Ho visto, ieri, quest'immagine di sfuggita, e quasi non riuscivo a credere. Mi sono fermato e l'ho riguardata. La porta di Brandeburgo, Berlino è un luogo mistico, come il Muro del Pianto, la Cupola d'Oro, il palazzo delle Nazioni Unite sull'Hudson, San Pietro, il mausoleo di Lenin. Uno dei simboli della storia del maledetto secolo breve. Dinanzi si alza una menorah con una grande stella di Davide al centro. È la festa delle luci, la consacrazione del tempio nuovo, piantata là nel cuore dell'ultimo simbolo rimasto di quell'idea che avrebbe voluto far sparire dalla faccia della terra le razze "inferiori". È una nemesi semplice, netta, luminosa.

Gli ebrei tedeschi sono tornati a casa. La porta di Brandeburgo non sarà più la stessa: all'ombra di quei lumi è sbiadito il nazismo. Gli ebrei sono tornati a casa. È ora che anche tutti gli altri tornino a casa, palestinesi, armeni, gli oppressi e i perseguitati che accendano i loro lumi dove desiderano. Senza confini. Il mondo non è proprietà di nessuno è la casa di tutti noi, insieme.

Buona festa delle luci a tutti quanti.

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Ho un amico che è una persona ordinata. Siamo stati colleghi per un po', lavorare con lui è stato un piacere. Preciso nel catalogare, riordinare le presentazioni, i documenti, che sapeva ritrovare in maniera infallibile. La sera prima di uscire riordinava la scrivania con una precisione millimetrica. La sua casa non è da meno e andarlo a trovare è un'esperienza faticosa. L'aspetto perfettamente ordinato delle sue cose personali mi imbarazza. Non so dove appoggiare il cappotto, non so dove e come sedermi, non so cosa posso toccare e non riesco a rilassarmi. Tutto così perfetto che vivo la perenne sensazione di essere di troppo.
È a lui che penso quando lavoro per un museo.

Il mio lavoro procede per maree. C'è stata la marea delle bibite. Poi quella delle Onlus. Poi la lunga marea delle automobili. Ora in Domino si parla molto di cultura. Da qualche tempo Associazioni, Musei e Fondazioni hanno cominciato a chiederci come diventare più accoglienti. Un po' meno secchioni e un po' più amichevoli. È una richiesta nobile e bellissima: questi conservatori di cultura chiedono di poter scendere per strada, tra la gente utilizzando anche il social network. Il curatore di quella grande trovata che sono gli Idea Store londinesi dice:

Idea Store nasce da una convinzione: che ai cittadini del XXI secolo, più che mai, interessano la lettura, l’imparare cose nuove e lo stare insieme. Nasce anche dal rifiuto di accettare un futuro dove gli unici luoghi di ritrovo siano di matrice commerciale. (qui tutta la storia)

Musei, Fondazioni, Associazioni che hanno come obiettivo la crescita culturale di un territorio hanno una grande opportunità ma va superato quel solco piuttosto profondo che divide la qualità dell'offerta culturale e gli utentiSpigolando qua e là (nel mio lavoro spigolo molto) mi sono imbattuto nel blog Ministry of Curiosity. Cito un pezzo del Manifesto:

The Ministry of Curiosity is a group of museum enthusiasts dedicated to bringing you the best of London's museum-centric social life. 

We believe in the power of the city's vibrant cultural offer, and aim to change current perceptions about those working in museums. We strive to bring you an insider's perspective into the fun and stylish side of the industry. Think of us as a salon of ideas or a Victorian gentleman's club but without all the patriarchy and opium. 

Nobile intento che le due curatrici (Kristin Hussey e Terri Dendy) realizzano affrontando il museo dalla sua parte più umana, quella nella quale l’evento culturale diventa occasione sociale (That's a part of what museums are: networking and knowing people. It's a creative industry. Qui tutta l’intervista). Il linguaggio è affilato, personale, competente (le due lavorano nell’ambito museale) e ironico.

Tutto molto semplice e di buon senso: rimodulare il linguaggio a seconda degli ambiti nel quale viene usato: preciso e infallibile nell’ambito professionale, ma  aperto, umano e appassionato se si vuole diventare più accoglienti. Ministry of Curiosity è un bell’esempio di come si possa rendere la cultura “alta” più appetitosa spostando il racconto da un punto di vista più coinvolgente.

Io, intanto, spero che il mio amico non mi faccia più indossare quelle maledette pattine.

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Truth, naked and cold, had been turned away from every door in the village.
Her nakedness frightened the people.
When Parable found her, she was huddled in a corner shivering and hungry.
Taking pity on her, Parable gathered her up and took her home.
There she dressed Truth in Story, warmed her up and sent her out again.
Clothed in Story, Truth knocked on the villagers doors and was readily welcomed into their homes.
They invited her to eat at their table and warm herself by their fires.

