Invidia

Vorrei che il mio stile di scrittura, per le storie intendo, vivesse la sorprendente fluidità del secondo movimento della prima sinfonia di Gustav Mahler. Comincia con timpano e contrabbasso: una semplice canzoncina infantile, il Frére Jacques trasformato in una marcia funebre, ma con un ritmo ipnotico da Bolero. Roba già sentita ma rieseguita con un tocco singolare e spiazzante.

Poi un diabolico oboe punteggia come un picchio impazzito, un Mozart malinconico e insano. Pungente, impertinente, pedante. Il tutto si apre in un valzer mitteleuropeo che si scioglie in una eco balcanica persino un po' sguaiata e circense di ottoni suonati da baffutissimi bosniaci. Ci sono i cimbali turchi ad accrescere la densità del suono. Un ritmo orientale meridionale senza raffinatezze inutili, tagliato a pezzi grossi e succosi.

Il tutto, rigorosamente Feierlich und gemessen (Solenne e misurato)

In questa storia gli ebrei non ci sono. Sono solo una presenza flebile, una lunga fila di ombre lontane, che si muovono sullo sfondo. Un movimento impercettibile, completamente muto. Sono ormai presenze trasparenti che si confondono tra le ombre del crepuscolo, delle nuvole all'orizzonte. Sono talmente inconsistenti che non si distinguono più le fisionomie, le donne dagli uomini, i vecchi dai bambini. E' rimasta la parola. Ebrei. Che nessuno pronuncia.

Quando viene deportato in Sassonia, a pochi chilometri da Dresda, quella terra ancora risparmaita dalla guerra, è da tempo Judenrein.  Settembre 1944. Esente da ebrei. Tutto è compiuto. Martin Mutschmann il gauleiter è un fedelissimo. Il suo lavoro, vuole si sappia, lo sa fare bene. Il ragazzo, che proveniva da un paesetto lontano dal mondo, non poteva sapere che una finestra sbarrata nel centro di Koenigsbrueck potesse un tempo essere appartenuta ad una famiglia che era ormai scomprsa, dimenticata. O che un negozio, o una farmacia, o uno studio medico, avevano rimpiazzato i loro componenti umani con gente di una presunta pura razza. Non poteva immaginare che per le strade mancassero le comparse, rare, ma presenti dei rabbini con le lunghe barbe che attravresavano la strada salutando conoscenti tedeschi. Non poteva sapere dei ricci peot che spuntavano da sotto le kippà di ragazzini che in gruppo raggiungevano una scuola talmudica.

Al suo paese gli ebrei c'erano stati. Gente dall'aspetto irriconoscibile dagli altri contadini, o allevatori, o commercianti. Non andavano a messa, quello sì. L'unica differenza. Poi erano sfollati. Gli unici a sfollare dalla campagna alla città, mentre gli altri, quelli di una razza presunta pura scappavano dai bombardamenti della città verso la campagna. Non fecero ritorno. Forse disgustati o forse deportati.


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Non rompete

Non sono molti quelli che, azzeccato un'opera epocale si ritirano risparmiando al mondo il rischio di opere seconde che non non farebbero che arricchire l'autore e impoverire i lettori.

La fortutna letteraria di Bruno Schultz si basa su un pugno di racconti così quella di Isaac Babel, cos' come la scarsa produzione di Fenoglio. Ma quello che la cultura popolare considera il più misantropo e schivo degli scrittori è stato J.D. Salinger. Uno dei pochissimi che ha evitato volontariamente le luci della ribalta.

Ed è strano che la sua ricerca di "normalità", il suo ostinato attaccamento ad una vita da "civile" sia la notizia che lo circondi. Certo, ora che le lettere che scambiava dell'amico inglese Donald Hartog,verranno probabilmente date alle stampe, la curiosità è bruciante.

