Tamburi nella notte

Un colpo cupo, di cannone, rimbomba per tutta la valle. Dice il Corano che in tutto il mese di Ramazan ti asterrai dal cibo per tutto il giorno fin dopo il tramonto, e il tramonto comincia nel momento in cui ti sarà impossibile riconoscere la differenza tra un filo di lana rosso e uno nero. Ora è tutto più semplice, basta il colpo di cannone che annuncia la fine del digiuno.


Dai minareti si alza l'hazaan. Non c'è il muezzin che si è arrampicato fin sulla balconata a cantare la grandezza di Allah. E' una registrazione, in qualche moschea annunciata dallo stesso cicalino delle vecchie stazioni ferroviarie. In alcuni punti, quando si riescono ad ascoltare tre, quattro hazaan contemporaneamente, l'effetto è di un eco assolutamente identico a se stesso. L'hazaan è in arabo. Alla fondazione della repubblica, negli anni venti, l'hazaan in arabo fu vietato ed era cantato nella lingua nazionale. Negli anni cinquanta fu Adnan Menderes, il presidente impiccato nel 1961 per attentato alla Costituzione, a levare il divieto di usare l'arabo per le celebrazioni religiose. La preghiera è tornata in arabo dappertutto.

Questa notte passano i tamburi del Ramazan. Sono ragazzi del paese che suonano tamburi di guerra. Svegliano la gente affinchè possa mangiare e fare l'amore nel bel mezzo della notte, quando è ancora permesso. Si avvicinano alle case illuminate, alla gente che mangia sulle terrazze, per ricevare un'offerta per il loro lavoro.

L'unghia e l'aglio

La mia preoccupazione, a quei tempi, era una cosa che non potevo nascondere. Ben visibile, in mezzo della faccia c'era il mio naso. Naso a becco, capelli neri e spessi, statura non tanto alta, mi facevano somigliare agli ometti delle caricature che si vedevano sui giornali. Per tutto il periodo della guerra ho avuto paura che qualcuno mi scambiasse per un ebreo. A quei tempi essere scambiato per un ebreo era una scarogna.


Dopo l'armistizio i fascisti arrivavano in paese a controllare i documenti, a interrogare la gente per strada e a prenderla a calci nel culo. Se la pigliavano soprattutto con chi dicevano socialista e con quelli che sembravano gli ebrei.
I fascisti arrivavano da Canelli, un sessanta chilometri in quella direzione, passato il Tanaro. Venivano con tre o quattro autocarri alla volta, addossati gli uni agli altri, come le pecore. Gli uomini se ne stavano accucciati dietro le sponde, le armi puntate verso i boschi. Li sentivi sparare una raffica, a caso, per far paura ai partigiani.

Affacciandoti alla balconata di San Rocco, quella che guarda verso valle, potevi vedere i mezzi scendere fino al ponte della stazione del treno, sparire dietro i boschi di gagie e sambuco e riapparire arrancando su per i tornanti.

 Dalla primavera le cime degli alberi, gonfie di foglie, nascondevano quasi tutta la strada. Gli autocarri sparivano coperti dal verde e si sentiva solo il rauco e monotono verso dei motori e la caligine del fumo della nafta saliva tra i rami lasciando lungo il percorso un'ombra non più trasparente, un fluido appiccicoso e denso di aria pesante.


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Una leggenda


Come un principe, Abraham Moritz Warburg, aveva il destino segnato. Un destino radioso. Figlio di una famiglia di banchieri era designato ad ereditarne le fortune e le responsabilità. Bastava seguire il flusso ereditario e riempire il ramo sull'albero di Jesse,  facendo fiorire gli affari, preparando la successiva generazione.

Aby decise di scendere dall'albero, con una eleganza che communove. Lungi dall'essere il contestatore che combatte la famiglia e la lunga linea di discendenza, si racconta che un giorno chiamò il fratello più giovane Max, proponedogli un accordo.