Jewish Teaching Story

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Masterpiece è il reality show, in onda su Rai3 dedicato alla scoperta dei nuovi talenti letterari. O uno spettacolo di freaks?

La competizione
La dedizione costante e ostinata alla scrittura di storie è una forma più o meno incarnita del disturbo antisociale di personalità. Gli scrittori scrivono perché fanno fatica a fare i conti con il presente e con i suoi abitanti. In genere gli scrittori si pongono al di sopra o al di sotto del resto del genere umano, indipendentemente dalle loro qualità letterarie. Rispetto a cantanti e musicisti, che con i concerti tentano un contatto con la realtà, gli scrittori sono dei passivi aggressivi che preparano nell’ombra il proprio riscatto.Questo scenario rende impossibile qualunque tipo di competizione: gli scrittori non si presentano mai in campo.


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pupo


Ci vuole il fisico per qualunque cosa, ma soprattutto per fare lo scrittore. Me ne sono accorto in un autogrill. Nella vita è importante stare con orecchie e occhi ben aperti perché le scoperte essenziali possono arrivare in un qualunque momento. Insomma me ne stavo a distribuire brioches alle figlie, in tappa sulla Torino Savona, quando l'occhio mi cade sulla copertina di un libro dai colori cupi. In particolare sul nome dell'autore. Enzo Ghinazzi. Perché questo nome non mi è nuovo? Dove l'ho già sentito? Ci vuole un bel po' di zucchero al cervello prima che la risposta salti fuori. È Pupo! Quello che cantava, 

Su di noi nemmeno una nuvola 
su di noi l'amore è una favola 
su di noi se tu vuoi volare 
lontano dal mondo, portati dal vento 
non chiedermi dove si va. 

Ora è uno scrittore. E della sua qualità  di autore vengo completamente convinto dalla quarta di copertina. Il Ghinazzi qui presente non è per nulla il brevilineo spensierato cantore del gelato al cioccolato (dolce e un po' salato, scritto insieme a Cristiano Malgioglio) con il capello a posto e il piglio cordiale. Il ritratto della quarta di copertina è un sofferto bianco e nero con luci apocalittiche che scolpiscono uno sguardo intenso di uno che la sa lunga. Come confermano gli occhiali da trader svedese e il filo di barba. Se non è uno scrittore questo... Sono tentato di comprare il libro. Ma la colazione per cinque mi è già costata abbastanza.

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Ho smesso di leggere il nuovo libro di Francesco Piccolo (Il desiderio di essere come tutti)

Ci sono due tipi di scrittori. Quelli che raccontano storie e quelli che ti intrattengono con un sacco di riflessioni, congetture, scoperte filosofiche quasi fossero quei parenti che si incontrano al pranzo di Natale. Io di parenti ne ho una discreta collezione, una famiglia numerosa con i suoi bei problemi che, come è noto, generano una quantità considerevole di chiacchiere che girano a vuoto. Queste chiacchiere familiari possono diventare interessanti e degne di essere ascoltate per due ragioni.


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televisione

Dopo quarant'anni di onorato servizio la televisione a casa nostra va definitivamente in pensione. È stato un consiglio di famiglia a decretarlo. Dopo che l'ingombrante elettrodomestico nero è rimasto spento per più di un mese senza che nessuno desse segni di crisi d'astinenza, calo della coscienza civile, ritardo mentale o culturale abbiamo deciso di far posto ad un ficus benjamin (che a gente sprovvista di pollice verde è una pianta che da dante soddisfazioni).

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tristan da cunha
Tistan da Cunha. 280 abitanti circa.

Perché non ci ho pensato io? Ho passato ore della mia infanzia a tracciare rotte immaginarie sull'atlante, linee tratteggiate a matita che partivano da Genova o Southampton e che scendevano verso Tristan da Cunha facendo scali fantasiosi a Capo Verde, Conakry, Ascensione, Walwis Bay. Tutto il blu della mappa del mondo era terreno di gioco valido per quel tipo si fantasie. Perché non ho pensato di scrivere un libro su quelle fantasie? Lo ha fatto Judith Schalansky, con L'atlante delle Isole Remote, Cinquanta isole dove non sono mai stata e mai andrò. La scrittrice tedesca nata in quella Germania Est dalla quale era pressoché impossibile uscire, ha inanellato una raccolta di cinquanta storie vere sulle isole più remote della terra, alcune abitate, alcune deserte, alcune celebri, alcune misconosciute. Storie brevi, spesso fulminanti di non più di due pagine per raccontare il sottile fascino delle cose remote in un tempo in cui sembra sia rimasto ben poco da scoprire.

L'edizione Kindle pecca un po' nella riproduzione delle mappe ma costa un centesimo meno di 10 euro.



