Ho una fotografia di ragazzi in armi. Sorridono perché è il venticinque di aprile e sanno di aver compiuto l'impresa. Hanno preso per mano la liberazione. E da cosa ci hanno liberati? Non dai tedeschi o dai fascisti, figuratevi, quelli ci sono ancora.

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Instagram del secolo scorso

Il Toronto Silent Film Festival usa Instagram in un modo del tutto inusuale. certo i commenti e i like ai singoli fotogrammi, non aiutano.

"Quasi un terzo dei miei compatrioti è… italiano! Il mio dipartimento è pieno di italici, di solito anche loro in fuga dal baronaggio accademico"

La Scozia da casa Berto


Francesco Berto, filosofo
Aberdeen, Scozia






Chi sei

Sono un filosofo.


Da dove sei partito
In giro dico "Venezia" per far presto, ma sono nato a Mestre (vai a spiegare la differenza a uno scozzese o a un australiano… Ma dalle mie parti sono sensibili anche a distinguere fra nati a Cannaregio e nati a Dorsoduro). Mi sono laureato e ho fatto il PhD a Ca'Foscari con una tesi sulla dialettica hegeliana che è diventata un grosso librone (Che cos'è la dialettica hegeliana? Un'interpretazione analitica del metodo ). Poi un paio d'anni di post-doc a Padova. Poi me ne sono andato.


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"sono lontano dall'Italia innanzitutto per principio, per orgoglio personale, perche dopo tutto quello che succedeva non mi sentivo a posto con la coscienza a rimanere li e fare finta di niente"

Joe Lesina, Visual Artist e imprenditore
Hong Kong, Cina + Stoccolma Svezia




È così, chiedi ad un artista visuale cosa pensa del mondo e lui te lo rappresenta con le immagini. Un'intervista tutta da guardare.

Chi sei?


Joe Lesina, 28 anni.

Da dove sei partito



Sono partito da Torino, dove lavoravo in un agenzia pubblicitaria come Art Director, condividevo un appartamento con sette persone di nazionalità diverse e credevo nel bike sharing.

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milena gabanelli
Milena Gabanelli in veste di presidente

Come popolo di arrangioni viviamo una specie di innato complesso di inferiorità e coltiviamo una livorosa invidia per la quale, quando qualcuno dei compaesani fa bene, cerchiamo in tutti i modi di ostacolarlo. Mai si metta la testa fuori dal coro! Siamo anche un popolo creativo: esercitiamo la sottile arte della promozione-punizione.

Ecco che c'è una giornalista, Milena Gabanelli, una di quelle cattive, un mastino che quando si attacca è difficile far desistere. Racconta storie scomode in prima serata (altro miracolo) che fanno rivoltare lo stomaco dalla rabbia e qualche volta scoprono tane di scarafaggi che, al sole, si disperdono. Un vero servizio pubblico.

Ecco di questa impertinente stella che osa eccellere che ce ne facciamo? Le facciamo fare la fine della Politkovskaja? Esagerazione! E poi, chi pulisce? La seppelliamo di querele in modo che passi più tempo in tribunale che al lavoro? No, abbiamo lampanti esempi che pur avendo i tribunali alle calcagna si possa fare tranquillamente i propri comodi. Allora la cacciamo dalla RAI. Anche questa non è una soluzione. Con sta maledetta digitalizzazione la signora Gabanelli ha tonnellate di posti dove andare a fare il suo prezioso lavoro. Santoro docet.

Allora? Ci vorrebbe un posto all'apparenza prestigioso, un appartamento luminoso sulla cima di un colle. E un mestiere che ti fa girare il mondo armata di forbicioni ad inaugurare mostre e musei. Ci vorrebbe un posto dove la telecamera sia spenta e le domande scomode lascino lo spazio a vibranti soddisfazioni. Ecco, non c'è bisogno di farla fuori, basta disinnescarla. Basta metterla talmente in alto che la sua voce penetrante e scomoda si senta lontana lontana, strizzata in tailleur grigio fumo di Londra. Tanto fumo.

Lasciate la Gabanelli al suo posto, regaletele un megafono piuttosto. Di pupazzi per rappresentare il nostro paese da operetta ne abbiamo a mandrie. Firma qui per Scilipoti Presidente.