Ancora più curioso sarebbe poter leggere il suo "lavoro" quella fantomatica fatica letteraria che ha nutrito scrupolosamente (a suo dire) per 25 anni  senza che nessuno ne potesse leggere una riga. Sarebbe interessante, come testimonianza sociologica, scoprire se, un grande autore preservato dalle luci della ribalta e dalla seduzione di sentirsi un Dio possa continuare ad essere un testimone puro del proprio tempo.

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Cattivi ragazzi

È così. E forse dovremmo farcene una ragione. Siamo un popolo di preadolescenti pasticcioni ed entusiasti che piantano su un casino indicibile nella propria cameretta che la mamma aveva arredato con tanta cura per più di tremila anni. Tocchiamo tutto, vogliamo tutto, ci atteggiamo a tutto, in una totale anarchia del "vedremo" del "dovrebbe essere così" della legge e della deroga alla legge, dell'emendamento e della precisazione fatta in un linguaggio talmente astruso che l'interpretazione diventa un esercizio di fantasia.

Abbiamo trasformato il nostro paese con mucchi di immondizia e con inspiegabili tocchi di genialità, di giocattoli e di pericoli. Siamo amici di tutti perchè siamo simpatici e pittoreschi, però poi quando c'è da far sul serio si preferisce qualcuno di più cresciutello. Collodi ha scritto Pinocchio più per gli olandesi, i tedeschi o perfino i cinesi. A noi doveva dedicare uno spin-off dedicato all'unico personaggio che davvero ci assomiglia: Lucignolo, perchè da noi non c'è redenzione.

Si potrebbe sopportare tutto ciò, si può vivere con le mani sporche di marmellata ed emarginati da chi può (o crede di potere) prendere le decisioni vere. È persino più divertente. Il problema è che ci fa un po' schifo essere così. Per cui una volta ogni tanto salta fuori l'uomo forte (o la donna forte) che si atteggia ad adulto e mette ordine a manganellate. Lo amiamo per un po' perchè, anche se a sganassoni, ci fa sentire vivi e considerati. Questo arriva mette in ordine, (ogni cosa al suo posto, un posto per ogni cosa) . Ma non è un ordine vero, permanente, non ci insegna ad essere ordinati, non ci fa capire il principio. Semplicemente nasconde, crea la parvenza di pulizia, interpreta la recita del mondo adulto. Noi continueremo per un po' ad inciampare nella nostra stessa immondizia, le guance rosse dagli schiaffi, guidati dalla voce grossa dei "me ne frego" e dei "non mi dimetto".

E poi ci stufiamo anche di questa übermamma e la facciamo fuori. Perché come tutti i bambini siamo anche crudeli e senza pietà. Prima gli lasciamo bucare il pallone, anzi, facciamo il tifo e poi gli rovesciamo addosso, capro espiatorio, tutti i nostri peccati.


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Gente di Rete

Passeggiando in giro per Quora il  servizio 2.0 di domande e risposte, trovo una di quelle cose che fanno comprendere cos'è la rete.

Domanda: Why does the Facebook Places icon so obviously contain a "four" in a "square"?

La prima risposta, di Aaron Sittig comincia con: I drew this icon.

Non è meraviglioso?


Qui tutta la conversazione


(per entrare in Quora ci va l'invito, io ne ho qualcuno)

Mi vendo (caro)

Mi raccontava un amico che a metà degli anni settanta, assieme ad un gruppo di amici, acquistò un Ford Transit e partì per l'India. Il progetto era raggiungere il Kashmir via terra in una specie di via per l'Oxiana nostrana. Al confine Indo-pakistano un gruppo di bambini si avvicinò chiedendo monete. Un anziano inglese gli suggerì di non dare nulla. "se a casa lo sanno, domani qualcuno di quei bambini tornerà senza un braccio per farvi più pena e ottenere di più"

Come dice l'adagio, vendersi è una delle attività più antiche e vendersi suscitando la pena non è che una delle strategie per rendere il prodotto interessante. Mi trovo, come il disegnatore Gipì, a sperare che Francesco Nuti, nella celebre trasmissione, abbia venduto almeno cara la pelle. La pelle, l'occhio strabico, il mutismo, la bava. Cure in cambio di dignità.

