata è un atto liberatorio che serve anche a colpevolizzare chi ti circonda. Il che non è male. Si aprano i rubinetti, dunque.
"Lei è depresso?"
Lo adoro quando fa così. È il medico più umile che abbia mai conosciuto. Quelli, abituati a sgattarci nelle viscere, sviluppano una sindrome d'onnipotenza che li ha portati, nella mia vicenda sanitaria, ad attribuirmi almeno quattro malattie mortali. E invece questo chiede a me.
"Non so."
"Cosa vogliamo fare?"
Una volta il mio medico allampanato mi ha suggerito di imparare la meditazione su YouTube. Un tipo pratico. Parliamo un po' e si finisce sullo zero a zero. Niente medicine, un po' di sport, YouTube e la vita è quella che è, insomma.

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Educare al sangue



Cresciuto l'estate in campagna, non mi è stato risparmiato nulla. Neanche il frequente omicidio dei conigli.

Tumlin, scendeva nell'aia e chiamava.

-Dài che andiamo dai conigli.

Noi gagni lasciavamo i giochi e correvamo ad appenderci a grappoli alle sue mani. Tumlin ci trasportava nel portico dove stavano le gabbie di legno dalle sbarre martoriate. Ci vivevano almeno trenta conigli che, rosicchiando in continuazione, producevano ronzìo. Quando Tumlìn apriva il coperchio noi ficcavamo  un mazzetto di rami di gagìa di cui le bestie erano ghiotte. Tumlin diceva il peso, l'età, quanti figli avesse fatto quella femmina, a quanto si sarebbe potuta vendere. Non gli dava nomi. Toccava la pancia alle gravide.

-E' quasi pronta, domenica avrete i cuccioli da accudire.

Se ci avvicinavamo troppo diceva:

-Stai lontano te. Una volta a un bambino hanno portato via due diti. Due diti coi denti davanti. E state un po' bravi.

Non si può fare troppo ciadel vicino alle bestie. Si spaventano e se si spaventano non mangiano, non crescono, non si accoppiano, non fanno cuccioli.

Tumlin tirava su il coniglio grosso dalla gabbia, gli legava le gambe dietro dell'animale, tenendolo fermo sotto l'ascella. Poi gli legava quelle gambe davanti. Poi lo appendeva a testa in giù a un chiodo sul muro del portico. Solo allora la bestia si dimenava. Tumlin si faceva consegnare il bastone dei conigli e mollava il colpo.

TOC!

Da sotto in su, diritto sul naso del coniglio che cominciava a sanguinare. Apriva il rubinetto del sangue che colava giù, nella padella dei conigli.  Noi guardavamo in silenzio. Tumlin riconsegnava il bastone.
-Mettilo a posto.
Quando il sangue finiva e il coniglio era quasi morto Tumlìn rivoltava la bestia a pancia in su. Estraeva il coltello e incideva la pelliccia sui garretti. Tirava fuori un lembo di pelle e tirava verso il basso. La pelliccia veniva via un po' alla volta. Se era inverno la pelle fumava. Tirava fino al collo e la lasciava penzolare.
Poi ci consegnava il pentolino del sangue da tenere.
Al suo posto metteva un pezzo di carta oleata.

Piantava il coltello tra le gambe dell'animale e lo apriva fin sotto il collo facendo crocchiare le ossa del petto. Lo apriva per svuotarlo. Sceglieva le animelle da conservare e quelle da dare ai cani e poi ci spediva via. A prendere il rosmarino, la salvia, a consegnare il pacchetto delle interiora.
Quando tornavamo il coniglio era ormai tutto rosa, la pelliccia appesa e tesa a seccare. Tumlìn se lo prendeva in braccio per portarlo in cucina e noi tornavamo a giocare.

Tamburi nella notte

Un colpo cupo, di cannone, rimbomba per tutta la valle. Dice il Corano che in tutto il mese di Ramazan ti asterrai dal cibo per tutto il giorno fin dopo il tramonto, e il tramonto comincia nel momento in cui ti sarà impossibile riconoscere la differenza tra un filo di lana rosso e uno nero. Ora è tutto più semplice, basta il colpo di cannone che annuncia la fine del digiuno.


Dai minareti si alza l'hazaan. Non c'è il muezzin che si è arrampicato fin sulla balconata a cantare la grandezza di Allah. E' una registrazione, in qualche moschea annunciata dallo stesso cicalino delle vecchie stazioni ferroviarie. In alcuni punti, quando si riescono ad ascoltare tre, quattro hazaan contemporaneamente, l'effetto è di un eco assolutamente identico a se stesso. L'hazaan è in arabo. Alla fondazione della repubblica, negli anni venti, l'hazaan in arabo fu vietato ed era cantato nella lingua nazionale. Negli anni cinquanta fu Adnan Menderes, il presidente impiccato nel 1961 per attentato alla Costituzione, a levare il divieto di usare l'arabo per le celebrazioni religiose. La preghiera è tornata in arabo dappertutto.

Questa notte passano i tamburi del Ramazan. Sono ragazzi del paese che suonano tamburi di guerra. Svegliano la gente affinchè possa mangiare e fare l'amore nel bel mezzo della notte, quando è ancora permesso. Si avvicinano alle case illuminate, alla gente che mangia sulle terrazze, per ricevare un'offerta per il loro lavoro.

L'unghia e l'aglio

La mia preoccupazione, a quei tempi, era una cosa che non potevo nascondere. Ben visibile, in mezzo della faccia c'era il mio naso. Naso a becco, capelli neri e spessi, statura non tanto alta, mi facevano somigliare agli ometti delle caricature che si vedevano sui giornali. Per tutto il periodo della guerra ho avuto paura che qualcuno mi scambiasse per un ebreo. A quei tempi essere scambiato per un ebreo era una scarogna.