"30 anni di esperienze fatte tutte nella stessa città, iniziavano a starci un po’ strette"


Fulham, Londra da casa Giammello


Sara Giammello Artista e ballerina
Londra, Gran Bretagna




Chi sei?


A Sara PIACE:
Stefano, il rosso, il nero, il bianco, i pois, il rossetto, i capelli a caschetto, le vecchie foto, la moda vintage, gli accessori vintage, i film in bianco e nero, la pioggia, l'autunno, la musica, le coperte, i corsetti, i reggicalze, i guanti, le perle, i cappelli, le scarpe (adora le scarpe anni 30), la pizza, la cioccolata(impazzisce per la cioccolata),il caffè(decaffeinato), il vino rosso, il vino con le bollicine, andare in bicicletta, camminare, inventarsi storie su cose o persone che incrocia per strada, dire cose a vanvera, ridere, parlare ballare, creare strane cose con lo scanner, dipingere, pastrocchiare, sporcarsi di colore, farsi il bagno, asciugarsi i capelli, truccarsi lentamente, guardarsi allo specchio, sentirsi fare i complimenti (è molto vanitosa ed egocentrica), accendere candele, cene con amici, musica dal vivo, teatro, tutto ciò che è curioso strano e bizzarro.

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Poropò Poropò Pororompompò


Mio padre ha l'istinto del gol. Non che sia mai stato uno sportivo. Diciamo che l'attività sportiva più competitiva alla quale si sia mai dedicato è il taglio del bollito. Però durante le partite di calcio che guarda, poche, solo della nazionale e con molte distrazioni, azzecca sempre il momento del gol. Quando l'attaccante si avvicina minaccioso all'area mio padre comincia a dire "c'è, c'è" (lo dice in dialetto). E quando l'attaccante fa centro, lui soddisfatto sorride e dice: Visto? Certo non bisogna chiedergli chi ha segnato, chi ha effettuato l'assist, qual'è il risultato o perfino quali squadre stanno giocando. Quasi sempre non ne ha idea.

Ma come fa un essere del tutto digiuno allo sport a vaticinare il gol? Semplice. Ogni volta che un attaccante supera di slancio la metà campo lui comincia a dire "c'è, c'è" (in dialetto). Una volta su centro ci azzecca. È come quello che metteva al polso un orologio fermo: almeno due volte al giorno l'ora era esatta.

Ieri sera, ascoltando le notizie da Boston e seguendo Twitter mi sono sentito in famiglia. Prima ancora che i detriti lanciati dall'esplosione ricadessero a terra i commentatori erano al lavoro con analisi, statistiche e supposizioni. E si lamentavano che Obama non fosse ancora uscito di casa vestito da ninja sciabolando contro Al Quaeda, Hamas, i Davidiani di Waco, Saddam Hussein, Kim Jong Un e Marylin Manson. Il presidente è uscito dopo tre ore dicendo: non sappiamo chi è stato e perché l'ha fatto. Ma lo troveremo. Semplice.

Chi ricorda l'11 marzo del 2004 quando una bomba distrusse la stazione madrilena di Atocha uccidendo 191 persone? L'allora primo ministro spagnolo Aznar si affrettò ad accusare i baschi, cavalcando l'indignazione della gente. Ma i baschi di lì a poco risultarono del tutto estranei. Aznar perse le elezioni.

A volte è bello lasciar parlare la pancia. Scrivere un generico Bastardi! su Twitter. A volte fa piacere che i leader parlino alla nostra pancia, che titillino quel senso di eccitazione bestiale che scatena l'odore del sangue. Ma a forza di parlare alla pancia, si finisce per chiacchierare nell'intestino il cui contenuto è inequivocabilmente merda. Mi piacerebbe che commentatori, editorialisti, dietrologi e davantologi si astenessero per un po' dallo spiegarci il tutto e il contrario di tutto di quanto accade alle nostre vite. Per favore, uscite dalla platea, lasciate che le cose accadano, che la palla sia in rete, sia ferma e che l'arbitro abbia convalidato e poi dopo, solo dopo dispensateci la vostra sapienza analitica. Come diceva Wittgenstein (quello vero, non Luca Sofri) riferendosi al linguaggio: se si puliscono continuamente gli occhiali  non li si usa mai per vedere meglio.



