Cosa ci faccio qui?


Sono le otto e mezza di una domenica sera al Parco del Valentino. La giornata africana ha portato qui un sacco di gente, la maggior parte della quale ha la metà dei miei anni. C'è una fila ininterrotta di partitelle di calcio le cui squadre spesso a torso nudo si confondono e i palloni si mischiano. Ci sono studenti che studiano, ripassano, sognano, amoreggiano, bevono, mangiano, sfrecciano in bicicletta con le gonne veleggianti, le barbe accennate, i capelli liberi, le borse piene di sigarette, libri e cellulari. Sono i cittadini di un mondo all'infradito e del tutto-è-possibile che a gente di una certa età andrebbe interdetto. E invece sono lì, in mezzo a quelli, con i miei libri, le mie bozze, i miei sandali e quella stessa certezza di immortalità e di abbondanza di futuro di quella gente. Cosa aspetto a crescere? Mi devo rassegnare ad essere stato definitivamente escluso dal mondo adulto? Eppure non sono parte di loro. Ho due matrimoni, tre figlie, un lavoro, delle cattedre, genitori anziani. Mica uno scherzo. Per fortuna il solito monsone piemontese, ad un certo punto, ci manda tutti a casa.



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Cosa c'è di meglio che festeggiare il proprio quarantacinquesimo compleanno in un vecchio lager nazista abbandonato, nel bel mezzo della Sassonia?

Quest'anno, come regalo, ho trovato nella casella di posta elettronica un biglietto aereo per Berlino e una macchina a noleggio per raggiungere Königsbrück,  nel weekend del 24 e 25 luglio. Laggiù a milleottocento metri da quella che era la Adolf Hitler Platz c'è il Neues Lager, il campo dove mio padre è rimasto deportato come lavoratore forzato tra l'estate 1944  la primavera 1945.

Non è un lager come ci si immagina. È piuttosto un campo (lager appunto) di addestramento, una delle più grandi installazioni militari del Reich. Il campo è rimasto fortunosmente intatto da allora. Conquistato a metà aprile 1945 dai sovietici è rimasto attivo fino alla fine degli anni ottanta e solo allora abbandonato.

Se esistesse un anitrust per l'infanzia dovrebbe intervenire nel nostro paese. Esiste un'evidente monopolio cattolico nella gestione del tempo libero dei bambini.

A parte l'offerta statale, la maggior parte delle iniziative sono saldamente nelle mani della chiesa. Non è facile allevare una bambina laica.

Ligi all'insegnamento "lasciate che i pargoli..." i religiosi si sono dati da fare. Hanno costruito oratori, case vacanze, chalet, centri sportivi, associazioni, gruppi di volontari. Hanno percoso chilometri di sentieri, spiagge, piazze e periferie. E hanno sbaragliato la concorrenza nell'industria dell'infanzia.

E se non ci fossero loro? A chi affideremmo i nostri figli?  Se la rivoluzione francese avesse completato il ciclo e avesse trasformato il potere clericale, disinnescandolo, fino a ridurlo ad una nicchia folcloristica di credenti? Solo i credenti hanno la spinta ideale per occuparsi in maniera così capilare ed entusiastica dei bambini? Oppure è solo il segno del successo di un investimento che i papaveri di Santa Romana hanno caparbiamente sostenuto dall'alba dei tempi? Un investimento che serve a garantire nuovi credenti.

La verità, forse, sta nel mezzo. Un po' è la base, i volontari, i credenti della vita quotidiana che sgambettano dietro a plotoni urlanti di bambini in braghe corte, insegnano loro il rispetto, la convivenza, l'umanità. La chiesa dal canto suo aiuta questi entusiasti fornendo loro le strutture, la logistica. In cambio? Solo quello di dare una riverniciata di religiosità agli anni più belli della vita, gli indimenticabili, in modo che il ricordo ne rimanga per sempre aromatizzato dell'odore dei santi. Insieme alle partite di pallone, qualche avemaria, insieme alle recite qualche buona novella per le prossime generazioni della dottrina cattolica.

La prima impressione è un po' desolante. Non c'è nessuno. E' normale, lo so, ma quelle pagine così spartanamente e candidamente Google fanno un po' impressione. E ora che faccio? Ammetto che sono un disattento spettatore di video dimostrativi e preferisco smanettare. Trovo qualche faccia conosciuta come ad una festa delle medie e mi ci attacco. Ci sono le "Cerchie". Nome agghiacciante. Potevano chiamarle Gruppi (no c'è Facebook), Comitive (per andare dove?), Associazioni (poi la gente vuole la tessera), Compagnia (e l'anello?), Holding (e chi ce lo tiene fuori Bisignani?), Famiglia (beh, si no, non esageriamo).

Va bene Cerchie allora. I quattro amici solitari che incrocio ci entrano con una simpatica animazione. Ecco la novità. Simpatiche animazioni. Spero non sia tutto qui. Improvvisamente la bacheca, ops!, lo stream si anima di un po' di attività. Sempre con quello stile spartano. Giusto non tradurre Stream, se dopo "cerchie" ci fosse stato il "ruscello" sembrava di essere entrati in una versione maffa di World of Warcraft.

Vado in giro ancora un po' e una serie di "non hai ancora caricato, condiviso, etc" mi fanno tornare ai tempi della scuola media e dei compiti a casa. Lontano sento il brusio allegro di Facebook pieno di gente.

Tutto bello, tutto pulito. Fin troppo.