Dopo l'armistizio i fascisti arrivavano in paese a controllare i documenti, a interrogare la gente per strada e a prenderla a calci nel culo. Se la pigliavano soprattutto con chi dicevano socialista e con quelli che sembravano gli ebrei.
I fascisti arrivavano da Canelli, un sessanta chilometri in quella direzione, passato il Tanaro. Venivano con tre o quattro autocarri alla volta, addossati gli uni agli altri, come le pecore. Gli uomini se ne stavano accucciati dietro le sponde, le armi puntate verso i boschi. Li sentivi sparare una raffica, a caso, per far paura ai partigiani.

Affacciandoti alla balconata di San Rocco, quella che guarda verso valle, potevi vedere i mezzi scendere fino al ponte della stazione del treno, sparire dietro i boschi di gagie e sambuco e riapparire arrancando su per i tornanti.

 Dalla primavera le cime degli alberi, gonfie di foglie, nascondevano quasi tutta la strada. Gli autocarri sparivano coperti dal verde e si sentiva solo il rauco e monotono verso dei motori e la caligine del fumo della nafta saliva tra i rami lasciando lungo il percorso un'ombra non più trasparente, un fluido appiccicoso e denso di aria pesante.


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Una leggenda


Come un principe, Abraham Moritz Warburg, aveva il destino segnato. Un destino radioso. Figlio di una famiglia di banchieri era designato ad ereditarne le fortune e le responsabilità. Bastava seguire il flusso ereditario e riempire il ramo sull'albero di Jesse,  facendo fiorire gli affari, preparando la successiva generazione.

Aby decise di scendere dall'albero, con una eleganza che communove. Lungi dall'essere il contestatore che combatte la famiglia e la lunga linea di discendenza, si racconta che un giorno chiamò il fratello più giovane Max, proponedogli un accordo.

Aby rinuncia ai diritti di primogenitura a favore del fratello Max che eredita la fortuuna e gli affari. "In cambio comprerai per me tutti i libri di cui ti chiederò". Semplice, diretto, onesto. L'affare si fa. La famiglia Warburg si ritrova un amministratore capace e appassionato e un primogenito felice. Aby Warburg divenne uno dei più grandi studiosi d'arte, sopratutto del Rinascimento italiano, d'inizio secolo scorso. Fu l'iniziatore di quella straordinaria esperienza culturale che è il Warburg Institute che ha visto avvicendarsi giganti come Erwin Panofsky, Cassirer, Yates e Ernst Gombrich.

L'istituto, fondato ad Amburgo corse un enorme rischio con l'avvento del nazismo (Warburg e alcuni suoi collaboratori erano ebrei) ma con un colpo di mano degno di commandos con spessi occhiali da bibliofilo venne trasferito  a Londra dove tuttora prospera. Ma questa è un'altra storia.

La storia di Aby Warburg, invece, mi piace ricordarla, di tanto in tanto. Per la sua semplice bellezza. Certo, Aby era ricco e certe scelte se le poté permettere. Ma le leggende si ascoltano, si lasciano macerare in un angolo della testa e quando è ora di ripartire per qualche nuovo viaggio possono diventare quella piccola spinta che ci vuole a fare il primo passo.

Il Missionario
Da piccolo avrei voluto fare il missionario. Mi è mancata la fede. Soprattutto in me stesso. Avendo perduto la mia unica professione vocazionale ho cominiciato una vita professionale nomade che mi ha portato a fare tanti mestieri. E a voltare pagina di frequente.
L'aspirazione a fare il missionario è rimasta come una delle colonne della mia esistenza.

Per missionario non intendo il gesuita in cachi e casco coloniale che "esporta" religioni o "democrazie" quanto un viaggiatore disposto a condividere. Porto la mia civiltà, la mia storia in posti diversi e costruisco un ponte. La mia storia, che trasporto, la regalo. E aspetto che i miei ospiti regalino a me la loro fetta di storia. Apro porte, imparo lingue e linguggi. Invento possibilità. Creo opportunità per me e i miei fratelli umani. Non impongo. Imparo l'arte dell'adattamento, del compromesso. Divento creolo, pidgin, mezzosangue, mulatto, lingua franca. Soprattutto regalo.


Il Dono
Ho sempre lavorato in ambiti "creativi". In questo campo avere un briciolo di talento, aiuta. Il talento è un dono. Come dono non ci appartiene mai completamente. Se qualcuno ci regala qualche cosa in realtà ce ne consegna solo una parte in quanto il dono entra a far parte della sfera comune che ci unisce. Non posso regalare un dono a qualcun'altro perché tradirei il legame che c'è con chi il dono mi ha fatto. Il talento è un dono. A me non è chiaro chi possa fare un dono come questo. Un essere supremo o il caso. La fisica dei neuroni o lo spirito dell'universo. In ogni caso non ci appartiene completamente.

Così come quando ci viene regalato qualcosa di buono lo condividiamo con i presenti, credo sia necessario condividere con chi ci circonda il talento che ci è stato donato. E non intendo solamente quella falsa idea di dono che hanno alcuni artisti che "donano" la propria arte al mondo facendosela pagare profumatamente. Una parte di talento va regalato. Regalato e basta. In prima persona. Il talento è una forma di fede senza religione.

Ancora missionario

Riflettendo, spesso amaramente, sulla mia condizione di ricco, bianco, pasciuto membro del nord del mondo mi sono chiesto che tipo di missionario avrei potuto diventare. Non esercito professioni vitali quali il medico, l'agronomo, l'ingeniere. Sostanzialmente tratto storie. Che, sebbene definiscano le identità, le culture bla bla bla, non ho mai (ancora) sentito di orgainzzazioni come Medicins Sans Frontieres che andasse in giro per il Darfour a salvare le storie.

Eppure... eppure subito dopo la fame l'identità è uno degli elementi che determinano la sopravvivenza. Il Terzo Mondo è abitato da bambini negri e scheletriti he vivano sradicati in tende di plastica. Non hanno una storia, non hanno una identità. Sono diventati un'umanità simbolica, de-storicizzata, eternamente boccata in una ricerca di minima sopravvivenza. Ogni bambino è lo stesso bambino. Da decenni. Non ha nome. Non ha patria. Non ha storia. Nutrito, sparisce.