"Qualche anno fa mi sarei definita una ragazza arrabbiata, ma non ho più l’età ed essere arrabbiati alla lunga logora."

Montreal da casa Geva


Nana Geva, Interactive Art Director
Montreal, Canada





Anche lei fa parte della ormai ubertosa messe degli studenti che ho contribuito a formare (o a deformare). Una delle prime classi che affrontavo allo IED. Nana (al secolo... non i ricordo più) era una specie di skinheads anarchica e ligure, infuriata e sensibile.


Chi sei
Preferirei avere una risposta univoca a questa domanda. Qualcosa di semplice e definitivo, tipo non so: sono un idraulico. Una ballerina. Una femminista. Una campana del vetro. Invece ciccia.
Qualche anno fa mi sarei definita una ragazza arrabbiata, ma non ho più l’età ed essere arrabbiati alla lunga logora. Così ho deciso di concedermi solo una rabbia rarefatta da distribuire con parsimonia e prevalentemente durante le feste comandate.
Oggi preferisco pensarmi nelle ruvide vesti di un allegro ma pur sempre cinico dinosauro, che bruca le foglie più alte del suo preistorico albero senza smettere mai di guardare oltre la linea dell’orizzonte.


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Tore ha nelle orecchie gli strilli di mamma mentre scende a mare. Non ti sporcare.
Corre per il sentiero di ghiaia sulla punta dei piedi.Fai presto, Non cadere, Non ti bagnare, Non prendere animali. Per il viaggio gli hanno messo un vestito bello e ruvido. Da un mese gli ripetono di fare il bravo che vanno tutti quanti a stare Attorino. Attorino è il posto della fabbrica dove sta papà. Niente di male, pensa. Immagina Attorino come un paese uguale al suo: bambini, alberi di fichi, lucertole, vecchie sedute nella via a parlare. Gli dicono che Attorino non ci sta il mare, però. Tore arriva fino alla cala dove si raggiunge l'acqua. Di fronte alle minuscole onde si accorge che non ha preso un bicchiere, un barattolo, un cucchiaio, per portarsene via un po'. Mamma gli dice Sei una testa vuota, lo dice tutti i giorni. Tore si siede sullo scoglio e lascia che gli occhi si riempiano d'acqua. Così se la porta Attorino.
Finché qualcuno, da casa, grida il suo nome.


Ho l'impressione che Yellow birds, romanzo d'esordio del reduce Kevin Powers sia largamente sopravvalutato. Credo sia entrato in quel vortice positivo per cui se ne parli male sei un maledetto disfattista. Ho già scritto che faccio fatica a leggere i libri, ma se ci si mettono pure Dave Eggers, Alice Sebold e Tom Wolfe a suggerire libri che poi trovo mediocri allora non so più a che santo votarmi. Tutti e tre si sono letteralmente sperticati per il romanzo, tanto che Wolfe lo paragona a Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque. La miseria!

L'ho comprato, l'ho cominciato e mi sono pentito. Non imparo mai che quando così tanti si sperticano di complimenti, alla fine quel che leggo non mi piace. Per esempio? Firmino. Avventure di un parassita metropolitano di Savage.

Che dire:

In tante cose somigliava molto a Sterling, i capelli biondi, gli occhi azzurri. Ma era come se Murph fosse la sa versione ordinaria. Sterling era alto e aveva i muscoli curati.

I muscoli curati? A parte il fatto che chiamare un personaggio Murph non mi sembra una grande idea (e parla uno che avrebbe dovuto chiamarsi Moreno), la storia è impregnata di pensieri saggi e descrizioni stucchevoli e spesso banali. Sarò un pistino ma quando il sergente sbraita nel più standardizzato linguaggio da caserma (appunto) e

Scandì le battute picchiandosi il pugno contro il palmo della mano sinistra.

propio come una rappresentazione finta (e banale) di un uomo incazzato, non lo sopporto. E non è l'unico esempio.