Ma esiste una differenza tra i bambini del confine e i nuovi modi di vendersi. Ora l'opportunità di vendersi a caro prezzo è diventata raggiungibile. Ruby Rubacuori vende il culo e poi il silenzio ma non a poche lire come le battone di strada. Nuti, per fortuna, non si deve piazzare sul marciapiede della stazione a mostrare il suo dolore per tirare su qualche euro. Si lascia riprendere in seconda serata dalla televisione. Così tanti altri che hanno avuto la fortuna di aver avuto la famiglia sterminata, di esser stati rapiti da piccoli, di aver assassinato qualcuno, di aver scopato la persona giusta.

Insomma se ci si deve vendere che almeno ci si venda bene.

André è partito

Insegno da più di quindici anni. Forse persino di più. Sarà che metà della mia famiglia ha a che fare con le scuole, in un modo o nell'altro. C'è chi insegna all'università, chi ai bambini malati, chi si appassiona del latino, chi ha fatto la maestra in un piccolo paese, come una volta.

A scuola non ero un granché. Dopo mi sono appassionato a questo contatto misterioso tra generazioni diverse che  fornisce la benzina che ti porterà in giro per questo mondo tutta la vita. Avevo un professore di disegno, alle superiori. Era un uomo minuto, con i baffi. Un giorno venne a scuola con la figlia che poteva avere cinque o sei anni. Se la mise accanto, alla cattedra,  mentre lui faceva lezione lei disegnava. Ad un certo punto, dolcemente le prese il pennello con il quale lei stava colorando e fece un rapido segno, tutto involuto, un gesto unico ed elegante.

E' un fiore spaziale, spiegò alla bambina. Non aveva scelto il colore e neppure aveva cercato un foglio pulito. Si era solo appropriato di un angoletto nel disegno della figlia e aveva improvvisato. Ero curiosissimo di vedere il fiore spaziale. Mi alzai e mi avvicinai. Guardai quel fiore rigoglioso, d'un viola vinaccia con i petali che brillavano ad un sole invisibile. Era proprio un fiore spaziale.

Era così che il professor Ruffino, o meglio, Claudio come lo chiamavamo, ci insegnava. Con piccoli gesti e con la meraviglia. Non l'ho più visto da allora, venticinque anni fa, ma il fiore spaziale me lo ricordo bene.

Mi affeziono agli studenti che fanno lezione con me. Faccio il furbo, mantengo le distanze prendendoli in giro ma alla fine mi preoccupo, mi agito, ci discuto, insomma ci penso. Ci sono studenti impermeabili che mi guardano con uno sguardo distaccato, altri che ridono alle mie battute. Molti dimenticano le cose che dico, i compiti che raramente assegno. Alcuni sottovalutano quello che dico, molti ribattono, tanti fanno fatica. Poi se ne vanno. Partono per la loro strada. Qualcuno lo vedo ancora. Qualcuno mi chiede ancora consiglio. La maggior parte sparisce.

Oggi André comincia una nuova avventura dall'altra parte del pianeta. È un tipo sveglio, da qualche parte nella valigia si è portato la sua collezione di fiori spaziali.

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Assassini solitari



Tempo di compleanni. Mi vengono espressamente richiesti, come regalo per un bambino, dei soldatini. Bene, mi dico, niente di più facile. Avevo paura di dovermi districare tra versioni e razze di Gormiti a me del tutto sconosciute. Invece non si tratta che arruolare puri e semplici soldatini. Non che io sia un esperto ma è roba dei tempi miei. Tranquillo, aspetto l'ultimo momento e passo al supermercato. Tra un broccolo e una confezione grande di yogurt comprerò una bella confezione di romani antichi (chissà se c'è la confezione dei romani moderni, tipo il dipendente del ministero, il grattacheccaro, il portinaro de via Merulana, il tassinaro, er patata).