La lettura dei libri dell'africanista Basil Davidson mi ha dimostrato quanto il mio pregiudizio sui bambini neri scheletriti fosse consolidato. L'Africa ha una storia, a volte più civile del Nord civilizzato.


Il Progetto Waste Land di Vik Muniz mi ha aperto gli occhi. Raccontando in modo creativo le storie dei"riciclatori" della discarica di Jardim Gramacho (Rio De Janeiro) cambia loro la vita, dona loro dignità.

Ricordo bene gli occhi dei ragazzi algerini o zingari detenuti al carecere minorile Ferrante Aporti quando gli proponemmo di fare uno spettacolo (con pubblico!) sulle loro storie. Mica Pirandello, Shakespeare o quelle balle lì.


Per adesso gli appunti finiscono qui.

Marc se n'è andato

Un annuncio laconico e malinconico sulla sua pagina di Facebook recita: "La famille de Marc, ses plus proches amis ont la douleur de vous annoncer le deces de Marc ce mardi 9 aout 2011"

La prima volta che ho visto Marc è stato a Barcellona. Era venuto a trovare Siobhan, la giovane designer americana con la quale stavamo lavorando per una università catalana. Siobhan raccontò le rispettive storie per farci conoscere, con il consueto entusiasmo di un'americana realizzata e curiosa. Malgrado gli sforzi di esaltare a mia inesistente carriera, la vicenda di Marc era enormemente più interessante. Pittore parigino di una certa fama, componeva magnifici carnet de voyage dipingendo ad acquarello su buste usate e affrancate, comprate nei mercati delle pulci. Era a Barcellona per Siobhan. Il giorno dopo, in una pausa del lavoro, ce ne andammo in giro al parc Güell, a Barceloneta e finimmo a mangiare tapas al Barrio Gotico. Quasi senza dire una parola.

Marc era laconico. Si creò immediatamete un legame tra di noi che non aveva bisogno di parole. Lo incontrai di nuovo un paio di anni dopo, per il suo compleanno. Arrivò senza sapere della mia presenza
nel piccolo appartamento di Siobhan al quarto piano di una palazzina di mattoni rossi in Bedford Street, nel cuore del Village, a New York. Quasi quindici anni fa. Era negli Stati Uniti per Siobhan e per cercare uno studio a Brooklyn. Li ho sentii salire lungo la ripida rampa di scale e li vidi apparire sulla porta. Sorridevano entrambi. Una cosa normale per Siobhan, meno per lui, un francese dal volto lungo, spesso ombroso, con una certa somiglianza con un giovane Albert Camus. Ci abbracciammo imbarazzati e commossi.

Il giorno dopo ce ne andammo in giro da soli imbaccuccati nel freddo pungente dell'inverno. Ci sedemmo nella hall del Chelsea Hotel in onore delle tante star maledette che ci avevano soggiornato. Mangiammo un gigantesco hamburger di bisonte. Durante la notte lo trovai seduto sul divano, vestito, che fumava. Qualche problema sentimentale, pensai. Ma non gli chiesi nulla, non era nostra consuetudine. Ce ne andammo in giro anche il giorno dopo fumando sigarette e parlando di chissà cosa.
Mi raccontò del suo imminente viaggio in Buthan.

Ci incontrammo altra volte sempre a New York. Mi invitò ad andarlo a trovare a casa sua in Rue e Clichy, a Parigi. Promisi che l'avrei fatto. Un'amicizia profonda, senza troppo parole, da lontano, scandita da un tempo lunghissimo. Ci siamo scritti qualche volta e l'anno scorso l'ho ritrovato su Facebook. In tempo per leggere l'ultimo post.


Marc Lacaze 1966-2011

Cosa ci faccio qui?


Sono le otto e mezza di una domenica sera al Parco del Valentino. La giornata africana ha portato qui un sacco di gente, la maggior parte della quale ha la metà dei miei anni. C'è una fila ininterrotta di partitelle di calcio le cui squadre spesso a torso nudo si confondono e i palloni si mischiano. Ci sono studenti che studiano, ripassano, sognano, amoreggiano, bevono, mangiano, sfrecciano in bicicletta con le gonne veleggianti, le barbe accennate, i capelli liberi, le borse piene di sigarette, libri e cellulari. Sono i cittadini di un mondo all'infradito e del tutto-è-possibile che a gente di una certa età andrebbe interdetto. E invece sono lì, in mezzo a quelli, con i miei libri, le mie bozze, i miei sandali e quella stessa certezza di immortalità e di abbondanza di futuro di quella gente. Cosa aspetto a crescere? Mi devo rassegnare ad essere stato definitivamente escluso dal mondo adulto? Eppure non sono parte di loro. Ho due matrimoni, tre figlie, un lavoro, delle cattedre, genitori anziani. Mica uno scherzo. Per fortuna il solito monsone piemontese, ad un certo punto, ci manda tutti a casa.



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Cosa c'è di meglio che festeggiare il proprio quarantacinquesimo compleanno in un vecchio lager nazista abbandonato, nel bel mezzo della Sassonia?

Quest'anno, come regalo, ho trovato nella casella di posta elettronica un biglietto aereo per Berlino e una macchina a noleggio per raggiungere Königsbrück,  nel weekend del 24 e 25 luglio. Laggiù a milleottocento metri da quella che era la Adolf Hitler Platz c'è il Neues Lager, il campo dove mio padre è rimasto deportato come lavoratore forzato tra l'estate 1944  la primavera 1945.

Non è un lager come ci si immagina. È piuttosto un campo (lager appunto) di addestramento, una delle più grandi installazioni militari del Reich. Il campo è rimasto fortunosmente intatto da allora. Conquistato a metà aprile 1945 dai sovietici è rimasto attivo fino alla fine degli anni ottanta e solo allora abbandonato.

Se esistesse un anitrust per l'infanzia dovrebbe intervenire nel nostro paese. Esiste un'evidente monopolio cattolico nella gestione del tempo libero dei bambini.

