Crederci perché sembra vero

Se una storia è bella, vuol dire che è vera. Ne discutevo l'altro pomeriggio quando mi è stata esposta una teoria sui rapporti umani che a prima botta mi è sembrata perfetta, bella e dunque credibile. Ma credibile non vuol dire che la teoria sia vera.

Spesso i giornali inviano gli scrittori in giro per il mondo a raccontare la realtà. Perché uno scrittore è considerato testimone attendibile? Solo perché è in grado di raccontare storie credibili, spiegandone le dinamiche con verosimiglianza. E così i racconti degli scrittori sembrano cogliere l'essenza degli eventi con maggior chiarezza, scoprendone i meccanismi sottintesi con maggior precisione. Ma è solo un racconto ben confezionato, detto con le parole giuste e con un montaggio costruito per convincere, sedurre, costruire.

Nell'ultimo libro di Jonathan Littel pubblicato in Italia, Taccuino siriano lo scrittore racconta del suo viaggio nel cuore della rivolta. La prefazione attacca subito cercando di disinnescare questa evidenza: "questo è un documento, non un testo rielaborato". Ma ciò che non è detto è che, anche se non rielaborato, il testo è frutto dello sguardo dello scrittore che, per deformazione professionale, coglie i particolari che potranno essere utili ad una storia:

"Appartamento gelido ma grande e bello, con pavimenti di pietra, quadri e calligrafie arabe alle pareti, mobili dorati tappezzati di velluto" Ecco già questa scelta taglia fuori ciò che non è racconto, dettaglio che costruisce un ambientazione.