Le cose che non cambiano


È il giugno del millenovecentottantasei e la decisione è presa. Questa volta giriamo la Sicilia. La stessa banda che negli ultimi cinque anni ha scorrazzato con l'InterRail in Germania, Olanda, Francia, Inghilterra e altri paesi europei ha deciso di puntare sul sud Italia.

Al solito il budget è risicatissimo e i metodi per finanziare il viaggio i più fantasiosi. Io avevo appena dato l'esame di Storia del Teatro su Pirandello alla facoltà di Magistero (no, nonna, non divento Magistrato). Raccolgo l'opera omnia del nobel siculo, nella collana del Teatro di Mondadori e mi metto in marcia. Al fondo di via Tripoli c'è un negozio di Carta, Cordami e Libri usati. Un bugigattolo, uno sgabuzzino stipatissimo di scaffali stipatissimi di libri. Ci puoi passare la giornata a scovare tesori. Metà dei libri sono nel retrobottega. Niente da nascondere, solo una cronica mancanza di spazio. Impossibile frequentarlo a settembre per via dello smercio dei libri di testo. Vado, mi vendo l'intera collezione e tiro su una ventina di mille lire che in vacanza fanno sempre comodo (pizza e birra, meno di cinquemilalire).

Recentemente sono tornato ad abitare da queste parti. Una passeggiata mi ha portato di fronte alla stessa vetrina. E quando dico stessa intendo proprio la stessa. Entro. L'odore è identico, la disposizione degli scaffali non è cambiata di una virgola. Un ragazzone biondino, con gli occhiali, mi da il benvenuto.
Dico la parola d'ordine:
-Dò un'occhiata.
Lui risponde con la controparola d'ordine
-Se ha bisogno chieda.

Gli racconto che sono qui per una botta di nostalgia. Venivo in questo negozio venticinque anni fa.
-Anche io - risponde con un sorriso complice.
-È tutto rimasto come allora.
-Non ho cambiato niente. Finché non mi crolla addosso...

Compro una copia di Kameraden di Sven Hassel solo perché è nella stessa edizione Longanesi Super Pocket del 1969 e nella stessa identica posizione, nello stesso scaffale di allora. Non so se lo rileggerò mai.

Libreria Primi Eroi
Via Tripoli, 204
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Farsi un lavoro 1


Basta giocare ai disoccupati! Basta fare impresa per mietere il grano.


IL PUBBLICO CULTURALE
Affittare scioperati e disoccupati per aspiranti artisti

Chiunque sia convinto di avere una qualunque forma di talento venera l’idea del successo. Più del grano. E qualunque chiunque identifica l’idea del successo con un pubblico devoto. Invece di starsene a casa ad esercitarsi con i pennelli ad olio, pianoforti a muro o con fotocopie di libri autoprodotti, questa gente organizza mostre, concerti e presentazioni. Invita, si atteggia, firma, e spera che qualcuno la intervisti nelle sale che rimbombano vuote. Leggendo e rileggendo il proprio nome su manifesti stampati in casa.

Tra i partecipanti alle manifestazioni è raro trovare qualcuno che non sia un parente. Dato che svolgono in stanze di recupero, appena ristrutturate a scopi culturali, l’evento si risolve in un deprimente sabato pomeriggio a base di spumantino fuori pasto e chiacchiere in famiglia. La missione della vostra nuova compagnia è quella di fornire pubblico, fans, groupie temporanei ad artisti senza speranza.

Il personale

Per pescare in questo stagno avete bisogno di mettere insieme un certo numero di collaboratori presentabili. Lasciate perdere barboni, extracomunitari e tossici, quelli vanno bene per le manifestazioni politiche. Anziani, disabili e mamme vanno utilizzate con parsimonia: lo sanno tutti che la maggior parte di loro non ha un cazzo da fare tutto il giorno. Un pubblico qualificato (e dunque meglio retribuito) è fatto da gente che sembra professionista del settore: giornalisti, professori, artisti. Un buon bacino di reclutamento sono gli studenti universitari. I migliori sono i fuori corso, fuori sede. Hanno spesso bisogno di soldi e sono frustrati: se motivati vengono via per un pezzo di pane. I disoccupati cinquantenni, ex dipendenti privati silurati in una ristrutturazione sono oro colato: una bella depressione può essere scambiata per spocchia culturale.