A parte l'offerta statale, la maggior parte delle iniziative sono saldamente nelle mani della chiesa. Non è facile allevare una bambina laica.

Ligi all'insegnamento "lasciate che i pargoli..." i religiosi si sono dati da fare. Hanno costruito oratori, case vacanze, chalet, centri sportivi, associazioni, gruppi di volontari. Hanno percoso chilometri di sentieri, spiagge, piazze e periferie. E hanno sbaragliato la concorrenza nell'industria dell'infanzia.

E se non ci fossero loro? A chi affideremmo i nostri figli?  Se la rivoluzione francese avesse completato il ciclo e avesse trasformato il potere clericale, disinnescandolo, fino a ridurlo ad una nicchia folcloristica di credenti? Solo i credenti hanno la spinta ideale per occuparsi in maniera così capilare ed entusiastica dei bambini? Oppure è solo il segno del successo di un investimento che i papaveri di Santa Romana hanno caparbiamente sostenuto dall'alba dei tempi? Un investimento che serve a garantire nuovi credenti.

La verità, forse, sta nel mezzo. Un po' è la base, i volontari, i credenti della vita quotidiana che sgambettano dietro a plotoni urlanti di bambini in braghe corte, insegnano loro il rispetto, la convivenza, l'umanità. La chiesa dal canto suo aiuta questi entusiasti fornendo loro le strutture, la logistica. In cambio? Solo quello di dare una riverniciata di religiosità agli anni più belli della vita, gli indimenticabili, in modo che il ricordo ne rimanga per sempre aromatizzato dell'odore dei santi. Insieme alle partite di pallone, qualche avemaria, insieme alle recite qualche buona novella per le prossime generazioni della dottrina cattolica.

La prima impressione è un po' desolante. Non c'è nessuno. E' normale, lo so, ma quelle pagine così spartanamente e candidamente Google fanno un po' impressione. E ora che faccio? Ammetto che sono un disattento spettatore di video dimostrativi e preferisco smanettare. Trovo qualche faccia conosciuta come ad una festa delle medie e mi ci attacco. Ci sono le "Cerchie". Nome agghiacciante. Potevano chiamarle Gruppi (no c'è Facebook), Comitive (per andare dove?), Associazioni (poi la gente vuole la tessera), Compagnia (e l'anello?), Holding (e chi ce lo tiene fuori Bisignani?), Famiglia (beh, si no, non esageriamo).

Va bene Cerchie allora. I quattro amici solitari che incrocio ci entrano con una simpatica animazione. Ecco la novità. Simpatiche animazioni. Spero non sia tutto qui. Improvvisamente la bacheca, ops!, lo stream si anima di un po' di attività. Sempre con quello stile spartano. Giusto non tradurre Stream, se dopo "cerchie" ci fosse stato il "ruscello" sembrava di essere entrati in una versione maffa di World of Warcraft.

Vado in giro ancora un po' e una serie di "non hai ancora caricato, condiviso, etc" mi fanno tornare ai tempi della scuola media e dei compiti a casa. Lontano sento il brusio allegro di Facebook pieno di gente.

Tutto bello, tutto pulito. Fin troppo.

Senza Casa


Questa sera non riesco a tornare a casa.
Ci giro intorno, continuo a camminare, mi fermo sulle panchine, mi allontano. Dallo spazio aperto di Piazza d'Armi lo sguardo mi sprofonda non più abituato a queste prospettive. Lo spettacolo delle nuvole, un catalogo di tutte le forme possibili che l'acqua in cielo può assumere. Rimango ancora un po'.

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Nazisti superstar

Nella narrativa contemporanea i nazisti occupano un posto di tutto rispetto. Dalla letteratura della restistenza, alle testimonianze, Levi, Pahor, Kertesz, Fallada, Lind  e tanti altri ai romanzi di coloro che non hanno vissuto il periodo ma che in qualche modo ne sono stati catturati come Littel. Poi ci sono anche quelli che hanno sfiorato la storia creando biografie più o meno romanzate delle superstar nere come Mailer, Genna e Binet. Quest'ultimo occupa un posto particolare.

Il fatto è che le storie hanno una funzione. Consolano, mettono ordine. Pensare che siamo appartenenti o figli o nipoti della generazione che a Babij Jar ha ammonticchiato centomila pesone vive per assasinarle una ad una, terrorizza. Raccontandone la storia, spiegando, chiarendo, ci sembra di riprendere il controllo. Non lo faremo più. Binet non ce la fa. Sceglie un episodio che è per certi versi marginale e per altri cruciale della Seconda Guerra (l'assassinio di Heydrich) e tenta di raccontarlo cercando di non incappare nella consolazione della lettertura. Non vuole inventare Binet e se lo fa si rimprovera, svela il meccanismo e lo rompe. Solo la verità. La narrazione non se ne giova, anzi i continui sturbi dello scrittore dopo un po' annoiano ma fanno riflettere.

Forse per la paura di guardare quello che possiamo diventare abbiamo trasormato l'estistenza in una grande storia i cui contorni si sfumano nel'invenzione e, noi, personaggi, ci lasciamo perdere in una eterna scena madre che poco ha a che fare con la realtà.

Adesso lo possiamo dire. Dopo diversi mesi di lotta abbiamo conquistato una vetta. Una vetta dalla quale poter osservare un'altra vetta ancora più alta. E' ormai ufficiale che Domino si sia aggiudicata una delle gare più importanti della sua vita e fa piacere esserci. Siamo stati incaricati, insieme a 72andSunny di Los Angeles, di progettare e realizzare il portale globale di Fiat. Todo el Mundo, companeros!

