Nella nostra città circola un quotidiano che ha molto da insegnare. In barba ai guru della scrittura sul web, CronacaQui è un esempio lampante di scrittura interattiva. Demagogici e qualunquisti gli articoli del quotidiano hanno un unico scopo: provocare l'interazione tra i lettori. Il campo d'azione tipico del giornale è il bar. La mattina a colazione o nel dopopranzo gli avventori dei bar più popolari ne sfogliano le pagine e ne scorrono i titoli. In effetti gli articoli sono di per sé inutili, infatti raramente il lettore va oltre il titolo. Provocato dalla notizia quasi sempre scandalosa, il lettore attacca un'accorata discussione con gli altri avventori. Un esempio su tutti mostra chiaramente come i giornalisti sappiano ben "parlare alla pancia" di chi legge.

Il Comune toglie la mensa ai bimbi e foraggia gli zingari.


Il Comune: ente opaco, orwelliano, oppressore dei lavoratori con i quali deve interagire come venditori ambulanti negozianti e tassisti. Non è citato il nome di chi avrebbe preso questo provvedimento perché il Comune è un Moloch policefalo i cui appartenenti non sono umani.


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È con grandissima gioia che lancio la prima puntata de l'Italia vista dalla luna, ovvero il nostro paese raccontato dagli italiani che l'hanno lasciato per cercare fortuna lontano.


"Ero stanco dell'inutilità delle battaglie contro i mulini a vento. E con la sensazione di essere ridicolo come qualsiasi don Chisciotte"


Berlino dalla finestra di casa Castellano


Luca Castellano, scrittore
Berlino, Germania




Luca è di quella razza napoletana che affonda le radici nell'eleganza affinata di sapore borbonico, anche se lui insiste a dichiararsi interista-leninista. Il suo primo romanzo, La fine degli affanni pubblicato da Mursia, è il romanzo di formazione di un pallanuotista malinconico.


Chi sei
Bella domanda. Direi: non sono un pirla, per usare le parole del filosofo che si scagliò contro la prostituzione intellettuale: Josè Mourinho. Sempre sia lodato.

Da dove sei partito
Anche questa domanda mi mette, di solito, in difficoltà. Soprattutto perché penso che, non sempre, i luoghi della mia partenza e quello delle mie origini coincidano. La risposta, comunque, non è mai uguale. Varia in base o ai pensieri dominanti del giorno o al tono e all'umore della conversazione . Impossibile riassumerle, ma ti lascio qualche esempio di risposta: da Napoli; dal Mediterraneo; dal nord Africa; dallo Stato Pontificio; da Pizzaland; da bufalandia; dalla terra del sole e del mare con in mano natàzzulèllecafè e'numandulìn; dalla luna; dal buco del culo del mondo.

Dove sei
Nella capitale e nella città meno tedesca della Germania: Berlino.

Cosa fai
Usando un dialogo di Ecce Bombo, prima che Michele Apicella si trasformasse nell'attuale clerico-migliorista smacchiatore di giaguari che risponde al nome di Nanni Moretti: "Faccio cose, vedo gente.. mi muovo". Ma, quando è troppo freddo, mi affaccio solo alla finestra.

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Se le malattie più di moda nello scorso secolo (il millenovecento intendo) sono state il cancro e l'AIDS, sembra che la malattia di questo secolo sia il Morbo di Alzheimer. La demenza è il ritratto di questi tempi bulimici di informazioni, dati e cose da ricordare. Abbiamo inventato tonnellate di strumenti per conoscere, contare, enumerare che hanno indebolito la memoria. In effetti anche le persone sane, in questo secolo, mostrano i sintomi della malattia.

Per saperne di più.

La routine dell'Alzheimer di Blake Butler su Vice Italia

Il cervello di mio padre di Jonathan Franzen




Faccio parte dell'ultima generazione di formazione analogica. Un digital immigrant come direbbe Mark Prensky. L'ultima generazione che ha formato il proprio modo di stare al mondo su oggetti concreti, all'apparenza poco sensibili. Al telefono sento ancora la necessità di dire "Sono Livio": la mia educazione si è formata su apparecchi ciechi, di plastica grigia, con grandi cornette ricurve. La consuetudine imponeva di rispondere: "Pronto, casa Milanesio, chi parla?". Se sbaglio a scrivere una parola al computer ho l'impulso di cancellarla tutta perché ho imparato a maneggiare la tastiera su un'Olivetti Lettera 22. Riesco a calcolare quanto tempo mi manca alla fine di un libro dando un'occhiata alla posizione del segnalibro. Per questo sono tra quelli che ogni tanto, senza tante tragedie, si chiedono che fine faranno i libri di carta.

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Che la vita urbana sia alienante è risaputo da un pezzo. Che la gente tenda a sbroccare trasferendo la propria mente in luoghi bizzarri dai quali poi non torna più è un dato di fatto. Torino non fa eccezione. E di questi personaggi ne ha una bella collezione.

Questa mattina sul 15 sale un tizio di una trentina d'anni. Vestito normale, con qualche copia di Leggo sotto braccio. Si siede e attacca a ridere. Ma proprio a sbellicarsi. A me era capitato tanto tempo fa sul 62 leggendo Effetti Collaterali di Woody Allen. Avrei voluto ridere alle lacrime. Ma la paura della figura dello sbroccato mi costrinse a smettere di leggere. Sono sicuro che il tizio del 15 avesse una ragione. Solo che noi, lì intorno, mica l'abbiamo capita. Rideva così tanto che ogni doveva tossire e schiarirsi la voce. Contagioso. In poco tempo chiunque sul tram stava trattenendo una risata. Di questi riditori da tram ce ne sono diversi.