Addestramento

Selezionate, tra quelli che riuscite a racimolare, sulla base della presentabilità. Se avete per le mani studenti scegliete i più anziani (i trentenni vanno benissimo). Questa prima selezione (tre, quattro persone) saranno i giornalisti, tutti gli altri il pubblico. I giornalisti dotateli di taccuini, penne, cellulari (senza scheda). Insegnate loro a fare la faccia distaccata (immaginate di pestare un merda a piedi nudi, che faccia fate? Una faccia da critico-giornalista). Fategli memorizzare un po’ di domande pertinenti.

Insegnategli a presentarsi: nome, cognome, testata. Per quanto riguarda la testata è quasi sempre meglio inventarne una: gli artisti frustrati sono degli ingordi divoratori di qualunque cosa potrebbe parlare di loro. Se obiettano (ma non obiettano) di non aver mai sentito parlare della rivista insegnate tre tipi di reazione: è nuova, la si distribuisce solo in alcune librerie scelte, oppure fate la faccia di chi ha appena incontrato un ultras del Catania al Teatro della Scala (vale l’esempio dei piedi nudi con in più una bella scivolata).

Strumentazione

L’investimento è contenuto. Taccuini e penne del discount andranno benissimo. Anche un paio di macchine fotografiche. Quelle a pellicola vengono via al prezzo delle patate. Non c’è bisogno della pellicola: verificate che il flash funzioni, è più che sufficiente. Lasciate perdere le usa e getta, quelle vanno bene in spiaggia per turisti sfigati e noi non vogliamo sfigati alla nostra mostra, no?


Modalità

Fate arrivare i vostri collaboratori alla spicciolata. Meglio dare ad ognuno un appuntamento diverso perché tendono a muoversi in branco, e non va bene. I “giornalisti” devono gironzolare un po’ e poi filare ad intervistare l’artista. Gli altri gironzolano e basta. Se la mostra dura abbastanza a lungo potete riciclare la gente. Se avete in previsione il riciclo comprate vestiti usati e montature di occhiali al mercato delle pulci. Lasciate perdere le parrucche, non siate ridicoli. Una faccia anonima può tornare anche tre, quattro volte. Per un sovrapprezzo potete organizzare conferenze stampa. Per quelle sono necessarie macchine fotografiche che abbiano l’aria professionale: grosse e nere. Procuratevi anche qualche registratore. Piccoli possibilmente, niente roba da breakers negri.

I concerti, soprattutto quelli rock, li lascerei perdere. Per tirare su un pubblico che merita ci va un sacco di gente e c’è il problema delle groupie. La rock star in declino è disposta a pagare per il pubblico a patto che qualche groupie si faccia dare una bella strapazzata dopo il concerto.

Se capita l’occasione, mettetevi d’accordo con la groupie zoccola e lasciate a lei l’eventuale introito della prestazione extra: meglio stare lontani dalla zona grigia della prostituzione. Se la rockstar eccede (alzando le mani) meglio non sapere niente. Il vostro è un mestiere onesto.

Clienti

Gli organizzatori di mostre garantiscono pochi problemi e un giro d'affari che merita. Pittura, fotografia, antiquariato. Si conoscono tutti, nuotando nello stesso stagno dalle acque basse e limacciose: una buona reputazione vi garantirà diversi clienti. E poi presentazioni di libri, inaugurazioni. L’importante è che sia roba culturale, roba che normalmente non considera nessuno, se non chi la organizza. Meglio, molto meglio i paesi rispetto alle città. Ancora meglio se riuscite a contattare i genitori dell’artista in questione: sono disposti a pagare di più e lo show è più credibile.