Per noi torinesi (di una certa età) Fiat ha un valore complesso, con diversi risvolti emotivi e di memoria. Costruire la voce (on line) di quell'azienda è un po' come fare il sito della Casa Reale, dell'Imperatore di tutte le Russie o del Sacro Romano Impero. Di Fiat abbiamo mangiato, respirato, vissuto. Non esiste famiglia che non abbia speso qualche anno di vita a costruire le automobili che ci hanno portato in ferie, sull'Autostrada del Sole, sulle curve del passo di Nava, a traslocare con il portapacchi traballante, ad infrattarci in qualche luogo ameno, vagamente romatico. Fiat è stata il diavolo ai cancelli di Mirafiori, è stata la salvatrice della patria con i treni della speranza, è stata il capitalismo nostrano, il nostro pane quotidiano, la reggia, la fortezza, le mura della città. Ancora adesso Fiat non è solo un'azienda. E' un paradigma, un segno dei tempi, una pietra di paragone, un pezzo della Repubblica.

La mia prima auto è stata una Fiat 128, soprannominata Mille Bolli Blu. Pagata duecentomilalire (100 euro). Un'auto con la selleria in skai rossa, nutrita a benzina normale Ci ho girato mezza Italia all'invidiabile velocità massima di 85 chilometri all'ora. Non so dove stia ora. Sono convinto che gira ancora col suo motore borbottante. Mi piacerebbe trovarle un posto in questa nostra nuova sfida.

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L'attimo è fuggito


C'è qualcosa di totalmente struggente negli attimi raccolti dalla fotografa Ana Pais, quell'eterno ripetersi di un solo secondo come se la nostra esistenza fosse, per davvero, infinita.

  La mostra on line su Behance è Eternal Moments

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Nostaglia Cartacea




Una candela che profuna di carta stampata. Sa un po' di nostalgia e un po' di lumino votivo (soprattutto con quel font gotico del NYT) per un supporto in via di estinzione.




L'umanità si divide in due grandi tipi umani. Il primo tipo quando dite: questa sera cucino la pizza, comincerà ad immaginare La Pizza, ovvero l'archetipo assoluto del piatto tipico, con una parcentuale stabilita dagli Déi di pasta, pomodoro mozzarella, origano e di una percentuale trascurabile e determinata dalla inutile creatività umana di accessori autorizzati quali le olive o le acciughe o il salame piccante o il carciofino. Già il wurstel è al limite, la quattro stagioni accettata solo per via della tradizione ormai consolidata.

Se la vostra pizza non corrisponde a questo archetipo verrà accolta con sincero stupore una marcata incredulità nel constatare quanta creatività sia stata perduta per variare su un tema ormai perfetto: pasta+pomodoro+mozzarella. Queste persone detengono La Verità. Che è un oggetto sferico, indistruttibile, assoluto, impermeabile, irrestringibile, inossidabile. Per essi non esiste la pizza con... ma esiste LaPizza. Tipicamente in una pizzeria ordinano La Margherita cercando di pronucniare correttamente le maiuscole (hanno una passione per le maiuscole)  iniziando, appena il cameriere si allontana, un pippozzo sul fatto che a Napoli la vera pizza è solo la Margherita e bla bla, la regina, bla bla. Vivono una vita frustrante nella quale la ricerca della Pizza perduta, inacidisce ogni esperienza e ogni nuova pizza consumata non sarà che un nuovo livello di lontanaza da quella perfezione ormai per sempre dimenticata.

L'altra parte di umanità quando pronunciate la frase: questa sera cucino la pizza si dispone ad essere sorpresi. Se gli sfoderate una Pizza Margherita riamrrano basiti dalla vostra mancanza di pietà umana. La loro fame di stupore gli spinge a provare la Gamberetti e Marmellata di Lamponi, il calzone mansardato, la sedici stagioni senza condizionale, La Biancaneve senza mozzarella (questa è una genialata del marketing: minimizzare l'ingrediente per massimizzare il plusvalore) e la mitica, la Shangri-La degli stupefatti: la Pizza Con TUTTO, questa sì con le maiuscole. Bulimici di creatività si lasciano scivolare sugli esperimenti più diabolici e spesso contronatura pur di scoprire qualcosa di nuovo. Le pizzerie a loro dedicate hanno menu che escono in volumi rilegati e camerieri dotati di computer in grado di fare calcoli combinatori. Perchè quando la creatività della pizzeria non basta, mica si arrendono. Creano. (conoscevo uno che al bar ordinava: un caffé decaffeinato, ristretto, tiepido, in tazza grande con acqua calda a parte e un bel vaffanculo dal barista). La vita di costoro è frustrata dalla mancanza di spazio sufficiente nello stomaco per provare next big thing.


A volte qualcuno si stupisce per la mia capacità di ricordare. Non informazioni importanti o fondamentali (cosa che a scuola avrebbe aiutato). Cose ininfluenti, triviali, utili soltanto a far stupire chi ti ascolta. Cose di cui non ricordo neppure dove le ho apprese. Tipo le parole (in ebraico) di Hava Nagila o quelle in russo di Podmoskovniye Vecera,il nome del riflesso del sole sull'acqua, il disturbo oftalmico che rende l'occhio irrequieto,il nome del mitico numero 33 dei Boston Celtics degli anni ottanta e tante altre amenità.

È che in famiglia viviamo di storie. Gente di piccolo paese, ci si racconta le vicende di tutti. Nelle complesse ramificazioni familiari ed episodiche ricordare è fondamentale.

C'è qualcosa di confortante nel sentirti ricostruire le linee di parentele più complicate di gente magari morta venti o trent'anni fa con nome, cognome e stranom, posizione geografica, episodi salienti con una tale lucidità che conforta persino papà.

E poi viene il presente. È diventato scivoloso come una lastra di ghiaccio. Le cose, i nomi non attecchiscono più, non piantano radici, scivolano via quasi nello stesso tempo in cui sono arrivate. Cosa rimarrà di questi giorni? Soltanto le tue domande, sempre le stesse le cui risposte non riesci a conservare. È diventato un mondo incerto le cui storie si vanno riempiendo di banchi di nebbia, improvvisi vuoti a cui non sai più dare senso. Sono storie che non confortano, che stanno diventando della stessa sostanza infida della realtà.

Non ci sono più favole che spiegano tutto, che rimettono in odine, ma solo una cronaca sfuggente e troppo rapida che ti lascia stupita e spaventata.