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E va bene, l'ultima fatica letteraria di Jonathan Safran Foer si erge contro coloro che allevano e mangiano carne animale. Ma il signor Arthur Boyd da Bomin Moore, Cornovaglia gli farebbe cambiare idea con la sua fissa di mangiare le bestie uccise dal traffico stradale. Un bell'esempio di riciclo.


Abbiamo passato il confine, che non c'è più, dalle parti di Wedding.
Scendiamo dalla macchina e ci avviciniamo a piedi. Arriviamo in una via che sembra un set abbandonato. Una sola auto parcheggiata, una Renault 4, tatuata da una tribù di writer rabbiosi. Ci accorgiamo che ci sta seguendo un bambino di sei sette anni. È vestito a caso, pettinato a caso, lavato poco. Solo il mezzo sorrisetto con cui ci osserva sembra frutto di una intenzione. Ci supera di corsa, raggiunto da altri due bambini più piccoli e nelle stesse condizioni. Saltano dentro la R4. Il bambino, al posto di guida, si china in avanti, unisce i fili e accende il motore. Sgasa due o tre volte allungando la gamba che accelera, aggrappato al volante. Ho paura ingrani la marcia e se ne vada a stamparsi da qualche parte. Molto probabilmente quella macchina non si muove più da diverso tempo, ha le gomme a terra, sfinite. Quando gli siamo accanto il bambino lascia spegnere il motore, scappa fuori e si infila in uno dei portoni. Lo stesso nel quale siamo diretti noi.

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Capita che un'amica viva ad Amsterdam. Capita che abiti in centro. Capita che quest'amica abbia una figlia e che questa figlia cresca fino ad arrivare a quella che noi chiamiamo Scuola Materna che laggiù è obbligatoria. Capita che nel centro di Amsterdam i posti disponibili nelle scuole siano pochi. Capita che tenti di iscrivere la piccola alla scuola più vicina. Capita che non ci sia posto. Allora capita che la mia amica tenti in una scuola un po' più lontana e poi una ancora più lontana finché la scuola che abbia posto sia davvero molto, molto lontana.

Allora capita che i genitori della zona nella quale l'amica abita decidano di riunirsi. Capita che chiedano un incontro alla municipalità di Amsterdam. Capita che la municipalità accetti l'incontro e che partecipi anche la prima scuola, quella più vicina. Capita che insieme comune, genitori e scuola trovino i locali e gli insegnanti per attivare tre nuove classi proprio a pochi passi. Capita che tutti i bambini abbiano la loro scuola vicina a casa. E che i genitori continuino a poter andare al lavoro in bicicletta, senza doversi alzare all'alba per attraversare la città per depositare i bambini in scuole lontane. Tutto questo capita in meno di un mese. Problema, soluzione, buon senso. Questo può capitare. Ed è capitato in una città grande e complicata. E a noi sembra solo una favola da un mondo che non esiste

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Sette cose che il PD non ha capito dei suoi elettori.

1. Siamo laici. Non aspettiamo nessun padreterno. Sappiamo rimboccarci le maniche anche senza che qualcuno ce lo chieda. Non c'è bisogno di dire che bisogna stringere la cinghia.

2. Siamo responsabili. Abbiamo un'etica che ci immerge nella società nella quale viviamo. Dateci gli strumenti, Il resto lo facciamo noi. Lo abbiamo sempre fatto. Non c'è bisogno di dirci che bisogna fare i sacrifici.

3. Siamo seduti dalla parte del torto, da sempre. E ci piace. Non diteci che ci vuole un'etica della politica.

4. Siamo di origine socialista (lasciate perdere Craxy). Sappiamo bene come funziona la società in cui viviamo. Non c'è bisogno di spiegarci che c'è la crisi.

5. Siamo italiani. Siamo in "crisi" dalla 476 d.C. e ce la siamo sempre cavata, perché sappiamo come tirare avanti con intelligenza e umanità.

6. Siamo abituati a perdere e tuttavia siamo ancora qui. Perché ci crediamo. Noi, insieme, siamo la nostra patria, il nostro sogno, il nostro progetto, la nostra idea.

7. Non ci importa più niente di Berlusconi. Ci importa dei nostri figli, delle associazioni, del nostro comune, della scuola, del lavoro. Se il giaguaro ha le macchie sono affari suoi.

Detto questo, quello che ci manca è ricordare perché continuare ad essere di sinistra. Per quale ragione continuare ad avere fiducia nelle persone, nelle istituzioni, nella rappresentanza. Per quale ragione difendere la voce di tutti, il diritto, la responsabilità, l'uguaglianza di opportunità, la solidarietà. Ci siamo dimenticati che noi siamo la nostra patria, la nostra città, la nostra politica, il nostro progetto, la nostra idea.

Ci manca comprendere perché non abbiamo smontato pezzo a pezzo il privilegio, la ricchezza ingiustificata, l'ignoranza e l'indifferenza.

Ci mancano dei rappresentanti che ci riflettano. Non abbiamo bisogno di qualcuno che ci guidi.
Noi siamo qui, ci siamo sempre stati. I rappresentanti passano.

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Nota. Il video in testa è il 25 aprile del 1994 ed è di Mario Agostinelli. Noi eravamo là mica per Berlusconi, ma perché in piazza noi ci stiamo bene.

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