La scelta dei romani antichi è dettata da una scelta pedagogica che mitighi la scelta guerrafondaia. Ma al Carrefur romani antichi non se ne trovano. E neppure paracadutisti, bersaglieri o perfino gli onnipresenti cowboy. Rimando: tenterò in un Toys 'R Us, supermercato dedicato al giocattolo. Ma il tentativo fallisce. Macchinine a iosa, e mostri di ogni genere, varianti deformi di quello che ai miei tempi era il solitario Big Jim. Confezioni agli steroidi con la grafica immaginata da un'addestratore dei corpi speciali in trip di amfetamine. Soldatini niente. Chideo. La commessa mi guarda come un genuis dell'Apple Store a cui è stato chiesto dove tengono le Olivetti Lettera 32. "Di plastica" puntualizza. certo, di plastica e di che altro se no?

Mi porta in un anfratto buio e dimenticato e indicando con sufficienza un paio di confezioni impiccate al display dice: secchiello e busta. E basta. In effetti il secchiello circolare, dalla modica cifra di 12,40 euri, è diviso in quattro settori come la Berlino d'antan e contiene Americani, Giapponesi, Inglesi e Tedeschi. Mi insospettisco perché i tedeschi, blandamente nazisti innestano una bandiera della Germania Federale e poi unitaria, quella del post 1989.  Va bene giocare alla guerra ma almeno non diamo informazioni sbagliate. E poi sono così, generici, dozzinali, senza anima. Io giocavo con i mitici paratroopers britannici, gli africa korps e come ho detto con l'eterogeneo esercito sovietico del diciassette. Esco sconsolato.



Capisco che non si gioca più con le truppe, la banda in  uniforme e unita e fraterna.  Individui che lavorano per il gruppo: quella che Shakespeare (e Speilberg) chiamava band of brothers. Niente più gioco di squadra, strategie e tattiche, sacrificio e condivisione. Meglio l'eroe individuale e sovradimensionato, soldati solitari conditi dal viagra verde della supremazia della razza. Quel combattente che, vestito di tutta la tecnologia possibile e improbabile, alla fine non fa che menare cazzotti ad un altro eroe solitario e probabilmente depresso. Nelle buio delle loro scatole i soldatini condividono le razioni K, raccontano barzellette sporche e si mostrano le foto delle fidanzate. Quegli altri, gli eroi muscolari si provocano un sorriso perenne, un rictus farmacologico, perennemente esposti allo sguardo impietoso nelle loro confezioni trasparenti, consumati da una infinita ansia di prestazione.

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Questa che espressione sarebbe?"Aspetto ancora un po' o me la faccio addosso?"
Questa, se mi gira, la faccio diventare una rubrica fissa data l'enorme mole di materiale che ultimamente mi si spatascia davanti. E comincerei con un antico nemico, diventato un po' amico, ma che insomma mi è persino indifferente. Microsoft.

Sembra l'undicesimo comandamento quello di dare al mercato sempre e conttinuamente nuove idee. Fin dagli albori Microsfot c'è stata dentro con tutte le scarpe. Il mitologico Microsoft Word aveva una quintalata di aggeggi che nessuno avrebbe mai usato. Ed ecco che, non paghi, terrorizzati dalla concorrenza delle altre console, questi ti inventano per la XBox una idea che ha tutti quanti i crismi per inauguarare la rubrica Idee del Menga.

Avatar Kinect for Xbox 360 insomma una roba che già a pronunciarla ha fatto saltare più di una dentiera. E a cosa serve? A pupazzarci. A trasformarci in un avatar in 3D con capacità motorie e, a dire di Steve Ballmer, capoccia di Microsoft, anche a permetterci di vivere nella tv con le nostre espressioni facciali.

Il genio lo ha mostrato pure live.