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-IF non ho spento inavvertitamente il boiler; non ho finito il bagnoschiuma THEN posso fare la doccia, ELSE mi lavo a pezzi e mi sento a pezzi.

-IF Giulia o Noemi sono già nel cortile della scuola, non sono a secco di benzina, non ho dimenticato il cellulare THEN posso lasciare Sofia a scuola e andare a far colazione presto e posso scrivere per almeno 50 minuti ELSE aspetto e faccio colazione di corsa.

-IF Se non hanno deciso di chiudere l'ennesima strada per lavori; non sono vittima di un inspiegaile ingorgo, non decido stupidamente di andare a parcheggiare in qualche luogo affollato; THEN arrivo al bar in tempo per scegliere il posto dove stare ELSE Se c'è abbastanza tempo faccio colazione in piedi (anche se la mia religione lo impedirebbe)

-IF La batteria del computer è piena; Non piove; Non fa freddo; THEN faccio colazione fuori e l'umore migliora ELSE Dentro con la musica a palla e l'odore di brasato alle 8:45 del mattino

-IF Non incontro nessuno che conosco al bar THEN Posso concentrarmi e fare qulcosa di utile ELSE Devo elaborare una serie di chiacchiere futili e di nessun interesse per intrattenerci e fare passare quel tempo prezioso.

Che ci fai con 5000 euro?



Con l'ultimo libro aggiunto al mio account Anobii supero i 420 titoli aquistati e registrati in tre anni. Contando che mancano quelli pubblicati prima dell'adozione del codice ISBN (1970) e alcuni acquistati in periodi in cui non avevo voglia di registrare e assegnando ad ognuno un valore ipotetico (molto ipo) di 10 euro, posso affermare d'aver sganciato una cifra pari a 5000 euro.


Una barchetta di soldi. Avrei potuto comprare:

-Una Triumph Bonneville non troppo usata
-Un viaggio in Giappone abbastanza confortevole
-Tre MacBook Air 11" (più ram e accessori)
-Un consistente numero imprecisato ingressi ai Ted Talks
-Due mesi buoni di ozio senza pretese
-Il lavoro del dentista
-Venti bici da 100 euro (me ne hanno fregate due in un anno)
-Un pezzo di Rainbow Warrior
-5000 euro di azioni di LinkedIn, così il giorno dopo ne avrei avuto 10.000

e poi?

Ai tempi, ormai più di vent'anni fa, a noi i postmoderni ci stavano un po' sul culo. Nella mia attività di teatrante esercitata perlappunto più di due decenni orsono, il momento più rilassante era quello del sabato mattina al Balon. Il Balon (che si pronuncia balun) è un borgo che sta alle spalle di Porta Palazzo, una delle ultime zone veramete popolari della città, ora zona di confine di varia immigrazione. Là ci stanno gli arabi, i subsahariani, la chiesa romena, il mercato all'aperto e il mercato delle pulci, il Porta Portese sabaudo che si sciorina sulle rive della Dora, in quell'angoletto ottocentesco che si chiama Balun.

Al mercatino delle pulci ci si andava a far scenografia e costumi. Si cercava roba frusta, di legno, cuoio, e altre fibre d'atan perché a noi la plastica ci faceva schifo, le cose nuove ci suonavano false. Forse perchè gli oggetti conservano una memoria e quelli nuovi o senza vita (come quelli di plastica) memoria non ne contengono e ci paiono morti.



E' il due di giugno, giornata piovosa. Una lenta processione nell'atrio della Prefettura di Cuneo porta nella grande sala ex internati nei campi nazisti e i lavoratori deportati, quelli che un'iperbole ha definito gli schiavi di Hitler. Sono ex partigiani, ex militari, gente comune, donne e uomini rastrellati nelle campagne, nei paesi e nelle fabbriche.  Erano ragazzi ora sono vecchi di straordinaria dignità che sono venuti a prendersi un meritato grazie dal Presidente della Repubblica. Sessantacinque anni dopo.Qualcuno, prima di entrare si fa sistemare l'apparecchio acustico dalla nipote "casomai mi chiedessero qualche cosa". Dopo quei mesi e quegli anni hanno vissuto una vita intera, sono venuti figli e nipoti, è venuta la pensione, il riposo. Ci sono cappelli da alpino e medaglie sulla giacca di questa gente la cui battaglia più dura è stata la sopravvivenza.

Hanno vinto contro una ideologia inumana e hanno continuato a vivere, a costruire una vita onesta e dignitosa. Sono rimasti in piedi malgrado la paura, le malattie, le privazioni e la fame, un giorno dopo l'altro per arrivare fin qui, a comprendere il senso di una democrazia che finalmente li ringrazia. Pochi di loro hanno compiuto gesti  memorabili se non quello di aver resistito un giorno dopo l'altro, una stagione dopo l'altra per tornare a casa.

Più delle bandiere sui balconi, siamo figli di quelle facce rugose, di questi passi ormai incerti, delle mani deboli, di queste ossa fragili.. La Repubblica li onora con una medaglia a ricordare il loro semplice sacrificio. Nella sala troppo piccola sono ammessi solo loro, una massa di teste bianche, e un solo accompagnatore. Sono molte le donne, più coriacee, più giovanili. Cento dieci in questa sola provincia resisteranno ancora una volta ai noiosi discorsi ufficiali. Quando li chiamano, uno alla volta, molti alla memoria, il microfono non funziona. Si lamentano, vogliono che il loro nome venga scandito forte e chiaro.

Quando lo chiamano, Dino si presenta al cospetto delle autorità dando la mano al suo tesoro più prezioso, quello che da il senso a tutta quella sofferenza: una delle sue tre nipotine, la più grande. E' a lei che pensava sessantacinque anni fa, e a tutti quelli che sarebbero venuti, compiendo l'unico gesto davvero eroico che dovremmo saper onorare con rispetto: continuare a vivere con dignità aprendo la strada a quelli che sarebbero venuti dopo.