Aby rinuncia ai diritti di primogenitura a favore del fratello Max che eredita la fortuuna e gli affari. "In cambio comprerai per me tutti i libri di cui ti chiederò". Semplice, diretto, onesto. L'affare si fa. La famiglia Warburg si ritrova un amministratore capace e appassionato e un primogenito felice. Aby Warburg divenne uno dei più grandi studiosi d'arte, sopratutto del Rinascimento italiano, d'inizio secolo scorso. Fu l'iniziatore di quella straordinaria esperienza culturale che è il Warburg Institute che ha visto avvicendarsi giganti come Erwin Panofsky, Cassirer, Yates e Ernst Gombrich.

L'istituto, fondato ad Amburgo corse un enorme rischio con l'avvento del nazismo (Warburg e alcuni suoi collaboratori erano ebrei) ma con un colpo di mano degno di commandos con spessi occhiali da bibliofilo venne trasferito  a Londra dove tuttora prospera. Ma questa è un'altra storia.

La storia di Aby Warburg, invece, mi piace ricordarla, di tanto in tanto. Per la sua semplice bellezza. Certo, Aby era ricco e certe scelte se le poté permettere. Ma le leggende si ascoltano, si lasciano macerare in un angolo della testa e quando è ora di ripartire per qualche nuovo viaggio possono diventare quella piccola spinta che ci vuole a fare il primo passo.

Il Missionario
Da piccolo avrei voluto fare il missionario. Mi è mancata la fede. Soprattutto in me stesso. Avendo perduto la mia unica professione vocazionale ho cominiciato una vita professionale nomade che mi ha portato a fare tanti mestieri. E a voltare pagina di frequente.
L'aspirazione a fare il missionario è rimasta come una delle colonne della mia esistenza.

Per missionario non intendo il gesuita in cachi e casco coloniale che "esporta" religioni o "democrazie" quanto un viaggiatore disposto a condividere. Porto la mia civiltà, la mia storia in posti diversi e costruisco un ponte. La mia storia, che trasporto, la regalo. E aspetto che i miei ospiti regalino a me la loro fetta di storia. Apro porte, imparo lingue e linguggi. Invento possibilità. Creo opportunità per me e i miei fratelli umani. Non impongo. Imparo l'arte dell'adattamento, del compromesso. Divento creolo, pidgin, mezzosangue, mulatto, lingua franca. Soprattutto regalo.


Il Dono
Ho sempre lavorato in ambiti "creativi". In questo campo avere un briciolo di talento, aiuta. Il talento è un dono. Come dono non ci appartiene mai completamente. Se qualcuno ci regala qualche cosa in realtà ce ne consegna solo una parte in quanto il dono entra a far parte della sfera comune che ci unisce. Non posso regalare un dono a qualcun'altro perché tradirei il legame che c'è con chi il dono mi ha fatto. Il talento è un dono. A me non è chiaro chi possa fare un dono come questo. Un essere supremo o il caso. La fisica dei neuroni o lo spirito dell'universo. In ogni caso non ci appartiene completamente.

Così come quando ci viene regalato qualcosa di buono lo condividiamo con i presenti, credo sia necessario condividere con chi ci circonda il talento che ci è stato donato. E non intendo solamente quella falsa idea di dono che hanno alcuni artisti che "donano" la propria arte al mondo facendosela pagare profumatamente. Una parte di talento va regalato. Regalato e basta. In prima persona. Il talento è una forma di fede senza religione.

Ancora missionario

Riflettendo, spesso amaramente, sulla mia condizione di ricco, bianco, pasciuto membro del nord del mondo mi sono chiesto che tipo di missionario avrei potuto diventare. Non esercito professioni vitali quali il medico, l'agronomo, l'ingeniere. Sostanzialmente tratto storie. Che, sebbene definiscano le identità, le culture bla bla bla, non ho mai (ancora) sentito di orgainzzazioni come Medicins Sans Frontieres che andasse in giro per il Darfour a salvare le storie.