Devo ammettere che l'effetto è strabiliante. Strabiliante quanto è vuoto, sommario e incredibilemnte inutile. Una cosa però mi è venuta in mente che potrebbe par diventare questa Idea del Menga una grande idea. I colloqui internazionali. Ve li vedete Ahmadinejad e Bibi Netaniahu pupazzati che discutono del fatto che si vorrebero sterminare? Alla fine gli scapperebbe pure a loro da ridere e alla fine, magari, si metterebbero d'accordo. Tanto per perorare propongo altre accoppiate da pupazzare: Camusso-Marchionne, Berlusconi- Bersani (quello vengono belli rotondi in testa). Altre coppie pupazzabili?

Qui un post serio sull'argomento di Luca Tremolada

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Solo un eretico


"Ci sedemmo dalla parte del torto visto che tutti gli altri posti erano già occupati." Bertolt Brecht

Mi agito come un praticante devoto per un dio in cui non credo e che, anzi, ritengo ingiusto e crudele. Pagherò questa contraddizione con la vita. Una vita spesa a dar giustificazioni.

Dopo una strenua resistenza nella quale ha rivoltato più volte un grande gatto di peluche, Mina si arrende e si addormenta. Avrebbe voluto rimanere sveglia ancora a scoprire qualcuna di quelle meraviglie che affollano la nostra casa. Piccoli oggetti che fanno rumore, canzoni che fanno battere le manine, cose buone e meravigliose che si mangiano, i mille profumi della mamma. Ma bisogna prima o poi cedere al riposo. Domani la meraviglia, intatta, si aprirà di fronte agli occhi.

La proteggo circondando il letto della sorella maggiore di cuscini. Non voglio succeda nulla di male alle mie figlie. Anzi vorrei potessero crescere coltivando per sempre la meraviglia che non le fa dormire.
Eppure. Per cercare di "garantire loro un futuro" mi sento di collezionare troppi compromessi. Tanto che mi viene il dubbio che il gioco non valga la candela. Lavoro con impegno per un sistema in cui non credo e che ritengo, anzi, ingiusto. Ho un'istinto rivoluzionario, dirompente che ho domato con il buon senso in cambio della stabilità familiare. E mi lascio cullare da un circolo vizioso costruito sui principi cancerogeni della crescita a qualunque costo. E' per questo che lavoro: per far vendere di più, per far crescere le aziende, per far consumare con il sorriso. Non è questo che vorrei lasciare alle mie figlie.

A volte sono mortalmente stanco del buon senso, della partita iva, dei risultati, della formazione. Vorrei soltanto costruire grandi bandiere, cucite da mucchi di stracci, regalare libri, andare in giro per la città a guardare cosa si nasconde in alto, sopra la linea dello sguardo.

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La fine del mondo è vicina. E la porterà in grembo un'esperto di lifestyle.

Viaggiando, ascolto la radio. Sulla via Damasco vengo colpito da una illuminazione. Nasce Virgin Radio Television annunciata da un'altisonante quanto giàsentititssima "la tv che volevi, adesso................(pausa significativa)....................c'è". Wow, e che tv volevo? Mi chiedo da perfetto miscredente. La risposta arriva come una nuova rivelazione: musica, lifestile, cultura, nightlife, moda e tutto "ciò che fa syle rock" (dunque groupie ninfomani, sostanze stupefacenti, superalcolici, capelli lunghi, camperos sfondati, plagi isterici, apologie di ogni reato possibile, scarsa igiene personale, fiumi di denaro, concerti in cui non c'è un posto per pisciare). Il colpo è talmente forte che fermo la macchina, scendo, mi inginocchio in mezzo alla carreggiata e profetizzo.

Aspiranti scrittori, autori e giornalisti, letterati resistete! Verrà un'era nella quale raggiungerete la fama, il successo e il denaro. Una terra del latte e del miele e delle notiziole, i pezzi di colore, quelli che si leggono con un'occhio mentre l'altro sta sbucciando un kinder sorpresa. L'epoca del pensiero floscio, del m'importa un po', delle parabole quali "la personalità che ci vuole per portare il cappello", "rasata è più sexy?", "che musica ascolti quando tenti il suicidio?", "i dieci segreti per far la punta all'eyeliner".