Può accadere (anche spesso) che ad ingaggiarvi sia l'artista stesso. È imbarazzante. E anche un po' triste. Ma siete dei professionisti: siate comprensivi e sorridenti e all'inaugurazione mostrate sincera ammirazione.


Sviluppi

Se il gruppo che mettete su funziona abbastanza bene lo potete riciclare per manifestazioni sportive internazionali. Basta accertarsi che tra i partecipanti ci sia un atleta di una nazione dimenticata da Dio come l’Azerbaijan o la Guiana Francese. Comprate su Internet la rispettiva bandiera e fateli scatenare sugli spalti. Le federazioni e le ambasciate possono apprezzare. Lo hanno fatto anche alle Olimpiadi di Pechino

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Sabato sera, il vicedirettore del quotidiano La Stampa, Massimo Gramellini, commenta le violenze di Roma durante la manifestazione degli indignati. E dice, con una banalità che non ti aspetteresti da uno come lui: pochi violenti hanno rovinato una manifestazione "giusta".


E perché l'avrebbero rovinata? Perché domani "tutti" avrebbero parlato delle violenze invece di dibattere sulle motivazioni condivisibili della manifestazione. E infatti, per non contraddire questo facile moralismo, domenica il suo giornale dedica la prima pagina e le prime 11 pagine alle azioni dei violenti.
Invece di dedicare la prima pagina alle 951 città che hanno manifestato preferisce dar voce alla violenza. Invece di parlare una volta delle cose buone che accadono nel mondo, preferisce farci guardare il nostro ombelico infiammato. E così anche sul giornale del saggio Gramellini hanno vinto i violenti. Segno che alla fine la violenza paga.


No, signor vicedirettore, la notizia non è che quattro idioti hanno bruciato qualche auto. La notizia è che milioni di persone hanno manifestato il loro disagio contro un sistema che li sta divorando. A questo avresti dovuto dedicare la prima pagina e le successive dieci. E poi al fondo della undicesima potevi scrivere un pezzo da mezza colonna intitolato: ieri tutto bene, solo qualche rumore in una piccola parte di questo mondo.


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E così in un paio di settimane ho rinnovato il parco tecnologico personale. IPhone 4, MacBook Air. Tutto molto figo. Le scatole meravigliose. La cosa più bella è che il trasloco è costato pochissimo anzi niente e nessun energumento dall'ascella pezzata ha rigato il parquet per portare via applicazioni, documenti e numeri di telefono. Schiacci un tasto e avviene la migrazione. Niente gommoni o tir col doppiofondo. Una pausa caffè un po' più lunga e il gioco è fatto. Di nuovo operativo.

Non devo riattaccare le applique, non devo scatolonare libri, non posso perdere le ricevute del pagamento delle tasse. Tutto come prima col vecchio Mac, come col vecchio IPhone. Certo questi giocattoli hanno una patina di nuovo, un colore brillante, qualche segretuccio sorprendente. Ma alla fine è la stessa casa di prima. Stessa diffcioltà a scrivere frasi di senso compiuto, la stessa attitudine al disordine e a scaricare applicazioni particolarmente inutili.

E l'agenda con gli stessi impegni. Tempo fa comperavo l'agenda dell'anno successivo proprio in questi giorni. Adoravo quelle che cominciavano da settembre-ottobre per finire il dicembre dell'anno successivo. Mi piacevano le pagine candide, liscie, profumate di solvente tipografico e di colla da legatoria, quel cra crac che la legatura risuona quando viene dolcemente violata. E poi la curiosità dell'impaginato, del vedere di che giorno cade il mio compleanno e tutte quegli accessori, il fuso orario, la rubrica, le festività in Finlandia o in Indonesia, che rendeva quel mattoncino di carta unico. Ricopiare con la penna su quella carta bianca (alba pratalia araba) nome, cognome e dati era una specie di rito zen. Non ci sono due agende millenovecento novantasette.