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In questa divertente, performance di 3 minuti al World Science Festival, il musicista Bobby McFerrin utilizza la scala pentatonica di rivelare il modo in cui i nostri cervelli sono connessi, con un sorprendente risultato. Meraviglioso.



Non credo che chi legga libri sia necessariamente più intelligente o abbia più cultura di chi non ne legge. Credo siano intelligenze e culture diverse. Ci sono molti modi per "farsi una cultura". Guardare la televisione, ad esempio, o frequentare la rete, e stare in mezzo alla gente sono mezzi alternativi per nutrire il proprio cervello.

Con un pizzico di spirito critico e attenzione ci si fa una cultura che è diversa da quella che vive nei libri e che è del tutto rappresentativa del mondo in cui viviamo. A volte è addirittura più rappresentativa. Non bisogna dimenticare che, in genere, i libri li scrivono soggetti blandamente sociopatici con problemi ossessivi: restare chiusi in casa, in silenzio a mettere in fila cinque o seicento pagine sulla vita di un orfano, di un serial killer o di un sovrano morto e sepolto da cinquecento anni è un'attività che qualunque psicoterapeuta guarderebbe con sospetto.

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Mio padre è nato in una cascina sulla strada che da Narzole porta a Fossano, passando per l'abitato di Salmour, in provincia di Cuneo. La cascina, della quale non resta che quale rudere si chiamava Sarmassa. Secondo mio padre il toponimo che definisce la cascina e la zona deriva dall'antica popolazione dei Sarmati.

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Mi piacerebbe sapere cosa pensa Sarah della parola sfuggire. Siamo in un tempo in cui molte cose sfuggono. L'attenzione è divorata da centinaia di migliaia di entità bisognose di attenzione. L'unico modo per difendersi, per non lasciarsi divorare da una sollecitazione troppo pressante è lasciarsele sfuggire, diventare un po' sordi. Comfortably numb, come direbbero i compatrioti di Sarah. I sentimenti si sono fatti leggeri per paura di soffrirne, i legami non più indispensabili. E così per un po' di tempo mi sono fatto sfuggire il blog di Sarah.

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 "L'Italia è un un paese bellissimo, che ha bisogno di tanta aria fresca."


I tetti di Madrid



Gabriella Chianale, studentessa
Madrid, Spagna


Chi sei?
Mi chiamo Gabriella Chianale e sono nata a Torino quasi 28 anni fa.

Da dove sei partita?
Sono partita da Torino, due mesi e mezzo fa.

Dove sei?
Centro di Madrid, centro della Spagna.

Cosa fai?
Studio spagnolo e cultura spagnola, al momento non lavoro. Lo spagnolo è una delle lingue più parlate al mondo e per questo ho preso questa decisione, nonostante la crisi momentanea della Spagna non bisogna dimenticare che molti paesi del centro e del sud America in via di sviluppo sono ispanici.


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"Vivendo all'estero ho recuperato l'identità legata alla mia regione, che non pensavo fosse cosi radicata in me."





Chiara Petri, manager
Nord della Germania



Chi sei
Sono una donna senza requie, piena di energia. Il mio motto è "Ich will mehr!" (=Voglio di più)

Da dove sei partita
Sono partita dal Friuli, dalla Bassa Friulana, Palmanova, città storica stellata, indicata da WIRED come una delle più belle città viste dallo spazio

Dove sei
Vivo nel nord della Germania, in una città fatta di vento, acqua e parchi. Il tempo atmosferico non è molto diverso da quello della Bassa Friulana e questo influenza gli animi di chi vive qui. I tedeschi non sorridono mai per primi, ma i sorrisi sono contagiosi e loro si lasciano contagiare volentieri. "Smile, it confuses people" è l'approccio da adottare: i tedeschi ti restituiscono sempre un sorriso, ma tu devi essere il primo ad aprirti.

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Si può morire per un parco? Sembra di sì. Istanbul un tempo città di grandi piazze, quartieri di piccole case e spazi aperti è diventata rapidamente un dedalo di strade soffocate da costruzioni di ogni genere.

Il Gezi Park è un piccolo parco che il governo ha destinato alla costruzione di un centro commerciale. Solo che questa volta gli abitanti della città si sono ribellati e hanno preso a cuore quell'ultimo polmone verde nel centro. Da qualche giorno più di diecimila persone si sono radunate sui prati del parco per impedirne lo smantellamento. Il governo turco ha reagito inviando centinaia di poliziotti in tenuta antisommossa che stanno affrontando i cittadini con manganelli e lacrimogeni. Si parla già di feriti, si parla già di morti.

Certo un parco non partecipa all'arricchimento economico, non frutta profitto, ma se la gente comune è disposta a subire violenza per difendere un pezzo di terra di quel genere forse un valore ce l'ha e va ben al di là del denaro.