Sarà un'epoca di tuttunpologia nella quale le vostre agili penne sorvoleranno la superficie racontando di tutto e di niente, riempiendo contenitori di chicchiericcio che si autodistruggerà entro venti secondi. Unnecessary knowledge sarà il vostro nome. L'intervista il vostro sangue. Il supremo disinteresse la vostra forza. Ucciderete con gli avverbi, raderete al suolo città con i vostri aggettivi e vi spargerete sale con i superlativi e le foto del cellulare. Regnerete sul nulla, governerete le schiere annoiate, piegherete l'universo al particolare, all'orlo sopra o sotto il ginocchio, alla frangetta si, la frangetta no, al Marcel Prost (crasi tra velocità e letteratura) raccontato in dodici righe.

L'alba dei narratori sta nascendo. E cancellerà il mondo dalla faccia della terra con un latte detergente.

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Scolpito a rasoio


Da quando ho cominciato ad andare dal barbiere da solo le mie indicazioni sono sempre state le stesse: "cortissimi dietro e ai lati, sopra lasciali come sono". Indicazioni semplici e comprensibili che nessuno ha mai seguito. Mai troppo corti dietro e ai lati, mai troppo lunghi sopra.

Ogni barbiere, parrucchiere, pettinatrice o quant'altri lavoratori del capello hanno dovuto commentare, a voce o con le forbici le mie indicazioni. Ci sono anche quelli che, falsamente disponibili, ti mostrano un catalogo di teste degno di una tribù della Papua e ti chiedono a quale di quegli adoni diciottenni metrosessuali vorresti assomigliare.

"Ma vuole il doppio taglio?" detto con quell'aria un po' schifata che significa: "oi! hai quarant'anni, cazzo te ne vai in giro come un ragazzino (che tra l'altro il doppio taglio non si porta più)"

oppure

"Si, certo, adesso mi faccio dire da un bambino capellone come fare il mio lavoro."

Mi sono ritrovato teste rotonde, frangette, acconciature da motociclista bavarese, un finto moicano con la riga da una parte, cocuzzoli ad ananas, banane, capelli lisci come cocomeri, caschi inamovibili da seminarista, nuvole tricotiche nostalgia di un corista di San Remo negli anni settanta. Mai nulla di estremo. Niente punk, niente dandy, niente mod. Nel ricordo sono tutte acconciature variazioni sul tema della riga da una parte, la divisa del bravo ragazzo. Poi ho cominicato a rasarli. Da solo Le prime volte regolavo la lunghezza su orsetto di peluche. L'effetto uomo fiammifero era garantito. Poi ho accorciato. Per dimenticare di avere dei capelli.

I fatto è che lavorare con i creativi è una maledizione. Sono convinti di avere una risposta per tutto con la loro benedetta inventiva. Ti ascoltano per i primi tre secondi poi attaccano una sorta di annuitore automatico e partono a fantasticare sulla tua testa. E quando hai appena finito di dire "li vorrei..." sono già trasaliti.
"Con una testa così posso riprodurre l'Elvis del 1963, versione Be-bop a Lula con una sfumatura Peter Townsend degli Who di qualche anno dopo." E sono già lì ad affilare le lame.

Reggicalze nella notte

Questa mattina un impensabile salto nel passato riporta a galla un mistero dell'adolescenza. Qualcuno, sull'asfalto, ha lasciato pagine strappate di un giornale pornografico. Non credevo esistesse più questa attività misteriosa ed evocativa di un lontano passato di carta.

Nella mia infanzia e adolescenza (stiamo parlando degli anni settanta e ottanta) non era raro imbattersi per la strada di frammenti di riviste patinate pornografiche fatte a pezzi. Organi genitali (pelosissimi) e accessori erotici di ogni genere occhieggiavanoda quei frammenti, evocando ogni sorta di attività erotica. Non ho mai trovato una rivista intera.