Eppure... eppure subito dopo la fame l'identità è uno degli elementi che determinano la sopravvivenza. Il Terzo Mondo è abitato da bambini negri e scheletriti he vivano sradicati in tende di plastica. Non hanno una storia, non hanno una identità. Sono diventati un'umanità simbolica, de-storicizzata, eternamente boccata in una ricerca di minima sopravvivenza. Ogni bambino è lo stesso bambino. Da decenni. Non ha nome. Non ha patria. Non ha storia. Nutrito, sparisce.

La lettura dei libri dell'africanista Basil Davidson mi ha dimostrato quanto il mio pregiudizio sui bambini neri scheletriti fosse consolidato. L'Africa ha una storia, a volte più civile del Nord civilizzato.


Il Progetto Waste Land di Vik Muniz mi ha aperto gli occhi. Raccontando in modo creativo le storie dei"riciclatori" della discarica di Jardim Gramacho (Rio De Janeiro) cambia loro la vita, dona loro dignità.

Ricordo bene gli occhi dei ragazzi algerini o zingari detenuti al carecere minorile Ferrante Aporti quando gli proponemmo di fare uno spettacolo (con pubblico!) sulle loro storie. Mica Pirandello, Shakespeare o quelle balle lì.


Per adesso gli appunti finiscono qui.

Marc se n'è andato

Un annuncio laconico e malinconico sulla sua pagina di Facebook recita: "La famille de Marc, ses plus proches amis ont la douleur de vous annoncer le deces de Marc ce mardi 9 aout 2011"

La prima volta che ho visto Marc è stato a Barcellona. Era venuto a trovare Siobhan, la giovane designer americana con la quale stavamo lavorando per una università catalana. Siobhan raccontò le rispettive storie per farci conoscere, con il consueto entusiasmo di un'americana realizzata e curiosa. Malgrado gli sforzi di esaltare a mia inesistente carriera, la vicenda di Marc era enormemente più interessante. Pittore parigino di una certa fama, componeva magnifici carnet de voyage dipingendo ad acquarello su buste usate e affrancate, comprate nei mercati delle pulci. Era a Barcellona per Siobhan. Il giorno dopo, in una pausa del lavoro, ce ne andammo in giro al parc Güell, a Barceloneta e finimmo a mangiare tapas al Barrio Gotico. Quasi senza dire una parola.

Marc era laconico. Si creò immediatamete un legame tra di noi che non aveva bisogno di parole. Lo incontrai di nuovo un paio di anni dopo, per il suo compleanno. Arrivò senza sapere della mia presenza
nel piccolo appartamento di Siobhan al quarto piano di una palazzina di mattoni rossi in Bedford Street, nel cuore del Village, a New York. Quasi quindici anni fa. Era negli Stati Uniti per Siobhan e per cercare uno studio a Brooklyn. Li ho sentii salire lungo la ripida rampa di scale e li vidi apparire sulla porta. Sorridevano entrambi. Una cosa normale per Siobhan, meno per lui, un francese dal volto lungo, spesso ombroso, con una certa somiglianza con un giovane Albert Camus. Ci abbracciammo imbarazzati e commossi.

Il giorno dopo ce ne andammo in giro da soli imbaccuccati nel freddo pungente dell'inverno. Ci sedemmo nella hall del Chelsea Hotel in onore delle tante star maledette che ci avevano soggiornato. Mangiammo un gigantesco hamburger di bisonte. Durante la notte lo trovai seduto sul divano, vestito, che fumava. Qualche problema sentimentale, pensai. Ma non gli chiesi nulla, non era nostra consuetudine. Ce ne andammo in giro anche il giorno dopo fumando sigarette e parlando di chissà cosa.
Mi raccontò del suo imminente viaggio in Buthan.

Ci incontrammo altra volte sempre a New York. Mi invitò ad andarlo a trovare a casa sua in Rue e Clichy, a Parigi. Promisi che l'avrei fatto. Un'amicizia profonda, senza troppo parole, da lontano, scandita da un tempo lunghissimo. Ci siamo scritti qualche volta e l'anno scorso l'ho ritrovato su Facebook. In tempo per leggere l'ultimo post.


Marc Lacaze 1966-2011