-Abbiamo vinto?
-Tecnicamente si.
-E come?
-Se Democrazia Proletaria veniva con noi…
-No, neanche così. Ci volevano almeno i socialisti, allora sì.
Eravamo in tre seduti a terra, in cucina, di fronte ad un Philips da 24 pollici. I miei due compagni avevano poco più di vent’anni, studiavano in città, portavano rade barbette e occhiali dalla montatura nera. Erano comunisti. Erano redattori dell’unico giornale comunista pubblicato nella zona. Erano buoni, studiosi e onesti. Credevano che i fondamenti di una società evoluta poggiassero sulla giustizia sociale. Credevano che la rivoluzione si potesse fare con un giornale di quattro pagine pubblicato quando si riusciva a racimolare abbastanza soldi, con il teatro di Brecht nella piazza di un paese di quasi tremila anime, con i giochi della gioventù organizzati con la corse nei sacchi e la caccia al tesoro. Erano convinti che le cose potessero migliorare un poco alla volta con costanza e pazienza. Erano marxisti ma entrambi si sarebbero sposati in chiesa, per far piacere alla madre. Erano i fratelli più piccoli di mia mamma, con i quali passavo l’estate nella casa della nostra famiglia, in un paese di quasi tremila anime.
-Allora abbiamo perso.
-Non è una partita di calcio. Anche così va bene. Siamo cresciuti di sette punti. La prossima volta vedrai.

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