Piccoli Scrittori Crescono

Imparare a narrare da piccoli. Un veloce corso divertente e completo per i Salinger del futuro.

Enrica e Chiara, due giovani artiste poliedriche reduci dall'esperienza del Master alla Scuola Holden, hanno creato un laboratorio di scrittura per giovani autori dai 7 ai 13 anni che si svolgerà tra le frasche del Parco Michelotti a Torino dal 13 al 18 giugno dalle 14 alle 18.

Il tema è quello di imparare a raccontare al propria storia, con giochi ed esperienze narrative di diverso genere come lettura, teatro e improvvisazione.

Per maggiori info potete scrivere a Enrica (enricaajo@yahoo.it) o a Chiara (chiarazi@yahoo.it) e se dite che l'avete letto nel blog di Livio (questo qui) avrete diritto a ben 1 (uno) euro di sconto.


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Moreno è una parola spagnola che significa marrone. Viene utilizzata per indicare una persona bruna di capelli o di carnagione. Un tizio abbronzato. Moreno era anche il nome di un gelato, una specie di ricoperto al cioccolato, marrone, appunto, che si vendeva quando ero bambino.

Moreno è il nome di uno dei grandi ghiacciai della Patagonia, il Perito Moreno. Brasile, Messico, Argentina e California hanno città che portano quel nome. La California ha anche un'autostrada che si chiama Moreno Valley Highway. Moreno è anche un nome proprio, usato in Italia negli anni sessanta. Uno dei Moreno più famosi è il ciclista Moreno Argentin, campione d'Italia nell'83 e nell'89, pluri vincitore della Liegi-Bastogne-Liegi.

Io avrei dovuto chiamarmi Moreno. Moreno Milanesio. Per tutta la gravidanza mia madre ha nutrito la certezza che mi sarei chiamato in quel modo. Se le chiedo perché, per quale ragione avesse scelto quel nome, lei risponde candida: mi piaceva. Nessun seignificato recondito, nessuna dedica, nessun santo a cui votarsi prima o poi, dato che un San Moreno neppure esiste.

Avrei dovuto chiamarmi come un gelato solo perché a lei piaceva così. È come chiamare adesso un figlio Magnum, Cornetto o meglio ancora Solero (e meno male che il Calippo è caduto in disuso). Che infanzia sarebbe stata? Non è così che si formano le personalità deviate?

Il giorno che sono nato, un lunedì alle undici della mattina, ancora mi chiamavo Moreno. Poi mio padre è andato dall'ufficiale dell'anagrafe con sto Moreno piantato nel collo che non andava da nessuna parte.
"Come lo chiamiamo?" Mio padre ci pensò su un po' e disse "Livio". Se gli chiedete per quale ragione ha chiamato il suo unicogenito in quel modo, lui risponde "Così... mi è venuto in mente". E per fortuna un San Livio esiste.

Alla fine non mi sono chiamato Moreno. Quel nome me lo porto dietro come secondo nome, imposto da mia madre infuriata per il gesto di insubordinazione del marito. Livio Moreno Milanesio. Questa è la verità.

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Ci sono giorni in cui il corpo sente la necessità di prendersi una pausa dal cervello. Periodi tesi, difficili in cui il maledetto pensatore tortura gli organi interni con gastriti, vuoti improvvisi e persistenti, strozzature, malinconie. In quei periodi il corpo si esaurisce, arranca esausto come un'Ape Piaggio su per una salita implacabile, il motore a palla, urla una sola nota monotona. E poi si imballa.

In quei momenti esausti a me capita che scivolo involontariamente in una ciucca esausta. Mi basta un nulla, due bicchieri di Müller Turgau fresco, un quarto di Grignolino, una mezza pinta che mi imballo. Il corpo si concede una resa invincibile, manda a quel paese il maledetto pensatore e stramazza. La realtà diventa una giostra dei calci in culo, lo stomaco una sezione del partito comunista cambogiano, gli occhi mi si infossano, l'alito si impesta e il resto del corpo sembra abbia fatto la Lunga Marcia. Andata e ritorno.

Ma ciò che contraddistingue la ciucca esausta, quella cioé da esaurimento psicofisico, è una nausea esistenziale talmente totale che in pochi attimi si trasforma in un un diluvio vomitabondo. La serata (mi è sempre capitato di sera) la si conclude svuotando accuratamente lo stomaco e con una dormita granitica senza sogni.

L'indomani tutto sembra un po' meno micidiale. Insomma, può essere peggio di quei conati?

Domenica mattina, mi vesto elegante, mi metto la cravatta, mi guardo allo specchio (operazione non scontata nel giorno di festa). Decido sia il caso di farmi la barba. Oggi è un giorno speciale: vado dai custodi del giardino segreto a festeggiare 55 anni del loro matrimonio. Non sono mai riuscito a chiamare casa, la casa del giardino segreto. Eppure fa parte della storia della nostra famiglia da almeno settant'anni, da quando Tumlìn la comprò con l'osteria, il tabià, il magazzino e la cantina annesse. E il giardino.

Eppure è la costruzione che più ha funzionato come casa che io possa immaginare. Prima di tutto ci sono cresciuto. Tutte le estati, tutte le domeniche, tutti quei giorni che un bambino passa in perfetta libertà a costruire un pezzo la volta quei ricordi che da grandi diverranno struggente nostalgia.

Ci è morto Tumlìn, l'uomo che senza parlare ha forgiato molte delle cose più belle di me. Ci è morta Teresa, che mi ha trasmesso, con la sua cucina, il saper godere il sapore delle cose intense. Anche quelle che non si mangiano. E poi c'è il giardino segreto. Ci ho passato diverse estati, da solo, in quell'isola circondata da mura, a leggere ogni sorta di avventura. Protetto, rinfrescato, pieno dell'odore delle cose che crescono in silenzio. E ci è cresciuta Sofia.