Per solidarietà a questi sognatori sarebbe bello che ognuno aiutasse a diffondere la notizia di cìò che sta avvenendo sull'ultimo prato di Istanbul. Leggi, diffondi, racconta.





Mina se n’é andata.

Mina è nata nel millenovecentotrentadue, prima di sette fratelli e una sorella, in un’Italia povera e presuntuosa. È nata a Narzole, un paese di un paio di migliaia di persone, affacciato sull’altipiano che circonda la valle del Tanaro, tra Langhe e Roero.
Mina e i suoi fratelli ebbero il soprannome di caglié, perché papà Pietro era calzolaio. Mamma Delibera aiutava nel lavoro, a Mina toccò il ruolo di mamma. Per questo la chiamavano mama cita, la piccola mamma. Per tutti gli altri è stata Zia Mina.
Il 26 maggio, Anselmina Domenica, Mina, Zia Mina, Nonna Mina, mama cita, mamma se n’è andata.


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"Dopo tanti anni lontano dall'Italia, a osservare quello che succede a distanza, tutto sembra sempre più surreale."


Sheffield da casa Ciolfi
Luigina Ciolfi, docente e ricercatrice
Sheffield, Gran Bretagna


 



Chi Sei
Toscana (anzi Chianina!) di nascita, viaggiatrice per vocazione. 38 anni, Interessata a molte (forse troppe) cose: musica, letteratura, tecnologia, arte, cucina, cinema e molto altro.

Da dove sei partita
Ho iniziato a viaggiare da giovanissima (prima esperienza di studio negli Stati Uniti a 15 anni), ma ho lasciato la Toscana (Siena) e l'Italia definitivamente due settimane dopo la laurea, nel Gennaio 2000.

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"Gli dico che l'Italia è bellissima e di andare a visitarla. Sono molto orgoglioso dell'Italia però mi vergogno degli italiani"

Londra da casa Brignone (senza il Big Ben)


Emanuele Brignone Visual Effects Specialist
Londra, Gran Bretagna



Polemista nato in onore alla sua capigliatura fulva, Emanuele si è formato allo IED di Torino e poi è subito scappato a cercar fortuna al nord tra cinema e videogiochi.



Chi sei
Emanuele, 31anni.

Da dove sei partito
da Torino, dopo lo IED sono andato a Londra. Ho lavorato nel campo dei videogames e poi nei VFX per il cinema.

Dove sei
Per ora a Londra on e off. Spero di trasferirmi in un posto piu caldo tipo australia o US east coast, oppure Cina.

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Un video di Saatchi&Saatchi racconta la scoperta del sapori forti da parte dei più piccoli.
Trovato su Il Post



In soli quindici giorni di viaggio nella costa orientale ho arricchito la biblioteca di famiglia con un certo numero di libri di carta che da una parte segnano le tappe del mio viaggio e dall'altra sono belli da toccare, possedere, leggere.


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Ho una fotografia di ragazzi in armi. Sorridono perché è il venticinque di aprile e sanno di aver compiuto l'impresa. Hanno preso per mano la liberazione. E da cosa ci hanno liberati? Non dai tedeschi o dai fascisti, figuratevi, quelli ci sono ancora.

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Instagram del secolo scorso

Il Toronto Silent Film Festival usa Instagram in un modo del tutto inusuale. certo i commenti e i like ai singoli fotogrammi, non aiutano.

"Quasi un terzo dei miei compatrioti è… italiano! Il mio dipartimento è pieno di italici, di solito anche loro in fuga dal baronaggio accademico"

La Scozia da casa Berto


Francesco Berto, filosofo
Aberdeen, Scozia






Chi sei

Sono un filosofo.


Da dove sei partito
In giro dico "Venezia" per far presto, ma sono nato a Mestre (vai a spiegare la differenza a uno scozzese o a un australiano… Ma dalle mie parti sono sensibili anche a distinguere fra nati a Cannaregio e nati a Dorsoduro). Mi sono laureato e ho fatto il PhD a Ca'Foscari con una tesi sulla dialettica hegeliana che è diventata un grosso librone (Che cos'è la dialettica hegeliana? Un'interpretazione analitica del metodo ). Poi un paio d'anni di post-doc a Padova. Poi me ne sono andato.


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"sono lontano dall'Italia innanzitutto per principio, per orgoglio personale, perche dopo tutto quello che succedeva non mi sentivo a posto con la coscienza a rimanere li e fare finta di niente"

Joe Lesina, Visual Artist e imprenditore
Hong Kong, Cina + Stoccolma Svezia




È così, chiedi ad un artista visuale cosa pensa del mondo e lui te lo rappresenta con le immagini. Un'intervista tutta da guardare.

Chi sei?


Joe Lesina, 28 anni.