Mi sono sempre chiesto a che storia alludessero quei pezzi di porno. Una ipotesi era che fossero il frutto di una distruzione rabbiosa da parte di qualche moglie o madre alla scoperta che la loro controparte maschile si sollazzasse con tali bassezze. Ipetesi debole in quanto le macerie di tale furia sarebbero dovute sparire nel fondo di qualche bidone dell'immondizia per evitare, oltre alla beffa, l'ignominia di ospitare in casa un maniaco.

L'altra ipotesi proveniva dalla complessa educazione cattolica: un sapido tira e molla tra redenzione e peccato (con una spiccata passione per il secondo). I frammenti erano abbandonati sulla strada di ritorno da scuola da qualche corruttore. Una specie di corrispondente a coloro che, si diceva, regalassero caramelle con la droga ai bambini, fuori le scuole.

 I bambini, passando, si sarebbero trovati di fronte alla cruda realtà del peccato, in tutte le sue forme. Ma se questa era l'ipotesi, perchè strapparne le pagine? Qui entrava in gioco il perverso bizantinismo dell'addestramento catechistico:

1. L'untore viveva una forte contraddizione interna (redenzione-peccato) e dunque, pur avendo la diabolica necessità di traviare, il suo angelo custode moribondo lo spingeva a rendere incomplete le immagini diaboliche, mutilandole (in effetti molti framenti erano incomprensibili se non ad un esperto della materia)

2.Il traviatore sapeva, per esperienza personale, che il peccato ottunde la sensibilità.  E dunque se i bambini fossero stati precipitati nel mondo della pornografia con testi completi ed esaustivi si sarebbero presto auto-immunizzati ridendo di quelle posizioni innaturali e di quelle facce falsamente estatiche. I frammenti invece alludevano, evocavano, come le gonne malandrine delle compagne di scuola, le mitologie sulla riproduzione di cui ci si nutriva senza mai trovare sollievo. Avvolte dal mistero della mutilazione quelle immagini rimanevano scoplite nella curiosità di ogni adolescente.

Altre spiegazioni non ne ho mai trovate. Era molto  raro trovare frammenti di rotocalchi femminili o settimanali di politica. O forse quei pezzi di carta, senza dubbio maledetti, sono quelli che maggiormente si incastravano nella memoria di un essere in pieno sviluppo.

Il bellissimo racconto cinematografico di Giorgio Diritti, L'uomo che verrà, mostra la guerra dal punto di vista della povera gente. Che non ne capisce nulla, se non l'essenza: vince chi rimane vivo. Il film racconta la vicenda della comunità di Marzabotto poco prima della strage nell'autunno del 1944.
 La guerra è un evento complesso, dalla crudeltà incomprensibile per la gente semplice. Questo vuol dire che la guerra è sostanzialmente un'azione intellettuale, evoluta. Non è semplice violenza: è una sopraffazione strategica regolata da obiettivi a lungo termine che coinvolgono tutti gli aspetti di una società. Non è solo conquista o liberazione. E questo vuol dire che la guerra è il frutto del pensiero di gente, per così dire, evoluta. Pol-Pot (che fece la guerra al proprio popolo) era, in confronto alla grande maggioranza del suo popolo membro della elite intellettuale (aveva studiato alla Sorbona), Hitler era circondato e giustificato da filosofi come Alfred Rosenbreg. E così tanti altri.

La guerra non è l'espressione cieca di un popolo ignorante che ne viene coinvolto e ne paga le maggiori conseguenze suo malgrado. E' il frutto dell'evoluzione del pensiero, un piano sofisticato e impietoso di gente che avrebbe dovuto, con l'evolversi, comprendere il male e lavorare, più efficacemente, per il bene. E  invece tutta la cultura, la preparazione, la supposta apertura mentale della formazione e delle frequentazioni all'estero, sembrano non fare altro che potenziare un bisogno di sopraffazione. 
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