Nei periodi peggiori della mia vita adulta ci sono andato a dormire in quella casa. Nelle mie case cittadine mi svegliavo di notte o la mattina all'alba ricoperto di angosce e pensieri irrisolvibili. Finché il venerdì sera scappavo, col treno, in macchina, fino alla casa del giardino segreto dove i due custodi mi aspettavano per cena, senza fare domande e mi lasciavano dormire la mattina fino a tardi e il pomeriggio circondato da libri che, liberato, riuscivo di nuovo a leggere. E la domenica sera, o il lunedì all'alba, l'angoscia tornava a buttarmi giù dal letto. Due giorni intontito di un sonno pesante mi aiutavano a riportare l'esistenza su binari meno assoluti.

Mina e Dino. Hanno fatto la guerra tutti e due. Sono emigrati e sono tornati. Boom economico, la casa col mutuo, il figlio unico, la morte dei genitori, la morte dei fratelli, la vecchiaia. Sempre insieme. Lui quest'anno 87, lei 79.

Gli dedicano la messa delle undici e poi si va a festeggiare con l'arrosto alla nocciola e l'anatra all'Arneis da Matteo. Si parla di tutto, del passato soprattutto, del fatto che nel cortile di Matteo si giocasse a pallone elastico e che hanno alzato i tetti e non ci si potrebbe più far rimbalzare la palla. I due sono lì, a parlare di tutto, a ricordare soprattutto. Mina ormai non ha più un buon rapporto col presente, troppo confuso, troppo veloce, e la malattia le consuma le pagine più nuove del suo diario quotidiano. Eppure stanno bene, mangiano con gusto e insistono a pagare per tutti. Li guardo camminare, insieme verso casa. Mi hanno cresciuto. Ne hanno passate di tutti i colori per quell'unico figlio. E qualche altro colore lo passeranno ancora. Lo so. E' sempre stato così.Ci ritroveremo nel Giardino Segreto a dirci che le cose cambiano, che bisogna aver pazienza, che tutto passa, e ancora una volta Dino mi farà assaggiare quel suo formaggio che invecchia nelle pezze di cotone come una sindone ovina. E Mina mi racconterà ancora di quando ero piccolo, di quando stavo per morire e poi non sono morto. E che in casa nostra, nel Giardino Segreto, c'è sempre posto per chi ha voglia di restare.


Buon anniversario, ragazzi.

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Alpini

Aleggia in centro, sopra il lezzo urbano dell'asfalto caldo, della gomma e del fritto, un persistente afrore di Barbera che scivola ubiquo sul traffico e lo deterge. Alpini

Lento addio ai libri



Con questa fanno tre. Per tre volte nel giro di poche settimane ho comprato un libro, poi sono tornato indietro dal libraio con la preghiera di scambiarlo con un altro. Scambio che non riesce comunque a mitigare il vago senso di insoddisfazione.

Non so più che cosa chiedere ai libri. Nessuna idea, consolazione, visione. Uno vale l'altro.

Questa volta scambio Hrabàl con Sherwood Anderson, Praga per l'Ohio, un libro blu per uno color mattone.

E intanto penso che starà sul comodino in attesa.






In giro per la manifestazione mi ritrovo in una favola consumata. Ci sono tutti. I leninisti dall'eleganza in giacca+cravatta confezionate al discount, gli alternativi dai richiami esotici sempre più sbiaditi, le donne liberate e frustrate, gli uomini curati nel look trasandato, poliziotti isolati che portano il casco antisommossa come una borsetta di Borbonese.

Coccarde, discorsi, promesse. Non c'è nessuna festa dei lavoratori. Solo una visita svogliata in una domenica soleggiata a casa di un parente lontano e un po' noioso.

Clinicalities






Sarà ora mi decida ad organizzare un dossier per gli esami clinici? Come segno dell'età avanzante, vado dal medico e quello mi rifila una serie infinita di introspezioni, intrusioni, spremiture del mio corpo. La giustificazione è: "alla sua età..."




Mi sento un ragazzino, soprattutto da quando ho ricominciato a correre la mattina. Eppure, dicono, io abbia superato una soglia.




Mentre fino a ieri neppure un'autobotte di rifiuti chimici avrebbe potuto neppure sfiorare la mia caparbia buona salute, oggi sono proiettato nelle statistiche di mortalità. E via dunque con le indagini. E dono il mio corpo alla scienza in cambio di un allungamento della mia esistenza, per poter fare un'altra coda all'ASL

Il rogo dei libri 2

Libri. Sono diverse settimane che me ne sto di fronte agli scaffali a guardare e riguardare i titoli senza riuscire a scegliere. Leggiucchio, spilucco, abbandono. Sono numerosi i libri che non ho ancora letto, ma nessuno riesce a trattenermi. Cosa cerco? Ho sempre trovato una motivazione per leggere un libro: imparare, lasciarmi sedurre, esplorare qualcosa di inaspettato e gustoso. In libreria scorro gli scaffali dai titoli sempre più inutili (la donna che sussurrava agli specchi, che si baciava con i lupi, che voleva volare, che leggeva la morte, che vestiva di rosso; l'uomo che inventò se stesso, che fuggiva nell'oceano, che vide il diavolo, che dipingeva con i coltelli. Tutti titoli veri) e compro roba che tanto poi non leggerò. Forse il semplice esistere è entrato a gamba tesa nella mia giornata e quei simulacri di emozioni non sono più sufficienti. Che mi importa del signor Malaussene se io stesso mi sento un capro espiatorio? Che mi importa di aspettare Godot se io stesso mi sono perso? Rimangono lì a prendere polvere con quello sguardo un po' ottuso, le copertine che sbiadiscono, i titoli che non promettono più nulla, ma sembrano solo un'ininterrotta catena di una preghiera pagana e fori tempo.
Hocus pocus
Non Lasciarmi
La scomparsa di Majorana
Chronic City
Tortilla Flat
Lo zio Peretz spicca il volo
Mother Night
L'incanto del lotto 49
Villa Incognito
Le ombre bianche
Maigret a New York
Musicophilia
Some rain must fall

Infinite jest
What am I doing here