Da dove sei partito



Sono partito da Torino, dove lavoravo in un agenzia pubblicitaria come Art Director, condividevo un appartamento con sette persone di nazionalità diverse e credevo nel bike sharing.

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milena gabanelli
Milena Gabanelli in veste di presidente

Come popolo di arrangioni viviamo una specie di innato complesso di inferiorità e coltiviamo una livorosa invidia per la quale, quando qualcuno dei compaesani fa bene, cerchiamo in tutti i modi di ostacolarlo. Mai si metta la testa fuori dal coro! Siamo anche un popolo creativo: esercitiamo la sottile arte della promozione-punizione.

Ecco che c'è una giornalista, Milena Gabanelli, una di quelle cattive, un mastino che quando si attacca è difficile far desistere. Racconta storie scomode in prima serata (altro miracolo) che fanno rivoltare lo stomaco dalla rabbia e qualche volta scoprono tane di scarafaggi che, al sole, si disperdono. Un vero servizio pubblico.

Ecco di questa impertinente stella che osa eccellere che ce ne facciamo? Le facciamo fare la fine della Politkovskaja? Esagerazione! E poi, chi pulisce? La seppelliamo di querele in modo che passi più tempo in tribunale che al lavoro? No, abbiamo lampanti esempi che pur avendo i tribunali alle calcagna si possa fare tranquillamente i propri comodi. Allora la cacciamo dalla RAI. Anche questa non è una soluzione. Con sta maledetta digitalizzazione la signora Gabanelli ha tonnellate di posti dove andare a fare il suo prezioso lavoro. Santoro docet.

Allora? Ci vorrebbe un posto all'apparenza prestigioso, un appartamento luminoso sulla cima di un colle. E un mestiere che ti fa girare il mondo armata di forbicioni ad inaugurare mostre e musei. Ci vorrebbe un posto dove la telecamera sia spenta e le domande scomode lascino lo spazio a vibranti soddisfazioni. Ecco, non c'è bisogno di farla fuori, basta disinnescarla. Basta metterla talmente in alto che la sua voce penetrante e scomoda si senta lontana lontana, strizzata in tailleur grigio fumo di Londra. Tanto fumo.

Lasciate la Gabanelli al suo posto, regaletele un megafono piuttosto. Di pupazzi per rappresentare il nostro paese da operetta ne abbiamo a mandrie. Firma qui per Scilipoti Presidente.



"30 anni di esperienze fatte tutte nella stessa città, iniziavano a starci un po’ strette"


Fulham, Londra da casa Giammello


Sara Giammello Artista e ballerina
Londra, Gran Bretagna




Chi sei?


A Sara PIACE:
Stefano, il rosso, il nero, il bianco, i pois, il rossetto, i capelli a caschetto, le vecchie foto, la moda vintage, gli accessori vintage, i film in bianco e nero, la pioggia, l'autunno, la musica, le coperte, i corsetti, i reggicalze, i guanti, le perle, i cappelli, le scarpe (adora le scarpe anni 30), la pizza, la cioccolata(impazzisce per la cioccolata),il caffè(decaffeinato), il vino rosso, il vino con le bollicine, andare in bicicletta, camminare, inventarsi storie su cose o persone che incrocia per strada, dire cose a vanvera, ridere, parlare ballare, creare strane cose con lo scanner, dipingere, pastrocchiare, sporcarsi di colore, farsi il bagno, asciugarsi i capelli, truccarsi lentamente, guardarsi allo specchio, sentirsi fare i complimenti (è molto vanitosa ed egocentrica), accendere candele, cene con amici, musica dal vivo, teatro, tutto ciò che è curioso strano e bizzarro.

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Poropò Poropò Pororompompò


Mio padre ha l'istinto del gol. Non che sia mai stato uno sportivo. Diciamo che l'attività sportiva più competitiva alla quale si sia mai dedicato è il taglio del bollito. Però durante le partite di calcio che guarda, poche, solo della nazionale e con molte distrazioni, azzecca sempre il momento del gol. Quando l'attaccante si avvicina minaccioso all'area mio padre comincia a dire "c'è, c'è" (lo dice in dialetto). E quando l'attaccante fa centro, lui soddisfatto sorride e dice: Visto? Certo non bisogna chiedergli chi ha segnato, chi ha effettuato l'assist, qual'è il risultato o perfino quali squadre stanno giocando. Quasi sempre non ne ha idea.

Ma come fa un essere del tutto digiuno allo sport a vaticinare il gol? Semplice. Ogni volta che un attaccante supera di slancio la metà campo lui comincia a dire "c'è, c'è" (in dialetto). Una volta su centro ci azzecca. È come quello che metteva al polso un orologio fermo: almeno due volte al giorno l'ora era esatta.