E invece il mio bell'Air nuovo ha la scatola nuova, gli accessori nuovi, ma dentro c'è la solita solfa, file che mi porto dietro da anni, con lo stesso nome, più o meno la stessa icona. Come un eterno presente mi perseguita la mia casa digitale.

Dài, ragazze è ora di aprire gli occhietti. Sono le sette e venti della mattina. Lo so che, naturalmente, il vostro corpo che cresce avrebbe bisogno di altro sonno, ma dovete svegliarvi. Conosco il piacere di rimanere a letto la mattina, il rosicchiare minuti preziosi di dolce incoscienza. E forse state facendo qualche bel sogno, Mina la pallina con la quale abbiamo giocato mezzo pomeriggio, e con la quale hai fatto la magnifica scoperta: SI PUO' LANCIARE!
Emma una fetta di banana o un pomodorino. Ma dobbiamo prepararci. Sì, dobbiamo. Siete entrate per la prima volta nella vostra vita nel mondo del dovere. L'iscrizione all'Asilo Nido lo esige. Nel mondo del dovere, il sacrificio regna sovrano. Dopo aver imparato a dire mamma, papà, pappa, cacca, NO, e "desidero ardentemente avere un altro po' di torta", imparerete a riconoscere un gruppo di termini fondamentali: bisogna, è necessario, devi, non puoi.

Sono un gruppo di termini che, a diversi livelli di gentilezza, piegano le volontà ai ritmi sociali del nostro mondo. Tutti insieme si chiamano Sacrificio. Bisogna fare sacrifici nella vita. Per i figli, per la famiglia, per il lavoro, per la Patria. Tutti vorranno qualcosa da voi e lo vorranno ad un orario preciso. Per cui imparate a ricacciare nel buio il dolce languore del riposo, del non mi importa, dell'ancora un minuto, e tiratevi su.

Sì fa anche freddo questa mattina. Sono sicuro che imparereste di più sul senso della vita a sgattare nell'armadio di papà o a litigarvi il ciuccio. Ma dovete pagare il vostro ammontare di sacrificio. E sapete una cosa? Non so proprio perché. Da quando abbiamo abbandonato la vita da cacciatori e raccoglitori e abbiamo costruito questa gabbia che chiamiamo civiltà siamo animali sacrificali. In cambio abbiamo avuto una vita più lunga che sprechiamo a far sacrifici, una vita più sana che roviniamo con lo stress e tante altre cose di cui possiamo fare tranquillamente a meno.

Adesso basta, ragazze, su con la vita. Andiamo e per favore, almeno questa mattina, non piangete disperate quando vi lascerò in mano alle maestre dell'Asilo. Non saprei farmene una ragione.

Borderline

Sono sempre stato affascinato (e impaurito) dal Confine. Il Confine è quel momento in cui, per una ragione difficile da controllare, l'esistenza cambia. A volte in maniera irrimediabile. Il Confine è quando tua madre esce di casa a prendere il pane e ti lascia solo per un po' troppo tempo e la tua vita rimane infettata da una sindrome dell'abbandono che ti impedisce, giorno dopo giorno, di costruire delle relazioni umane rilassate. Il Confine è quando scopri che il tuo lavoro non esiste più e che le rate e le bollette sono diventate un veleno mortale che ti uccideranno poco alla volta. Il Confine è quando il bicchiere di vino, la sigaretta, la spada, diventano assolutamente necessari, quando la tua esistenza gira intorno a quegli oggetti. Tu sei bevuto, tu sei fumato, tu sei iniettato.

Il Confine che fa paura è quello che diventa l'Orlo, superato il quale non si riesce più a risalire. E si vive al fondo pensando ogni momento che da qualche parte possa esistere un sentiero che risale. Si smette di vivere e si impara a sopravvivere facendo i conti minuti, sulle monete, sugli spiccioli di sentimenti, sui rimasugli, sui piccoli risparmi. Far la doccia da amici per risparmiare l'acqua calda, credere che un'occhiata appena più dolce sia affetto.