Depressiòn Mon Amour

A casa mia la gioia di vivere è sempre stato un animaletto cagionevole.

Il mio medico è un tizio allampanato con i capelli a spazzola e gli occhi verdi a palla. Porta un camice bianco con i polsini con l'elastico come quelli dei bambini. Non mi visita quasi mai. Crede nel potere della parola.

"Ha sbalzi di umore?"
"Più o meno. Diciamo che sono stabile in zona fondo del barile."
"Dorme male?"
"Quello sì. Sonno leggero e mi sveglio presto."
"Ha pensieri catastrofici?"
Qui si impone una riflessione prima della risposta. Voglio dire, non ho mai avuto pensieri medi. Soprattutto durante le insonnie. Sempre robe estreme, nel bene e nel male. Ma qui sta chiedendo...
Taglio corto che non sopporto il suo sguardo insistente.
"Qualche volta."
"Piange senza ragione?"
Eh no, un momento. Sono un uomo, padre di famiglia recidivo. Ho responsabilità al lavoro e insegno. Mica smoccolo gratis.
"Qualche volta."
Qualche volta trasformarsi in una cascata è un atto liberatorio che serve anche a colpevolizzare chi ti circonda. Il che non è male. Si aprano i rubinetti, dunque.
"Lei è depresso?"
Lo adoro quando fa così. È il medico più umile che abbia mai conosciuto. Quelli, abituati a sgattarci nelle viscere, sviluppano una sindrome d'onnipotenza che li ha portati, nella mia vicenda sanitaria, ad attribuirmi almeno quattro malattie mortali. E invece questo chiede a me.
"Non so."
"Cosa vogliamo fare?"
Una volta il mio medico allampanato mi ha suggerito di imparare la meditazione su YouTube. Un tipo pratico. Parliamo un po' e si finisce sullo zero a zero. Niente medicine, un po' di sport, YouTube e la vita è quella che è, insomma.

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Educare al sangue



Cresciuto l'estate in campagna, non mi è stato risparmiato nulla. Neanche il frequente omicidio dei conigli.

Tumlin, scendeva nell'aia e chiamava.

-Dài che andiamo dai conigli.

Noi gagni lasciavamo i giochi e correvamo ad appenderci a grappoli alle sue mani. Tumlin ci trasportava nel portico dove stavano le gabbie di legno dalle sbarre martoriate. Ci vivevano almeno trenta conigli che, rosicchiando in continuazione, producevano ronzìo. Quando Tumlìn apriva il coperchio noi ficcavamo  un mazzetto di rami di gagìa di cui le bestie erano ghiotte. Tumlin diceva il peso, l'età, quanti figli avesse fatto quella femmina, a quanto si sarebbe potuta vendere. Non gli dava nomi. Toccava la pancia alle gravide.

-E' quasi pronta, domenica avrete i cuccioli da accudire.

Se ci avvicinavamo troppo diceva:

-Stai lontano te. Una volta a un bambino hanno portato via due diti. Due diti coi denti davanti. E state un po' bravi.

Non si può fare troppo ciadel vicino alle bestie. Si spaventano e se si spaventano non mangiano, non crescono, non si accoppiano, non fanno cuccioli.

Tumlin tirava su il coniglio grosso dalla gabbia, gli legava le gambe dietro dell'animale, tenendolo fermo sotto l'ascella. Poi gli legava quelle gambe davanti. Poi lo appendeva a testa in giù a un chiodo sul muro del portico. Solo allora la bestia si dimenava. Tumlin si faceva consegnare il bastone dei conigli e mollava il colpo.

TOC!

Da sotto in su, diritto sul naso del coniglio che cominciava a sanguinare. Apriva il rubinetto del sangue che colava giù, nella padella dei conigli.  Noi guardavamo in silenzio. Tumlin riconsegnava il bastone.
-Mettilo a posto.
Quando il sangue finiva e il coniglio era quasi morto Tumlìn rivoltava la bestia a pancia in su. Estraeva il coltello e incideva la pelliccia sui garretti. Tirava fuori un lembo di pelle e tirava verso il basso. La pelliccia veniva via un po' alla volta. Se era inverno la pelle fumava. Tirava fino al collo e la lasciava penzolare.
Poi ci consegnava il pentolino del sangue da tenere.
Al suo posto metteva un pezzo di carta oleata.

Piantava il coltello tra le gambe dell'animale e lo apriva fin sotto il collo facendo crocchiare le ossa del petto. Lo apriva per svuotarlo. Sceglieva le animelle da conservare e quelle da dare ai cani e poi ci spediva via. A prendere il rosmarino, la salvia, a consegnare il pacchetto delle interiora.
Quando tornavamo il coniglio era ormai tutto rosa, la pelliccia appesa e tesa a seccare. Tumlìn se lo prendeva in braccio per portarlo in cucina e noi tornavamo a giocare.