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"L'Italia non sembra amare sfide ed innovazione, tende a seguire sempre la tradizione, tranne poi elogiare le scoperte fatte dagli Italiani ma all'estero"

The Socialist Republic of South Yorkshire dalla casa di Daniela


Daniela Petrelli docente ricercatore Sheffield Hallam University
Sheffield, Gran Bretagna





Daniela è una cugina acquisita. Tanti anni fa mi fece scoprire l'interazione uomo-computer. E da allora non sono ancora guarito


Chi sei
Una donna di mezza età con un passato ed un presente un po' contraddittorio: Diploma di maestro d'arte e Laurea in informatica. Entrambe con il massimo dei voti, chissà cosa dice di me. Qualcosa di più (professionalmente parlando) è qui.

Da dove sei partita

Dipende. Origine Piemontese, 2 anni a Milano per la tesi di laurea, poi Torino per 3 anni, poi Trento per 7, poi UK. Quindi tecnicamente Trento, ma è un posto dove non ho messo radici.


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"Da casa mia si vede l'Italia come il bel paese con il sole e il buon mangiare, il posto ideale per passare le vacanze, ma non per viverci"

Sofia Kirka da casa Giulianelli




Fosco Giulianelli, attore, blogger
Stoccolma, Svezia






Con Fosco ci siamo conosciuti realizzando un progetto per Alfa Romeo. Lui guidava una Alfa Brera i-i in giro per l'Europa, io seguivo la sua avventura scrivendone. Ora è il testimonial per 3 in Svezia.



Chi sei?
Mi chiamo Fosco Giulianelli e sono nato a Perugia 39 anni fa nella verde Umbria.

Da dove sei partito?
Da Perugia il 5 dicembre 1994. Avevo 20 anni all'epoca.

Dove sei?
Abito in Svezia a Stoccolma, ma ho vissuto anche un breve periodo a Londra nel 2000.

Cosa fai?
Ho iniziato come lavapiatti, poi come cameriere, visto che cmq avevo conseguito un diploma di food and beverage manager. Oggi sono un attore affermato ed un blogger (the fashionist). Attualmente sono il testimonial per la 3 in Svezia.


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Jonathan Safran Foer si è divertito a tagliuzzare Street of Crocodile di Bruno Schultz per creare una nuova storia che ha chiamato Tree of Codes

Allora, premettiamo che da grande voglio fare lo scrittore. E premettiamo pure che ci sono forti dubbi che io sia dotato di talento naturale e che, quindi, questa aspirazione mi sta costando e mi costerà una enorme quantità di lavoro, frustrazioni, delusioni e incazzature. Si premetta pure che sono almeno quattro anni che sto lavorando su due romanzi (perché due? è una storia un po' lunga, se c'è tempo lo dico) e vari racconti. Ecco, premesso tutto ciò vorrei confessare che da un po' di tempo i libri mi annoiano. Continuo a desiderarli, continuo a comprarli, continuo a lasciarmi sedurre dalle loro promesse, però raramente riesco a superare pagina quindici.

Lo sforzo immane che ci vuole per inanellare cento, duecento, trecento e oltre pagine solo per arrivare ad un finale più o meno scontato, ecco, non ce la faccio più. Credo di essere un lettore abbastanza sofisticato (se no tutti quei soldi e quelle ore spese sui libri sono il più fallimentare investimento della storia): oltre per la trama leggo per il gusto della parola, della costruzione, dell'intreccio e non solo per arrivare alla fine. Eppure... eppure alla dolorosa soglia di pagina quindici comincio a pensare: che palle. E mi distraggo. È come se una progressiva pioggia di distrazioni erodesse la mia  attenzione fino a lasciarmi per le mani un mattoncino di carta che quasi non riconosco più.

Qualche anno fa David L. Ulin confessò di non riuscire più a leggere un libro per intero. Un problema non da poco, dato che il suddetto è il critico letterario del Los Angeles Times. Deve essere stata una brutta sorpresa, simile a quella di Beethoven che diventava sordo. Per comprendere il disamoramento Ulin ha anche scritto un libro che si chiama The Lost Art of Reading: Why Books Matter in a Distracted Time. L'ho comprato. Ma non l'ho ancora letto tutto.


Intanto questa è la mia biblioteca di Anobii.

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Il regista Andrew Stanton ("Toy Story, "WALL-E") condivide quello che sa sulla narrazione -- cominciando dalla fine per risalire agli inizi.