Ieri sera, ascoltando le notizie da Boston e seguendo Twitter mi sono sentito in famiglia. Prima ancora che i detriti lanciati dall'esplosione ricadessero a terra i commentatori erano al lavoro con analisi, statistiche e supposizioni. E si lamentavano che Obama non fosse ancora uscito di casa vestito da ninja sciabolando contro Al Quaeda, Hamas, i Davidiani di Waco, Saddam Hussein, Kim Jong Un e Marylin Manson. Il presidente è uscito dopo tre ore dicendo: non sappiamo chi è stato e perché l'ha fatto. Ma lo troveremo. Semplice.

Chi ricorda l'11 marzo del 2004 quando una bomba distrusse la stazione madrilena di Atocha uccidendo 191 persone? L'allora primo ministro spagnolo Aznar si affrettò ad accusare i baschi, cavalcando l'indignazione della gente. Ma i baschi di lì a poco risultarono del tutto estranei. Aznar perse le elezioni.

A volte è bello lasciar parlare la pancia. Scrivere un generico Bastardi! su Twitter. A volte fa piacere che i leader parlino alla nostra pancia, che titillino quel senso di eccitazione bestiale che scatena l'odore del sangue. Ma a forza di parlare alla pancia, si finisce per chiacchierare nell'intestino il cui contenuto è inequivocabilmente merda. Mi piacerebbe che commentatori, editorialisti, dietrologi e davantologi si astenessero per un po' dallo spiegarci il tutto e il contrario di tutto di quanto accade alle nostre vite. Per favore, uscite dalla platea, lasciate che le cose accadano, che la palla sia in rete, sia ferma e che l'arbitro abbia convalidato e poi dopo, solo dopo dispensateci la vostra sapienza analitica. Come diceva Wittgenstein (quello vero, non Luca Sofri) riferendosi al linguaggio: se si puliscono continuamente gli occhiali  non li si usa mai per vedere meglio.



"Qualche anno fa mi sarei definita una ragazza arrabbiata, ma non ho più l’età ed essere arrabbiati alla lunga logora."

Montreal da casa Geva


Nana Geva, Interactive Art Director
Montreal, Canada





Anche lei fa parte della ormai ubertosa messe degli studenti che ho contribuito a formare (o a deformare). Una delle prime classi che affrontavo allo IED. Nana (al secolo... non i ricordo più) era una specie di skinheads anarchica e ligure, infuriata e sensibile.


Chi sei
Preferirei avere una risposta univoca a questa domanda. Qualcosa di semplice e definitivo, tipo non so: sono un idraulico. Una ballerina. Una femminista. Una campana del vetro. Invece ciccia.
Qualche anno fa mi sarei definita una ragazza arrabbiata, ma non ho più l’età ed essere arrabbiati alla lunga logora. Così ho deciso di concedermi solo una rabbia rarefatta da distribuire con parsimonia e prevalentemente durante le feste comandate.
Oggi preferisco pensarmi nelle ruvide vesti di un allegro ma pur sempre cinico dinosauro, che bruca le foglie più alte del suo preistorico albero senza smettere mai di guardare oltre la linea dell’orizzonte.


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Tore ha nelle orecchie gli strilli di mamma mentre scende a mare. Non ti sporcare.
Corre per il sentiero di ghiaia sulla punta dei piedi.Fai presto, Non cadere, Non ti bagnare, Non prendere animali. Per il viaggio gli hanno messo un vestito bello e ruvido. Da un mese gli ripetono di fare il bravo che vanno tutti quanti a stare Attorino. Attorino è il posto della fabbrica dove sta papà. Niente di male, pensa. Immagina Attorino come un paese uguale al suo: bambini, alberi di fichi, lucertole, vecchie sedute nella via a parlare. Gli dicono che Attorino non ci sta il mare, però. Tore arriva fino alla cala dove si raggiunge l'acqua. Di fronte alle minuscole onde si accorge che non ha preso un bicchiere, un barattolo, un cucchiaio, per portarsene via un po'. Mamma gli dice Sei una testa vuota, lo dice tutti i giorni. Tore si siede sullo scoglio e lascia che gli occhi si riempiano d'acqua. Così se la porta Attorino.
Finché qualcuno, da casa, grida il suo nome.


Ho l'impressione che Yellow birds, romanzo d'esordio del reduce Kevin Powers sia largamente sopravvalutato. Credo sia entrato in quel vortice positivo per cui se ne parli male sei un maledetto disfattista. Ho già scritto che faccio fatica a leggere i libri, ma se ci si mettono pure Dave Eggers, Alice Sebold e Tom Wolfe a suggerire libri che poi trovo mediocri allora non so più a che santo votarmi. Tutti e tre si sono letteralmente sperticati per il romanzo, tanto che Wolfe lo paragona a Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque. La miseria!

