Crederci perché sembra vero

Se una storia è bella, vuol dire che è vera. Ne discutevo l'altro pomeriggio quando mi è stata esposta una teoria sui rapporti umani che a prima botta mi è sembrata perfetta, bella e dunque credibile. Ma credibile non vuol dire che la teoria sia vera.

Spesso i giornali inviano gli scrittori in giro per il mondo a raccontare la realtà. Perché uno scrittore è considerato testimone attendibile? Solo perché è in grado di raccontare storie credibili, spiegandone le dinamiche con verosimiglianza. E così i racconti degli scrittori sembrano cogliere l'essenza degli eventi con maggior chiarezza, scoprendone i meccanismi sottintesi con maggior precisione. Ma è solo un racconto ben confezionato, detto con le parole giuste e con un montaggio costruito per convincere, sedurre, costruire.

Nell'ultimo libro di Jonathan Littel pubblicato in Italia, Taccuino siriano lo scrittore racconta del suo viaggio nel cuore della rivolta. La prefazione attacca subito cercando di disinnescare questa evidenza: "questo è un documento, non un testo rielaborato". Ma ciò che non è detto è che, anche se non rielaborato, il testo è frutto dello sguardo dello scrittore che, per deformazione professionale, coglie i particolari che potranno essere utili ad una storia:

"Appartamento gelido ma grande e bello, con pavimenti di pietra, quadri e calligrafie arabe alle pareti, mobili dorati tappezzati di velluto" Ecco già questa scelta taglia fuori ciò che non è racconto, dettaglio che costruisce un ambientazione.



Quando ero comunista

La famiglia Tiulpanov, San Pietroburgo. Il tizio riccio
accanto alla nonna è Paolo Rapalino, fotografo. La
ragazza con lo scialle sopra la nonna è la Roby. Il tizio
alla sinistra della Roby con il cappello sovietico
sono io ventenne.
Capita che un giorno, in un bar mi venga in mente di scrivere una frase sul mio viaggio a Berlino, un anno dopo la caduta del muro. E capita che quella frase diventi una specie di rivolo, un torrente, un fiume in piena e capita che vengano giù tutte le storie della mia gioventù passata a viaggiare tra le mecerie fresche del socialismo europeo.

Capita che decido che quella sarà la mia prossima storia. Capita che ritrovo il fotografo, Paolo, che ha ritratto il nostro viaggio in Russia, nel novantuno. Mosca, Kostroma, Uglich, Nijni Novgorod, Samara, Volgograd e San Pietroburgo. Capita che Paolo ritrovi i negativi mai sviluppati di quel viaggio e che dopo vent'anni io riveda immagini mai viste di quel viaggio.

Portammo a Volgograd il nostro spettacolo, mio e di Roberta Biagiarelli, una libera interpretazione di Giorni Felici di Beckett. La povera Winnie al posto del monticello di sabbia era sepolta in una gonna di organza larga sei metri. Roberta recitò, magistralmente, in italiano e il pubblico ogni sera aumentò. Tanti erano quelli che tornavano a farsi sedurre dalla sua voce e da quella lingua esotica e misteriosa.

Roberta in Questa Winnie, Volgograd 1991

Capita che Andrej, la nostra guida, dopo anni di silenzio, diventi mio follower su Twitter, proprio in questi giorni.

Capita che io chiami tutto ciò un segno. E che grazie a questo segno passerò un anno o forse più a scrivere di quando ero giovane e comunista.

(le foto sono di Paolo Rapalino)