Lo stangone con il golden retriever e il cameriere sono amici. Parlano di calcio. Parlano di mare. Parlano di donne. La biondina mangia sempre da sola. Sfoglia il giornale e mangia da sola. Ha una attività sua. Prende decisioni, amministra, risolve problemi. Si chiama Daniela. Quando finisce di mangiare il cameriere l'accompagna alla cassa. Le dice a domani e buon weekend. Poi non le dice più niente, come se le cose le avesse già dette in un altro posto, ad un altro orario, quando lui non è cameriere e lei non ha una attività sua e non legge il giornale.

Lo stangone si siede e col cameriere si salutano. Aspetti il tuo socio? chiede il cameriere. No, dice lo stangone, aspetto Daniela. E sorride. Quando Daniela arriva ha i capelli sciolti, i jeans aderenti e un po' di tacco. Entra e punta dritta al cameriere. Lo saluta, gli mette una mano sul braccio, lo tranquillizza. Poi va al tavolo, dallo stangone.

Cosa mangiamo? dice lo stangone, non è rimasto niente. E fa una smorfia insoddisfatta. Daniela si alza e si avvicina a guardare la vetrina. Il cameriere va avanti e indietro. Daniela lo prende per il braccio. Scherzano sul fatto che lei mangi con lo stangone. Lui fa finta di fare il broncio. Lei fa finta di abbracciarlo e ride con lui. E poi torna dallo stangone senza ordinare.

Lo stangone le parla del lavoro. Dice che ha fame. Le mostra qualche cosa sul suo smartphone. Lei si sporge in avanti per guardare. Fa la faccia interessata e fa domande. Tocca il cristallo del telefono, le loro dita quasi si intrecciano. E il cameriere? Dov'è il cameriere?


Tempo fa, in occasione della prima edizione del Festival Nuovo e Utile a cura di Anna Maria Testa a Firenze, il compianto direttore della rivista MyMedia, Fabrizio Pecori, mi espresse il suo stupore. Era stupito che un festival del genere fosse stato ospitato in quella città. Mi raccontò, da fiorentino, delle sue lotte quotidiane per organizzare eventi culturali e della sostanziale refrattarietà di Firenze a tutto ciò che non fosse Rinascimento.

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"In Italia la cultura lavorativa ed il metodo di lavoro sono lontani anni luce da quello che è il panorama internazionale"

Dalla finestra di casa Pesani si vede l'Italia.


Marco Pesani User Experience Designer
Canton Ticino, Svizzera



 
Marco è un emigrato speciale, perché espatria ogni mattina. Vive a Como ma lavora in Svizzera. Ci siamo conosciuti allo IED e abbiamo anche lavorato per un certo periodo insieme.

Chi sei
Un trentenne anni brizzolato cresciuto in buona parte fra Torino e provincia.

Da dove sei partito
Stroncata sul nascere dai miei genitori una carriera da grande artista, scoprii che il modo migliore per seguire le mie aspirazioni da creativo era quello di utilizzare un computer per disegnare. Diversi anni dopo uscivo dallo IED sfoggiando un diploma da Digital & Virtual Designer, che mi aiutò ad entrare nel mondo delle agenzie di design digitale.

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"Perchè avevo provato a cercare in Italia ma non ho trovato nulla che mi stimolasse, e ancora oggi continua a non esserci nulla che mi spinga a cercare lavoro in Italia"

Dalla finestra di casa Di Noia

Stefano Di Noia, Lighting & Compositing artist
Vancouver, Canada







Lo ammette lui stesso: quando ci siamo conosciuti allo IED di Torino, ai lati opposti della cattedra, non sapeva bene che fare. Ma Stefano è lo schivo che scava. Ecco l'illuminazione, letteralmente: l'arte della luce. Stefano è uno di quegli artisti caparbi e costanti che si cono creati una professione solida e richiestissima.




Chi sei
Stefano, vado per i 36, sono di Torino, amo la Computer Grafica e la musica.

Da dove sei partito
da Torino, 4 mesi dopo aver finito un corso di CG ho messo su un reel con progetti personali e ho ricevuto un offerta di lavoro da Madrid per lavorare come lighter su un film di animazione 3d, era il 2008, il più bel giorno della mia vita.

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