L'ho comprato, l'ho cominciato e mi sono pentito. Non imparo mai che quando così tanti si sperticano di complimenti, alla fine quel che leggo non mi piace. Per esempio? Firmino. Avventure di un parassita metropolitano di Savage.

Che dire:

In tante cose somigliava molto a Sterling, i capelli biondi, gli occhi azzurri. Ma era come se Murph fosse la sa versione ordinaria. Sterling era alto e aveva i muscoli curati.

I muscoli curati? A parte il fatto che chiamare un personaggio Murph non mi sembra una grande idea (e parla uno che avrebbe dovuto chiamarsi Moreno), la storia è impregnata di pensieri saggi e descrizioni stucchevoli e spesso banali. Sarò un pistino ma quando il sergente sbraita nel più standardizzato linguaggio da caserma (appunto) e

Scandì le battute picchiandosi il pugno contro il palmo della mano sinistra.

propio come una rappresentazione finta (e banale) di un uomo incazzato, non lo sopporto. E non è l'unico esempio.

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"L'Italia non sembra amare sfide ed innovazione, tende a seguire sempre la tradizione, tranne poi elogiare le scoperte fatte dagli Italiani ma all'estero"

The Socialist Republic of South Yorkshire dalla casa di Daniela


Daniela Petrelli docente ricercatore Sheffield Hallam University
Sheffield, Gran Bretagna





Daniela è una cugina acquisita. Tanti anni fa mi fece scoprire l'interazione uomo-computer. E da allora non sono ancora guarito


Chi sei
Una donna di mezza età con un passato ed un presente un po' contraddittorio: Diploma di maestro d'arte e Laurea in informatica. Entrambe con il massimo dei voti, chissà cosa dice di me. Qualcosa di più (professionalmente parlando) è qui.

Da dove sei partita

Dipende. Origine Piemontese, 2 anni a Milano per la tesi di laurea, poi Torino per 3 anni, poi Trento per 7, poi UK. Quindi tecnicamente Trento, ma è un posto dove non ho messo radici.


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"Da casa mia si vede l'Italia come il bel paese con il sole e il buon mangiare, il posto ideale per passare le vacanze, ma non per viverci"

Sofia Kirka da casa Giulianelli




Fosco Giulianelli, attore, blogger
Stoccolma, Svezia






Con Fosco ci siamo conosciuti realizzando un progetto per Alfa Romeo. Lui guidava una Alfa Brera i-i in giro per l'Europa, io seguivo la sua avventura scrivendone. Ora è il testimonial per 3 in Svezia.



Chi sei?
Mi chiamo Fosco Giulianelli e sono nato a Perugia 39 anni fa nella verde Umbria.

Da dove sei partito?
Da Perugia il 5 dicembre 1994. Avevo 20 anni all'epoca.

Dove sei?
Abito in Svezia a Stoccolma, ma ho vissuto anche un breve periodo a Londra nel 2000.

Cosa fai?
Ho iniziato come lavapiatti, poi come cameriere, visto che cmq avevo conseguito un diploma di food and beverage manager. Oggi sono un attore affermato ed un blogger (the fashionist). Attualmente sono il testimonial per la 3 in Svezia.


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Jonathan Safran Foer si è divertito a tagliuzzare Street of Crocodile di Bruno Schultz per creare una nuova storia che ha chiamato Tree of Codes

Allora, premettiamo che da grande voglio fare lo scrittore. E premettiamo pure che ci sono forti dubbi che io sia dotato di talento naturale e che, quindi, questa aspirazione mi sta costando e mi costerà una enorme quantità di lavoro, frustrazioni, delusioni e incazzature. Si premetta pure che sono almeno quattro anni che sto lavorando su due romanzi (perché due? è una storia un po' lunga, se c'è tempo lo dico) e vari racconti. Ecco, premesso tutto ciò vorrei confessare che da un po' di tempo i libri mi annoiano. Continuo a desiderarli, continuo a comprarli, continuo a lasciarmi sedurre dalle loro promesse, però raramente riesco a superare pagina quindici.

Lo sforzo immane che ci vuole per inanellare cento, duecento, trecento e oltre pagine solo per arrivare ad un finale più o meno scontato, ecco, non ce la faccio più. Credo di essere un lettore abbastanza sofisticato (se no tutti quei soldi e quelle ore spese sui libri sono il più fallimentare investimento della storia): oltre per la trama leggo per il gusto della parola, della costruzione, dell'intreccio e non solo per arrivare alla fine. Eppure... eppure alla dolorosa soglia di pagina quindici comincio a pensare: che palle. E mi distraggo. È come se una progressiva pioggia di distrazioni erodesse la mia  attenzione fino a lasciarmi per le mani un mattoncino di carta che quasi non riconosco più.

Qualche anno fa David L. Ulin confessò di non riuscire più a leggere un libro per intero. Un problema non da poco, dato che il suddetto è il critico letterario del Los Angeles Times. Deve essere stata una brutta sorpresa, simile a quella di Beethoven che diventava sordo. Per comprendere il disamoramento Ulin ha anche scritto un libro che si chiama The Lost Art of Reading: Why Books Matter in a Distracted Time. L'ho comprato. Ma non l'ho ancora letto tutto.


Intanto questa è la mia biblioteca di Anobii.

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Il regista Andrew Stanton ("Toy Story, "WALL-E") condivide quello che sa sulla narrazione -- cominciando dalla fine per risalire agli inizi.


Lo stangone con il golden retriever e il cameriere sono amici. Parlano di calcio. Parlano di mare. Parlano di donne. La biondina mangia sempre da sola. Sfoglia il giornale e mangia da sola. Ha una attività sua. Prende decisioni, amministra, risolve problemi. Si chiama Daniela. Quando finisce di mangiare il cameriere l'accompagna alla cassa. Le dice a domani e buon weekend. Poi non le dice più niente, come se le cose le avesse già dette in un altro posto, ad un altro orario, quando lui non è cameriere e lei non ha una attività sua e non legge il giornale.

Lo stangone si siede e col cameriere si salutano. Aspetti il tuo socio? chiede il cameriere. No, dice lo stangone, aspetto Daniela. E sorride. Quando Daniela arriva ha i capelli sciolti, i jeans aderenti e un po' di tacco. Entra e punta dritta al cameriere. Lo saluta, gli mette una mano sul braccio, lo tranquillizza. Poi va al tavolo, dallo stangone.

Cosa mangiamo? dice lo stangone, non è rimasto niente. E fa una smorfia insoddisfatta. Daniela si alza e si avvicina a guardare la vetrina. Il cameriere va avanti e indietro. Daniela lo prende per il braccio. Scherzano sul fatto che lei mangi con lo stangone. Lui fa finta di fare il broncio. Lei fa finta di abbracciarlo e ride con lui. E poi torna dallo stangone senza ordinare.

Lo stangone le parla del lavoro. Dice che ha fame. Le mostra qualche cosa sul suo smartphone. Lei si sporge in avanti per guardare. Fa la faccia interessata e fa domande. Tocca il cristallo del telefono, le loro dita quasi si intrecciano. E il cameriere? Dov'è il cameriere?


Tempo fa, in occasione della prima edizione del Festival Nuovo e Utile a cura di Anna Maria Testa a Firenze, il compianto direttore della rivista MyMedia, Fabrizio Pecori, mi espresse il suo stupore. Era stupito che un festival del genere fosse stato ospitato in quella città. Mi raccontò, da fiorentino, delle sue lotte quotidiane per organizzare eventi culturali e della sostanziale refrattarietà di Firenze a tutto ciò che non fosse Rinascimento.

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"In Italia la cultura lavorativa ed il metodo di lavoro sono lontani anni luce da quello che è il panorama internazionale"

Dalla finestra di casa Pesani si vede l'Italia.


Marco Pesani User Experience Designer
Canton Ticino, Svizzera



 
Marco è un emigrato speciale, perché espatria ogni mattina. Vive a Como ma lavora in Svizzera. Ci siamo conosciuti allo IED e abbiamo anche lavorato per un certo periodo insieme.

Chi sei
Un trentenne anni brizzolato cresciuto in buona parte fra Torino e provincia.

Da dove sei partito
Stroncata sul nascere dai miei genitori una carriera da grande artista, scoprii che il modo migliore per seguire le mie aspirazioni da creativo era quello di utilizzare un computer per disegnare. Diversi anni dopo uscivo dallo IED sfoggiando un diploma da Digital & Virtual Designer, che mi aiutò ad entrare nel mondo delle agenzie di design digitale.

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"Perchè avevo provato a cercare in Italia ma non ho trovato nulla che mi stimolasse, e ancora oggi continua a non esserci nulla che mi spinga a cercare lavoro in Italia"

Dalla finestra di casa Di Noia

Stefano Di Noia, Lighting & Compositing artist
Vancouver, Canada







Lo ammette lui stesso: quando ci siamo conosciuti allo IED di Torino, ai lati opposti della cattedra, non sapeva bene che fare. Ma Stefano è lo schivo che scava. Ecco l'illuminazione, letteralmente: l'arte della luce. Stefano è uno di quegli artisti caparbi e costanti che si cono creati una professione solida e richiestissima.




Chi sei
Stefano, vado per i 36, sono di Torino, amo la Computer Grafica e la musica.

Da dove sei partito
da Torino, 4 mesi dopo aver finito un corso di CG ho messo su un reel con progetti personali e ho ricevuto un offerta di lavoro da Madrid per lavorare come lighter su un film di animazione 3d, era il 2008, il più bel giorno della mia vita.

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